IAI
Dopo la sentenza dell’Aja

Tenue speranza per le vittime delle stragi naziste

7 Feb 2012 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

Finalmente la Corte internazionale di giustizia (Cig), con sede all’Aja ha reso, il 3 febbraio scorso, l’attesa sentenza sulla controversia Germania c. Italia relativa al caso dell’immunità dalla giurisdizione degli Stati citati in giudizio di fronte ai tribunali di uno stato estero. Della sentenza, in cui l’Italia è rimasta soccombente, è già stata data notizia sulla stampa quotidiana e qualche commento è già stato espresso a caldo.

I fatti
Di cosa si tratta? In Italia sono stati promossi molteplici procedimenti per i crimini commessi dalla Germania nazista durante l’occupazione seguita alla resa italiana dopo l’8 settembre 1943. Taluni di questi procedimenti sono stati istituiti direttamente contro la Germania; altri contro i militari tedeschi responsabili e la Germania è stata condannata, in solido con l’imputato, a risarcire le vittime. La storica sentenza, pronunciata dalla nostra Corte di Cassazione nel 2004, riguarda il caso Ferrini, deportato e costretto ai lavori forzati in Germania.

Di regola gli stati esteri godono dell’immunità dalla giurisdizione quando svolgono attività sovrane, quali quelle militari, mentre sono sottoponibili a giurisdizione per le attività privatistiche. Ma la Corte di Cassazione ha affermato che l’immunità viene meno anche per le attività sovrane, quando lo stato estero abbia commesso mediante i propri organi atti che costituiscono una grave violazione di norme internazionali. La giurisprudenza della Cassazione è certamente innovativa, cogliendo un punto di evoluzione del diritto internazionale.

L’apertura dei giudici italiani è stata immediatamente sfruttata dalle vittime o loro eredi anche in altri stati dove la Germania aveva compiuto massacri. La Corte d’Appello di Firenze aveva concesso il riconoscimento ad una sentenza greca di condanna della Germania, la cui esecuzione era stata bloccata in Grecia dal ministro della giustizia. Il riconoscimento della sentenza in Italia ha comportato che fosse iscritta ipoteca giudiziale su Villa Vigoni, un immobile della Germania sul lago di Como adibito ad attività culturali.

Di fronte al moltiplicarsi delle sentenze di condanna e alla prospettiva che i tribunali di altri stati seguissero l’esempio italiano, la Germania si è rivolta alla Corte dell’Aja il 23 dicembre 2008. La sentenza dà ragione in tutto e per tutto alle pretese della Germania ed ha statuito che l’Italia ha violato la norma di diritto internazionale sull’immunità dalla giurisdizione degli Stati sotto un triplice profilo: a) ha consentito che fossero istituiti dei procedimenti contro la Germania per le violazioni del diritto internazionale umanitario; b) ha consentito che fosse iscritta ipoteca giudiziale su un bene della Germania adibito a funzioni pubbliche; c) ha dato esecuzione alle sentenze greche di condanna della Germania per violazione del diritto internazionale umanitario.

Conseguenze
Secondo la Cig l’Italia ha dunque violato il diritto internazionale e dovrà prendere tutte le misure adeguate per evitare che i suoi tribunali violino il principio dell’immunità della giurisdizione della Germania. Tuttavia, non è stato espressamente affermato, come voleva la Germania, che la violazione dell’Italia fa incorrere il nostro stato in responsabilità internazionale e che sussiste un obbligo di non ripetizione dell’illecito, cioè che l’Italia non debba in futuro violare di nuovo l’immunità della Germania assoggettandola a giurisdizione dei propri tribunali.

È stato quindi evitato un ulteriore schiaffo, ma la sostanza non cambia. La Corte ha infatti affermato che la declaratoria formale di responsabilità non era necessaria, poiché essa si desume da quanto statuito nella sentenza circa la violazione italiana del diritto internazionale. Inoltre la Corte ha aggiunto che si deve presumere la buona fede dell’Italia e che essa prenderà tutte le misure adeguate per evitare una ripetizione dell’illecito. Magra consolazione!

Difesa italiana
Sotto il profilo tecnico la difesa italiana dinanzi alla Corte non si presta a critiche. Probabilmente la difesa si è trovata costretta nei limiti stabiliti da un’iniziativa politica che ne ha tracciato i confini invalicabili. In un’intervista alla Sueddeutsche Zeitung il 20 giugno 2008, l’allora ministro degli affari esteri italiano Franco Frattini qualificava come “pericolose” le recenti pronunce della Corte di Cassazione che hanno negato l’immunità dalla giurisdizione alla Germania, aggiungendo che “se i tribunali decidessero caso per caso se ad uno Stato spetta l’immunità, il principio dell’immunità degli Stati diventerebbe imprevedibile”.

Nel comunicato congiunto italo-tedesco del 18 novembre 2008 l’Italia si è dichiarata rispettosa della volontà della Germania di rivolgersi alla Corte e non ha quindi contestato la competenza della Corte, quantunque la Convenzione europea sulla soluzione pacifica delle controversie, posta a fondamento del ricorso della Germana alla Cig, consentisse forse di farlo solo in termini molto angusti. Ma in mancanza del comunicato congiunto (oppure se questo fosse stato redatto in termini più equilibrati) l’Italia avrebbe potuto legare fin dall’inizio lo svolgimento del processo dinanzi alla Corte ad un parallelo procedimento volto ad accertare se la Germania avesse effettivamente onorato tutti i risarcimenti dovuti alle vittime italiane delle stragi naziste.

Lo ha fatto successivamente, durante la fase processuale, mediante una domanda riconvenzionale (counter-claim). Ma ormai non era più possibile tanto che lo stesso giudice ad hoc italiano – cioè il giudice che una parte ha diritto di nominare quando il collegio giudicante comprenda un giudice di nazionalità dell’altra parte – ha votato a favore dell’ordinanza con cui la Corte ha respinto il counter-claim per motivi procedurali.

Reazioni
Nel suo blog “Diario Italiano” Franco Frattini ora ammette che il verdetto della Corte dell’Aja si è trasformato in una “pesante frustata” per le vittime dei crimini nazisti. Molto più sfumata la reazione dell’agente del governo italiano, ambasciatore Paolo Pucci di Benisichi, che addirittura non si è dichiarato deluso, benché avrebbe preferito vincere. Più pacatamente, il ministro degli affari esteri Giulio Terzi ha dichiarato che l’Italia rispetta la sentenza dell’Aja, anche se non concorda con i suoi contenuti e si aspetta di risolvere in via diplomatica con la Germania la questione dei risarcimenti ancora dovuti.

Il suo omologo tedesco Guido Westerwelle si è ovviamente felicitato per la sentenza che costituisce, a suo dire, un giudizio importante non solo per la Germania, ma anche per l’intera comunità internazionale. La Frankfurt Allgeimeine Zeitung ha commentato che l’Italia dovrebbe essere grata alla Germania, poiché la sentenza pone un argine alla valanga di ricorsi che in caso di verdetto contrario si sarebbero riversati contro l’Italia in quanto alleata della Germania durante la seconda guerra mondiale.

Le reazioni più o meno ottimistiche e la mancata delusione da parte italiana sono però fuori luogo. Forse perché la Corte ci ha fatto grazia di non dire espressamente che l’Italia è incorsa in responsabilità internazionale e di statuire a chiare lettere che c’è un obbligo di non ripetizione dell’illecito?

L’unico piccolo motivo di conforto può derivare dalla constatazione che la Corte prende atto con sorpresa e rammarico che agli internati italiani non è stato riconosciuto lo status di prigioniero di guerra loro dovuto e che essi sono stati esclusi dalle misure tedesche di risarcimento. La Corte riconosce che l’immunità dalla giurisdizione impedisce alle vittime di ricorrere in giudizio contro la Germania. Ma questa – ribadisce la Corte – è una questione da risolvere con un negoziato diretto tra i due stati. Aggiungiamo noi, è l’Italia oggi in grado di pretendere qualcosa dalla Germania e di sostenere un negoziato che risuscita fantasmi del passato?

Aspettative tradite
La sentenza della Corte, che non mancherà di sollevare problemi di difficile soluzione per la sua attuazione nell’ordinamento italiano, è molto conservatrice. Non tiene conto degli sviluppi del diritto internazionale e, quel che è più grave, non lascia nessuno spiraglio aperto per il futuro. Essa rischia di bloccare le aperture che si erano verificate in Italia, antesignana nel limitare la regola dell’immunità dalla giurisdizione degli stati, e nelle opinioni, per ora minoritarie, di altri giudici stranieri.

Ormai il principio secondo cui l’individuo ha diritto ad essere risarcito per gravi violazioni delle regole dei conflitti amati è un principio in via di consolidazione, che dovrebbe aiutare a superare gli ostacoli derivanti dalle norme poste a tutela di una concezione tradizionale della sovranità statale. Prova ne sia la recente risoluzione adottata dall’International Law Association all’Aja nel 2010 che detta una serie di regole a tutela dell’individuo in caso di danni provocati dalla violazione del diritto internazionale umanitario.

La risoluzione, che la Corte si è ben guardata dal citare non essendo uno strumento giuridicamente vincolante, getta nuova luce sulla problematica qui affrontata. La sentenza dell’Aja era attesa nella comunità internazionale. Essa soddisfa le aspettative degli stati, specialmente di quelli coinvolti nei conflitti armati, mettendoli al riparo di azioni giudiziarie intraprese dalle vittime. Al contrario le aspettative delle vittime sono state tradite.

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