IAI
Monti incontra Obama

Italia ri-fondatrice dell’Ue

13 Feb 2012 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

Un mese prima di essere chiamato da Giorgio Napolitano a formare il governo “tecnico”, in un severo fondo sul Corriere della Sera Mario Monti aveva palesato il rischio che l’Italia finisse per trasformarsi da paese “fondatore” a paese ”affossatore” dell’Ue. In appena tre mesi di governo questa profezia si è radicalmente rovesciata. Ne è testimonianza, fra l’altro, il recente incontro fra Monti e il presidente americano Obama.

Voce dell’Ue
Il colloquio fra i due è stato solo parzialmente bilaterale: in realtà Monti ha rappresentato l’intera Unione europea, tanto da far dichiarare dalla sempre scettica stampa americana, che la salvezza dell’Euro passa necessariamente dall’Italia.

Va anche ricordato che nel picco della crisi dell’Euro non sono stati né la Merkel, né Sarkozy ad incontrarsi con il presidente americano, ma il “tecnico” Mario Monti, latore persino di messaggi per conto del cancelliere tedesco. Non male per un paese che fino ad alcuni mesi fa non riscuoteva grande credibilità né all’interno dell’Ue né presso l’amministrazione americana. Come si spiega questo “miracolo” italiano?

Che Monti e il suo ministro per l’Europa Moavero fossero apprezzati presso le istituzioni dell’Unione non è certo una sorpresa: in questi ultimi vent’anni hanno passato entrambi più tempo a Bruxelles che a Roma. Ed è anche abbastanza naturale che il nuovo incarico nazionale che oggi ricoprono abbia suscitato entusiasmo fra i nostri connazionali presso la Istituzioni comunitarie, tanto da spingerli (con lettere e iniziative di vario tipo) a mettersi a disposizione del premier per aiutarlo a svolgere al meglio la sua missione europea.

Ma non è certo qui, o non solo qui, la novità e la forza del governo Monti. La rinnovata credibilità europea poggia su una strategia che si può riassumere in quattro punti.

Strategia in quattro punti
In primis, riprende una vecchia e spesso vincente tattica italiana: cercare di “comunitarizzare” al massimo le iniziative che nascono dagli accordi bilaterali fra Parigi e Berlino. Così sul patto fiscale e sul nuovo trattato, il tentativo del governo è quello di rafforzare i legami e il ruolo delle istituzioni comunitarie, evitando che gli aspetti intergovernativi finiscano per prevalere, a svantaggio di un paese come il nostro di gran lunga meno “potente” di Francia e Germania.

Ma il dialogo con il motore d’Europa non è di per sé sufficiente, se dietro all’Italia non si accodano altri paesi dell’Unione. La seconda mossa del governo è stata quindi quella di costruire attorno alla propria visione coalizioni più ampie di paesi. Di qui gli incontri con i governi polacco, belga, olandese e perfino con il premier britannico David Cameron, per allargare il fronte di coloro che possono contribuire a smussare certe spigolosità delle posizioni tedesche e francesi.

Per svolgere questo duplice ruolo è tuttavia necessario essere credibili anche e soprattutto sul fronte interno. La terza mossa (non in ordine di tempo) dell’esecutivo Monti è stata quindi quella di utilizzare fino in fondo le politiche e le direttive dell’Unione europea come necessario e inderogabile vincolo esterno per modernizzare il paese, sia attraverso una rigida disciplina di bilancio che una successiva liberalizzazione del mercato interno e di quello del lavoro.

Infine, non appena è riaffiorata un minimo di credibilità internazionale, il governo è tornato ad avanzare proposte precise sul tavolo dell’Ue: dall’istituzione in tempi rapidi di un solido muro anti-incendio (firewall) volto a bloccare la speculazione internazionale, alla fine del protezionismo nazionale (anche tedesco) nel settore dei servizi, fino alla necessità di riassorbire in tempi brevi il nuovo trattato intergovernativo in quello di Lisbona.

Perfino su dossier solo apparentemente secondari, come il brevetto europeo che ha visto per lungo tempo l’Italia sulla difensiva, il ministro Moavero ha riaperto i giochi proponendo addirittura Milano come sede della Corte centrale dei brevetti, facendo intravedere in cambio un rientro dell’Italia in una “cooperazione rafforzata” a 25, da cui fino ad oggi Roma si era autoesclusa.

Tempus fugit
Si tratta esattamente, del resto, della linea tracciata da Monti nel suo intervento in parlamento del 12 gennaio, quando ha sottolineato che “l’Italia deve giocare un ruolo attivo per contribuire a condurre l’Europa di nuovo sul cammino della stabilità e della crescita. L’azione che conduciamo all’interno del Paese con le politiche di risanamento e con le politiche di crescita sono dirette a raggiungere tali obiettivi in Europa”.

Tutto bene quindi? Va certamente riconosciuto che il governo Monti ha ripreso, dopo anni di incertezza, il cammino virtuoso dell’Italia in Europa, adottando quegli atteggiamenti e strategie che ci avevano garantito in passato lo status di fondatore e costruttore di un’Unione più forte. Il vero dubbio nasce dal tempo limitato di questo governo. Monti riuscirà a tracciare una robusta direzione per il nostro Paese, ma non a portarla fino in fondo.

C’è da chiedersi allora con preoccupazione se i partiti politici attuali e quelli che usciranno dalle prossime elezioni sapranno valorizzare questo importante sforzo e proseguirlo con determinazione a vantaggio del nostro Paese e dell’Unione europea.

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