IAI
Vertice con Obama

Il metodo Monti che piace agli Usa

13 Feb 2012 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

Dall’ampia messe di notizie e commenti sulla visita del Presidente del Consiglio italiano presso le tre cattedrali della politica americana – Casa Bianca, Congresso e Wall Street – non è forse emerso abbastanza che il pellegrino Mario Monti non è andato a pregare, ma a spiegare. E a spiegare non solo le possibilità dell’Italia di uscire dalla crisi, ma anche, anzi soprattutto, un metodo di uscita che è dell’Europa o non è.

Dilettanti e tecnocrati
La peculiarità del personaggio, certo, è stata messa abbondantemente in rilievo. Negli Stati Unti, del resto, i suoi precedenti alla Commissione come cane da guardia della concorrenza, al punto di imporne le regole a colossi multinazionali come Microsoft, General Electric e Honeywell, sono note e a suo tempo gli appiccicarono l’etichetta, poi rivelatasi indelebile, di Super-Mario. Meno noto il fatto che, non meno severamente, Monti si fosse comportato nei confronti delle protezioni nazionali riservate al settore dei servizi in Germania , ivi compresi i privilegi delle Landesbanken, le banche centrali del Laender, poi al centro della crisi dell’euro un decennio dopo.

Monti non l’ha schivata questa sua immagime atipica. Anzi, nel corso della sua conversazione al Peterson Institute of International Economics di Washington, si è ironicamente definito un dilettante, rispetto alla politica. Meglio di tecnocrate, definizione che non gode di buona immagine, in questi tempi di populismo montante, poco rispettoso del prestigio dei “servitori dello stato”, dei “civil servant” e dei “grand commis de l’etat”. Eppure, con buona pace delle mode, il fondatore della Comunità, ora Unione Europea, fu un tecnocrate di nome Jean Monnet.

Né è mancata l’evidenza data al suo essere italiano, eccezionalmente non demandeur, del lustro di un incontro con il presidente degli Stati Uniti, e invece invitato alla Casa Bianca come un interlocutore utile, forse necessario, a un’intesa transatlantica per l’uscita dalla crisi economica, di cui Obama ha bisogno, particolarmente in un anno elettorale. E tuttavia l’incontro del 9 febbraio scorso si è dimostrato in continuità logica con il precedente vertice bilaterale Italia-Usa, che risale nientemeno che al maggio del 2010, quando a visitare la capitale americana fu irritualmente invitato il presidente della Repubblica.

Giorgio Napolitano andò a dire allora al capo dell’esecutivo, così come a un nutrito gruppo bi-partisan di esponenti del Congresso, che l’euro sarebbe sopravvissuto e che il nostro paese avrebbe continuato a farne parte, malgrado un certo scetticismo colà diffuso circa l’una e l’altra occorrenza. E ora Mario Monti, da lui portato alla testa del governo, ha fatto riscontrare ai suoi intelocutori la fondatezza di quella previsione, per aggiungervi di suo la sua validità attuale.

Oltre il trade-off
Per il che, ed è il terzo aspetto riportato dai media, è indispensabile che ai grandi sacrifici chiesti agli italiani (fra proteste tutto sommato ragionevoli, ha potuto far notare Monti, e un resiliente consenso dell’opinione pubblica) corrisponda sia la credibilità della barriera anti-fuoco contro l’incendio dell’euro, sia l’innesco di una fase di crescita economica. Musica per le orecchie, visibilmente aperte, di Barack Obama, che appunto conta sull’aiuto di super-Mario per spingere la cancelliera tedesca Angela Merkel, con la quale si dice non sia riuscito a stabilire grande comunicazione, non solo ad accogliere il messaggio, ma anche ad operare con maggiore energia e minore circospezione.

Ed è qui che interviene il metodo. La questione infatti non si limita a un trade-off, uno scambio alla pari fra sacrifici da una parte e crescita dall’altra. Si tratta di instaurare un gioco a somma positiva fondato su una crescente intregrazione, che non è a venire, come un americano intervenuto al Peterson ha ipotizzato, bensì già in atto, come ha spiegato il presidente del Consiglio italiano, visto che l’accettazione di una disciplina comune e una rigorosa sorveglianza esterna al di sopra delle sovranità nazionali, l’una e l’altra fino a ieri impensabili, sono già in essere.

Ma il processo integrativo deve andare oltre e investire il graduale completamento del mercato interno dei beni e dei servizi. Le resistenze non mancano e per la verità, ha detto Monti, sono spesso meno forti nei paesi all’esterno dell’area euro, come il Regno Unito, la Svezia o la Polonia, che in quelli al suo interno, fra i quali la “virtuosa” Germania, come già accennato.

Metodo integrativo
Il metodo integrativo riguarda in larga misura anche l’area della politica estera e pertanto influisce sul futuro dell’Alleanza atlantica. Temi come il ruolo dell’Italia e dell’Unione europea nei paesi arabo-musulmani, nei quali è in corso da oltre un anno un movimento dalle evidenti motivazioni di democrazia e di giustizia, ma dagli esiti variamente e gravemente incerti, sono stati anch’essi oggetto dei colloqui a Washington, a cui ha partecipato anche il ministro degli esteri Giulio Terzi di Sant’Agata.

Capire a fondo la questione del metodo è più difficile per gli americani. Le loro preferenze sono per un euro che sopravvive alla crisi, per un’economia europea che non incide negativamente sulla loro, e per un’Europa che finalmente “parla con una voce sola” sulle questioni della stabilità geopolitica del Medio Oriente e dell’Asia occidentale. Ma, inclini come sono a dimenticare quanto sia stato lungo e laborioso nella loro storia raggiungere la stadio della moneta comune e della politica internazionale unica, tendono a ritenere questi loro alleati del Vecchio Continente lenti, reticenti e intenti a guardarsi l’ombelico.

È bene che da questa parte dell’Atlantico vengano dei leader capaci di spiegare loro come la gestione delle situazioni critiche, quale quella che viviamo, sia da porre nel più ampio contesto di processi in corso così che le emergenze sfocino in soluzioni di sistema. Che l’abbia fatto il nuovo capo del governo italiano, con esiti a quanto pare più significativi di altri, è motivo di compiacimento. Quali che siano gli effetti sugli spread.

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