IAI
Monti a Strasburgo

Cosa manca all’Italia nell’Ue

21 Feb 2012 - Antonio Puri Purini - Antonio Puri Purini

Il recente intervento di Mario Monti al Parlamento europeo costituisce una solenne sanzione del ritorno dell’Italia in Europa. Era indispensabile al recupero della nostra immagine. Si collega alla grande tradizione europea del paese, coerente con i discorsi dei suoi principali esponenti da Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano.

Fanno parte della nostra identità europea due punti centrali: il richiamo costante alla centralità del parlamento di Strasburgo i cui poteri si sono fra l’altro accresciuti, anno dopo anno, grazie anche alla determinazione di vari governi italiani fino all’inizio del nuovo millennio; l’accento posto sul recupero dello spirito comunitario e sul perseguimento della costruzione unitaria. Non so quanti ricordano ancora che il voto a suffragio universale del parlamento europeo nel 1979 avvenne sulla base di una proposta italiana.

Democrazia e integrazione
Monti ha parlato al momento giusto: sul piano esterno, forte del consolidamento del rapporto con la cancelliera tedesca Angela Merkel e con il presidente francese Nicolas Sarkozy; sul piano interno, reso credibile dalle misure prese per il risanamento finanziario del paese. Il discorso contiene richiami innovativi e suggerimenti propositivi. Rappresenta un’importante assunzione di responsabilità, uno sforzo riuscito per riconquistare la fiducia di un parlamento abituatosi negli anni a non contare sulla presenza operosa dell’Italia.

Monti ha sottolineato innanzitutto l’irreversibilità della disciplina di bilancio e del processo riformistico avviato in Italia. Ha fatto bene. Il ritorno alla fiducia nei confronti del paese non va considerato ancora acquisito. Rimangono molti timori che le pessime pratiche finanziarie degli anni recenti possano venire riproposte al termine dell’attuale esperienza governativa. Ha marcato la volontà dell’Italia d’essere componente creativa della costruzione dell’Europa. È la condizione necessaria per contribuire alla stabilità e all’integrità della zona euro.

Stimola, soprattutto dopo anni di silenzio, la rappresentazione data dell’Italia come paese non passivo ma intenzionato a determinare gli orientamenti politici dell’Unione europea. Bene ha fatto quindi il presidente del Consiglio a sottolineare che è inammissibile permettere che l’euro diventi fattore di separazione e disgregazione, che la crisi dell’eurozona ha fatto nascere risentimenti di cui tutti gli europei devono sentirsi corresponsabili, che la Commissione rimane il cuore dell’integrazione europea, che il mercato unico ne è centro propulsore, nonché a ribadire l’importanza del metodo comunitario e la priorità delle istituzioni europee.

Appropriato il riconoscimento per la cultura della stabilità e della disciplina espressa dalla Germania e l’ammonimento preoccupato per il crescente distacco dell’opinione pubblica verso il progetto unitario europeo. Monti ha colto la pericolosa insidia rappresentata dalla rincorsa ai risentimenti perché esalta le diversità nazionali in maniera insopportabilmente corrosiva e ripropone barriere che dovrebbero finire nella spazzatura della storia. Ne abbiamo riscontrato volgari avvisaglie su giornali francesi, italiani, tedeschi.

Monti ha concluso con un riferimento importante alla necessità di conciliare democrazia e integrazione. Ha ricordato il problema, apertamente discusso in vari paesi a cominciare dalla Germania, della mancanza di legittimità democratica delle decisioni assunte dall’Unione europea, sottolineando la necessità di rafforzare il controllo democratico per impedire che decisioni impopolari per la vita dei cittadini vengano avvertite come imposte da autorità senza volto, suscettibili di venire strumentalizzate da forze estremiste.

Discorso incompiuto
Il discorso di Mario Monti esprime una volontà di presenza dell’Italia e sollecita altri (la Germania sul mercato interno) all’osservanza delle proprie responsabilità. Se dovessi sceglierne il passaggio più significativo, non avrei esitazioni: è il richiamo al completamento del mercato unico. Il presidente del Consiglio ne ha pienamente colto la capacità aggregativa fra gli europei. Ha giustamente ribadito che un’unione monetaria non può durare in presenza di paesi che perseguono politiche economiche diverse e che il mercato unico rappresenta un cruciale fattore di omogeneità.

Un discorso di spessore ma in qualche maniera incompiuto. In questa fase iniziale dell’attività di governo concentrata sulla credibilità del risanamento finanziario dell’Italia, Monti non poteva parlare diversamente. Sarebbe stato prematuro attendersi indicazioni operative sull’avanzamento verso l’unione politica. Non resta che auspicare una seconda parte centrata, una volta superata l’emergenza finanziaria e posta in sicurezza la moneta unica, sul perseguimento della costruzione europea e sulla definizione della posizione dell’Italia nell’Europa.

Incombono tanti quesiti: la ricostruzione di una solidarietà intereuropea, la definizione di un governo comune dell’economia, la primazia delle istituzioni comunitarie, l’avvio di politiche comuni ritardate e disattese sinora, l’indivisibilità dell’Europa. Nessuno vuole trasformare l’Europa in un superstato ma dobbiamo avere certezza sugli obiettivi futuri. Ulteriori cessioni di sovranità alle istituzioni di Bruxelles hanno un senso solo nell’ambito di un definito percorso comune: non può che essere l’unione politica. Superata l’emergenza, l’Italia avrà i numeri necessari per contribuire a mettere ordine nei malintesi esistenti fra gli Stati membri sul cammino comune.

L’Europa non progredisce solo sulla base d’interessi economici convergenti. Deve esistere un legame più forte, capace di trascendere singole divisioni. Gli interessi economici possono essere in contrasto. Vanno tenuti insieme nell’ambito di una visione ideale comune sostenuta da un mercato effettivamente unico. Questi pilastri vanno rafforzati. È fondamentale il tema della democrazia, è preoccupante il distacco dei cittadini di fronte al processo unitario europeo; altrettanto centrale rimane rimettere ordine nella confusione istituzionale creatasi in questi anni di fronte all’incalzare della crisi dei debiti sovrani trasformatasi in crisi dell’euro. Negli anni scorsi si è operato sotto la pressione degli eventi esterni senza il tempo di guardare in avanti. Adesso è ora di cambiare registro. L’esempio deve venire da Francia, Germania, Italia, Polonia. L’accento va posto sul ritorno all’Europa dei padri fondatori con misure pratiche e concrete.

Questo, in sostanza, il messaggio ancora incompiuto che il presidente del Consiglio dovrebbe sviluppare nei prossimi mesi e che dovrebbe impegnare i successivi governi italiani in uno sforzo di reale continuità e con spirito autenticamente bipartisan. Ma chi potrà mai farlo se non proprio Monti e per lungo tempo ancora?