IAI
Piano Di Paola

Come cambiano le forze armate

17 Feb 2012 - Eugenio Lilli - Eugenio Lilli

In occasione della sua recente audizione di fronte alle Commissioni difesa congiunte di Camera e Senato, il ministro della difesa Giampaolo Di Paola, ha presentato l’atteso piano di riforma delle forze armate. Il piano del ministro cerca di coniugare i concetti di “rigore e ridimensionamento” con quello della “sostenibilità”.

Esso prevede una diminuzione del personale, militare e civile, di circa quarantamila unità (dalle attuali 213 mila a 170 mila), che interesserà soprattutto le posizioni di ufficiali e sottoufficiali, nella misura, rispettivamente, di quattro e sette mila unità. Ulteriori risparmi saranno possibili grazie al ridimensionamento, accorpamento e/o chiusura di comandi e centri logistici ritenuti non più indispensabili. Il governo ha inoltre affermato che i programmi di ammodernamento dell’esercito – tra i quali anche il discusso acquisto di 131 nuovi aerei F35 – verranno ridimensionati e rallentati, sebbene non cancellati.

Di Paola ha anche sottolineato l’esigenza di intervenire sulla “struttura” del bilancio per la difesa. Attualmente, infatti, il bilancio è destinato per il 70% al personale (stipendi e pensioni), per il 12% all’esercizio (addestramento, formazione e mantenimento dei mezzi) e per il restante 18% all’investimento (acquisto di nuovi mezzi e materiali).

Tale spesa cercherà di essere riequilibrata secondo il modello già sperimentato da altri paesi europei, destinando il 50% delle risorse al personale, il 25% all’esercizio e il 25% all’investimento. Il concetto seguito dal ministro Di Paola mira alla ricapitalizzazione delle forze armate, che sono state definite “sovradimensionate” ma “sottocapitalizzate” (basti pensare che l’investimento medio in Europa per ogni militare è di 26 mila euro mentre in Italia è fermo a 16 mila).

Nuove minacce
Mentre l’Italia, così come altri alleati, adotta politiche di rigore, il contesto internazionale in cui operano i suoi militari sembra diventare sempre più complesso. Ad oggi, infatti, i militari italiani impegnati in missioni all’estero sono 6.500: la maggior parte in Afghanistan, ma altri nei complessi teatri di Libano, Kosovo e Corno d’Africa, intorno alle coste somale.

In occasione del suo precedente intervento in parlamento, a dicembre, il ministro della difesa aveva anche sottolineato come il contributo italiano a queste missioni non sia “un lusso, bensì un giusto contributo allo sforzo collettivo delle comunità internazionali di cui siamo parte […] per la nostra sicurezza e per la sicurezza globale”. Per queste ragioni l’Italia avrebbe continuato a far la sua parte per ridurre l’instabilità e le zone di conflitto oltre i suoi confini.

Negli ultimi anni, del resto, vari analisti e politici hanno sottolineato l’esigenza di adattare gli strumenti militari alle nuove minacce internazionali, dal terrorismo alla proliferazione nucleare, dalla produzione e diffusione di armi di distruzione di massa (biologiche e chimiche), fino al cyber terrorism o alla criminalità organizzata.

Oltre a queste nuove sfide, le forze militari devono misurarsi anche con strategie e tecniche di combattimento diverse da quelle tradizionali. Il militare deve sapersi infatti confrontare con tattiche irregolari, asimmetriche e terroristiche. Il nemico non è più prevalentemente rappresentato dalle truppe regolari di uno stato avversario, ma comprende un numero più ampio di attori indipendenti (ad esempio la rete terroristica di al-Qaeda) o sovvenzionati da altri stati (ad esempio Hezbollah, gruppo attivo in Libano che si ritiene riceva supporto dalla Repubblica islamica dell’Iran).

Come dimostrato dalla condotta di Hezbollah contro le truppe regolari israeliane durante la guerra in Libano del 2006, anche gli eserciti irregolari sono oggi in grado di mettere in campo moderne capacità militari, organizzare e sostenere prolungate resistenze armate, di intraprendere azioni terroristiche e/o criminali in quelle che alcuni analisti hanno definito le nuove guerre “ibride”.

Risparmio versus efficienza
Come può dunque lo strumento militare dell’Italia migliorare l’equilibrio tra rigore economico ed efficienza? ll programma di “ricapitalizzazione” delle forze armate evocato dal ministro Di Paola sembra un primo passo nella giusta direzione, visto che mira ad accrescere gli investimenti in ricerca e sviluppo e cerca di modernizzare gli equipaggiamenti militari.

A ciò si aggiunge l’impegno del governo a promuovere una sempre maggiore integrazione dei militari italiani nelle strutture internazionali di cui il paese fa parte: Nazioni Unite, Alleanza Atlantica e Unione europea. L’obiettivo, nelle parole del ministro della difesa, è di “mettere in comune le risorse per generare una capacità effettiva e credibile” che sia in grado di rispondere alle sfide di oggi e, possibilmente, di domani.

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