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Asia

Pakistan in crisi

23 Gen 2012 - Mario Arpino - Mario Arpino

Nei giorni scorsi, il rapimento del cooperatore italiano Giovanni Lo Porto ha riportato per un momento l’attenzione dei media sul Pakistan. Se la giovane storia di quel paese non ci dicesse che non vi è mai stata tregua interna duratura, verrebbe da pensare che il fantasma di bin Laden, ucciso il 2 maggio scorso dalle squadre dei seals americani in un compound di Abbottabad, si stia divertendo a prendere le sue rivincite.

Si ricorderà che a quel tempo l’esercito e i sevizi pachistani erano accusati dall’establishment civile di non essere riusciti a scovare il capo di al-Qaeda con i propri mezzi e, soprattutto, veniva sollevato il caso della violazione della sovranità nazionale da parte degli Stati Uniti. Un paio di giorni dopo l’azione, il presidente pachistano Zardari ed il primo ministro Gilani incontravano il capo di stato maggiore e comandante dell’esercito, generale Ashfaq Kayani, ma i chiarimenti non erano sembrati soddisfacenti. Da quel momento i rapporti tra militari e civili, che nel paese non sono mai stati calorosi, restano formalmente corretti, ma di glaciale, reciproca diffidenza. Non passa molto che scoppia il Memogate.

Lo scandalo Memogate
Era successo che un certo Mansur Ijaz, uomo d’affari pachistano che vive tra Islamabad e altre capitali, era stato intercettato mentre parlava al cellulare con l’ambasciatore del Pakistan a Washington. Quest’ultimo gli chiedeva di far pervenire al presidente del Joint Chief of Staff una richiesta di aiuto da parte di Zardari, che temeva un colpo stato da parte dei militari. Il promemoria sarebbe stato redatto su istruzioni dell’ambasciatore Haqqani direttamente da Ijaz, discusso con gli inglesi, fatto approvare via email dallo stesso Zardari e immediatamente trasmesso al generale americano James Jones, allora consigliere per la sicurezza, il quale lo avrebbe poi recapitato all’ammiraglio Mike Mullen, capo degli Stati Maggiori unificati degli Stati Uniti.

Tutto ciò sarebbe avvenuto – esistono le registrazioni telefoniche – nella prima settimana di maggio 2011. D’altro canto la storia veniva confermata per filo e per segno dallo stesso businessman al Financial Times il 10 ottobre 2011. A metà novembre la memoria, confidenziale, veniva integralmente pubblicata dal sito web di Foreign Policy. Vera o falsa che sia, sono rimasti definitivamente minati rapporti già compromessi da tempo. La memoria, che non risulta firmata, era diretta all’ammiraglio Mullen, con la specifica richiesta all’amministrazione Obama di esercitare “…un forte, urgente e diretto messaggio al generale Kayani e al generale Pasha (direttore dei servizi di intelligence pachistani, interservice intelligence, Isi) perché pongano termine alla loro sodalità, mirata a far cadere l’apparato governativo civile”.

Mullen avrebbe dovuto convincere Kayani a ristrutturare l’Isi, essendo già pronto un servizio intelligence nazionale tutto civile. In cambio, il presidente Zardari avrebbe ordinato un’inchiesta indipendente, con la partecipazione di elementi dell’amministrazione Usa, al fine di valutare il grado di connivenza tra esercito-intelligence-direttorati civili e i talebani, con immediato siluramento degli eventuali responsabili. Il nuovo apparato di intelligence civile avrebbe fatto in modo di consegnare agli americani personaggi affiliati o amici dei talebani ancora in Pakistan – si menzionano al-Zawahiri, mullah Omar ed altri – o, in alternativa e concomitanza, di dare carta bianca agli americani perché procedano in proprio sul territorio.

Nel settore delle armi nucleari, la nuova intelligence avrebbe rimesso in atto le misure – già sperimentate con successo dal governo di Musharraf – per la sicurezza e la verificabilità (da parte degli americani?) di procedure e programmi. Ancora, sarebbe stata eliminata la sezione “S” dell’intelligence dedicata ai contatti con i talebani e si sarebbe dato corso alla cessione di informazioni ed alle estradizioni richieste in relazione agli attentati di Mumbai, in India, del 2008.

Tutti contro tutti
Ovviamente, visto che a colpi di dichiarazioni ai media tutti negavano tutto, la misura era ormai colma e l’onnipotente Corte Suprema decideva di intervenire. A questo punto, siamo già a dicembre, Zardari lasciava il paese per una misteriosa malattia che richiedeva cure speciali negli Emirati e l’ambasciatore Haqquani, pur negando tutto e parlando di “storia costruita”, rassegnava formali dimissioni, subito accettate. Naturalmente, in questa torbida situazione tutti hanno cercato, o stanno ancora cercando, di trarre qualche personale vantaggio.

Come l’ex premier Nawaz Sharif, acerrimo nemico dei militari, fondatore della Pakistan League (N) – N sta per Nawaz – alleato di Zardari per abbattere Musharraf, ma divenuto nemico del presidente subito dopo il successo elettorale di quest’ultimo. O l’ineffabile Imran Khan, già grande campione di cricket, poi professore, poi scrittore, poi uomo politico fondatore della Lega per la Giustizia e, ora, anche grande filantropo. Dimostrando un’estrema flessibilità sotto il profilo ideologico, è stato alleato di Musharraf nel 1999, diventandogli poi nemico e passando, con il suo gruppo minoritario, a dare supporto a Zardari per poi metterglisi regolarmente contro, come da prassi locale. È un personaggio particolare, del quale sentiremo ancora parlare.

L’inchiesta della Corte Suprema, che ha il potere di chiamare a deporre chiunque, sta aprendo nuovi vasi di Pandora, riattizzando proprio in questo mese le scintille del “tutti contro tutti”. Giorni or sono, ad esempio, il premier Gilani, dopo aver silurato un ex militare dall’incarico di segretario generale della difesa per rimpiazzarlo con un civile, si è lasciato incautamente sfuggire che il capo di stato maggiore Kayani e il direttore dell’Isi, generale Pasha avrebbero violato la Costituzione per aver riferito ciò che sapevano sul caso Memogate direttamente al presidente della Corte, senza prima passare dal ministro della Giustizia.

Fredda la risposta dei militari, che hanno fatto subito sapere che queste accuse “potrebbero avere gravi conseguenze anche per il paese”. Ciò è stato sufficiente per provocare un ripensamento di Gilani che, presiedendo una riunione del Defence Cabinet Committee, alla presenza di Kayani si è affrettato a gettare acqua sul fuoco, rimettendosi al giudizio della Corte Suprema. Il Pakistan, oggi, è anche questo. Intanto Pervez Musharraf, in esilio volontario a Londra, osserva e riflette.

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