IAI
Information Technology

La sfida digitale dell’Italia

13 Gen 2012 - Felice Simonelli - Felice Simonelli

L’attuale crisi economica in cui versa l’Italia è anche il risultato di un lento declino. Basti pensare che in termini di Prodotto interno lordo (Pil) pro-capite a parità di potere d’acquisto, in 16 anni l’Italia ha perso 21 punti rispetto alla media dell’Ue.

Nello stesso periodo anche le altre economie più avanzate (ad eccezione della Spagna, +8) hanno rallentato (Germania -12, Stati Uniti -10 e Francia -9). Come perdere un secondo ad ogni giro, dunque, in una corsa in cui gli altri, nel complesso, non hanno performance straordinarie. Per individuare gli interventi necessari al rilancio della crescita si può dunque partire dall’analisi dei ritardi strutturali del paese rispetto alle economie più dinamiche.

Gravi ritardi
In un momento in cui la crescita economica e la sostenibilità del debito sono diventate una priorità inderogabile per il governo italiano, è interessante soffermarsi sul ruolo delle tecnologie di informazione e comunicazione, Information and Communication Technologies (Ict).

La rilevanza di queste tecnologie per incrementare la competitività del tessuto imprenditoriale e per migliorare la qualità della vita dei cittadini è ampiamente riconosciuto sia in sede europea che nazionale. Basti pensare al rinnovato sforzo europeo per la diffusione delle Ict che si è sostanziato nella Digital Agenda for Europe 2010-2011, oppure al piano italiano “E-Government 2012” avviato a partire dal 2009.

Tra gli indicatori più consolidati per misurare la diffusione dell’Ict c’è il cosiddetto “tasso di penetrazione” della banda larga, ottenuto dividendo la popolazione complessiva di un paese per il numero di allacci alla linea, su cui l’Italia marca un netto ritardo rispetto ai principali paesi dell’Ue.

Un indicatore di questo tipo non fornisce, tuttavia, le informazioni necessarie per comprendere le effettive caratteristiche del servizio di cui fruiscono i cittadini dei singoli stati membri. Proprio per questo, nel 2008, la direzione generale “Information Society and Media” della Commissione europea calcolava il cosiddetto Broadband Performance Index (Bpi) al fine di fornire un più adeguato monitoraggio dell’accesso ad internet ad alta velocità nell’ Ue, sottolineando il ruolo di variabile chiave che l’internet a banda larga assume nel moderno sistema economico.

Il Bpi è un indice multi-dimensionale che sintetizza la valutazione di un numero elevato di indicatori raggruppati in 6 dimensioni: copertura delle aeree rurali, grado di concorrenza nel mercato, velocità d’accesso, livello dei prezzi, fruizione di servizi avanzati, contesto socio-economico di riferimento.

A confronto con il “tasso di penetrazione” della banda larga, il Bpi rappresenta uno strumento decisamente più efficace per fotografare la situazione europea e offrire un quadro utile al fine di sviluppare gli opportuni interventi correttivi di policy. Il giudizio espresso dal Bpi relativo al 2007 risultava molto severo per l’Italia, che retrocedeva di 2 posizioni nella classifica generale dell’Europa a 27 (considerando la posizione assunta nello stesso periodo per il “tasso di penetrazione”).

Limitata diffusione
L’analisi delle singole dimensioni incluse nel Bpi evidenzia immediatamente le principali criticità dell’Italia, che si colloca al quintultimo posto per livello di concorrenza nell’offerta. L’assenza di competitor assume riflessi particolarmente negativi sul prezzo del servizio, che risulta tra i più alti a livello europeo, e sulla velocità del collegamento offerto, per cui l’Italia si trova appena sopra la metà della classifica europea.

È particolarmente negativa, inoltre, la posizione nazionale per quanto riguarda l’uso dei servizi più avanzati. Da questo punto di vista il paese fa registrare un preoccupante quartultimo posto. Le responsabilità di una scarsa fruizione di servizi avanzati online sono in parte imputabili ad un’offerta limitata.

Non va trascurato, tuttavia, il lato della domanda. Per quanto attiene la dimensione socio-economica, che sintetizza preferenze, competenze e capitali disponibili che influenzano l’uso delle tecnologie telematiche, sulla base dei dati del 2007 l’Italia assume una posizione intermedia nella classifica dei paesi europei, soprattutto grazie al primato per la diffusione di cellulari 3G.

Tuttavia è allarmante il dato relativo alla percentuale di popolazione che possiede le competenze di base per accedere ad internet: la quota di italiani capaci di navigare sul web è superiore solo a quella di bulgari, rumeni, greci e ciprioti. Questa scomoda verità in termini di digital divide culturale viene ribadita anche dal rapporto 2009 “Europe’s Digital Competitiveness Report” della Commissione Europea.

I dati più aggiornati a livello europeo sono quelli forniti dalla DG Information Society della Commissione europea nel rapporto “Digital Agenda Scoreboard 2011”. Nel corso del 2010 l’Italia ha fatto registrare un tasso di penetrazione delle banda larga pari al 22%, perdendo terreno rispetto alla media Ue, che si è spostata al 26,6%.

Un dato più interessante è quello che tiene conto delle caratteristiche tecniche della banda larga in termini di capacità di trasmissione dati. Se si guarda, infatti, alla percentuali delle linee che sono in grado di fornire una velocità di connessione superiore o uguale a 2 Mbps, l’Italia è tra gli ultimi sette stati membri con l’82% sul totale della rete nazionale (la media europea è vicina all’87%).

Opportunità
Questo scenario diventa ancora più negativo se si considerano le linee capaci di trasmettere a più di 10 Mbps: l’Italia in questo caso è al 26° posto tra gli Stati membri, con l’8,5% della rete (la media europea è circa il 40%), lasciando indietro solo Cipro. L’infrastruttura nazionale per il collegamento alla rete internet appare perciò tecnicamente carente e qualitativamente inadeguata a raccogliere le sfide lanciate dalla nuova economia digitale.

A un’offerta lacunosa corrisponde una domanda molto contenuta rispetto al resto dei paesi europei. In Italia meno del 59% delle famiglie dispone di un collegamento alla banda larga nella propria abitazione (quintultimo posto in Europa, media Ue superiore al 70%). Nel 2010 circa il 52% della popolazione nazionale si era collegata a internet tramite la rete Umts (3G), rispetto a una media europea del 74%. Questo ritardo è confermato anche nell’effettivo utilizzo di internet: il 41,2% degli italiani non ha mai usato il World Wide Web contro il 26,3% della media Ue.

Appare dunque un evidente divario sul piano della disponibilità e dell’utilizzo delle tecnologie Ict rispetto all’Europa. Se dal lato dell’offerta urgono dunque interventi di natura infrastrutturale volti a colmare il cosiddetto digital divide tecnico, appare anche decisiva, d’altro canto, la riduzione del digital divide culturale.

Sono dunque importanti azioni volte a favorire l’alfabetizzazione informatica e l’inclusione di ampie fette della popolazione nell’economia digitale. La diffusione della cultura informatica, come evidenziato proprio dal Pillar VII della Digital Agenda europea, assume un ruolo cruciale come strumento di coesione sociale e di crescita intellettuale della popolazione, con effetti che vanno potenzialmente anche al di là della crescita economica.

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