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Sicurezza e difesa

Un amaro bilancio

7 Dic 2011 - Michele Nones - Michele Nones

Quattro anni fa l’avvio della nuova legislatura aveva fatto sperare che anche nel campo della difesa si sarebbe avviato un radicale processo di riforma. L’obiettivo annunciato era di rendere più efficiente lo strumento militare, riducendone le dimensioni ad un livello sostenibile, liberandolo da inutili sovrastrutture, sburocratizzandone il funzionamento e assicurando quella continuità di finanziamenti che, seppur limitati rispetto agli altri partner europei, potevano consentire di pianificare l’indispensabile processo di trasformazione.

Per ottenere questo risultato servivano soprattutto tre cose: un forte, continuo ed esclusivo impegno da parte del nuovo ministro, un’adeguata attenzione ai problemi della difesa e della sicurezza da parte del governo e una conseguente volontà politica di realizzare i cambiamenti necessari.

Senza guida
Su questi tre fronti i risultati sono stati, a dir poco, deludenti. Con le importanti, ma purtroppo anche insufficienti eccezioni dei due sottosegretari alla difesa (in particolare l’on. Crosetto) e del sottosegretario alla presidenza, dott. Letta, nessun altro rappresentante del governo si è seriamente impegnato ad assicurare al nostro paese un sistema di difesa e sicurezza in grado di far fronte al nuovo scenario internazionale.

Molte decisioni potevano essere prese con costi limitati e sicuramente compensati dai risparmi che si sarebbero potuti realizzare. Ma la paura di ipotecare un futuro consenso elettorale e la scarsa volontà di impegnarsi seriamente e a tempo pieno hanno avuto il sopravvento.

Nemmeno la pressione esercitata dalla presidenza della Repubblica, con la regolare e più frequente convocazione del Consiglio supremo di difesa, è riuscita a richiamare l’attenzione del governo e spingerlo a definire ed attuare un’efficiente politica di difesa.

Basti ricordare l’incredibile vicenda della “Commissione di alta consulenza e studio per la ridefinizione complessiva del sistema di difesa e sicurezza nazionale” che, annunciata dal ministro della difesa al Consiglio supremo di difesa nel gennaio 2009 e istituita in aprile, è scomparsa nel giro di pochi mesi senza aver prodotto alcuna conclusione.

Le forze armate sono così rimaste per quattro anni quasi senza guida politica o con una guida senza autonomia decisionale. Tutto questo ha fatto incancrenire i problemi ed ha influito negativamente sulla stessa disponibilità delle forze armate ad affrontare le scelte dolorose e i sacrifici che si profilano.

Isolamento
Se, d’altra parte, l’attenzione politica era per la mini-naia o per l’impiego dei militari nelle varie operazioni “strade sicure” o “strade pulite”, con i soldati visti come metronotte o operatori ecologici (figure di tutto rispetto, ma la cui formazione non costa per fortuna decine di migliaia di euro), non ci si può meravigliare se siamo ancora al punto di partenza, e se anzi, a causa dei tagli delle spese e all’aumento dei costi, siamo tornati ancora più indietro.

A tutto ciò si somma, per diverse ragioni, un preoccupante e generalizzato isolamento internazionale del nostro paese anche in questo settore dove, invece, grazie all’alto spirito di sacrificio dei nostri militari, eravamo riusciti a conquistarci un credibilità e una stima inusuali.

Nella stessa Europa della difesa, dove in anni non lontani eravamo considerati interlocutori importanti e credibili, abbiamo perso gran parte del nostro ruolo e, conseguentemente, quasi ogni livello di responsabilità e visibilità. La vicenda libica ne è stata una chiara dimostrazione.

Ma anche la nostra scarsa presenza negli organismi europei (Servizio europeo di azione esterna, Agenzia spaziale europea) lo testimonia. Anche di fronte all’affermarsi di un asse anglo-francese nella difesa non siamo stati capaci di reagire e controproporre alcuna alternativa, salvo poi lamentarci e criticare l’arroganza dei nostri potenti vicini.

Per quanto riguarda l’industria della difesa, l’atteggiamento governativo è stato quanto meno ondivago. C’è stato un forte impegno della Difesa nel supportare le imprese all’estero, ma senza riuscire a mettere a sistema questa attività. Lo stesso coordinamento con l’attività diplomatica non è riuscito a diventare sistematico ed è rimasto troppo spesso episodico, mentre sul mercato internazionale ad essere premiata è soprattutto la continuità dell’intervento. Nel frattempo, dopo aver teorizzato l’inizio dell’era delle semplificazioni, non si è riusciti nemmeno a sfiorare il nostro rigido e burocratico sistema di controllo delle esportazioni.

Occasioni mancate
Si è persino sprecata l’occasione offerta dal recepimento della direttiva 2009/43 sulla semplificazione dei trasferimenti intra-comunitari di prodotti militari. Dopo aver approvato nel settembre 2010 un coraggioso disegno di legge delega di riforma della legge 185/90 sul controllo delle esportazioni, il governo, e più precisamente il sottosegretario agli esteri on. Scotti, ha finito col sacrificarne la maggior parte inserendolo nella legge comunitaria 2010 ancora oggi all’esame del Senato.

Siamo diventati così inadempienti rispetto alla prima scadenza del 30 giugno 2011 per il recepimento della direttiva e mancheremo sicuramente la seconda, il 30 giugno 2012, per renderla completamente operativa.

A parte la pessima figura in sede europea e il rischio dell’ennesima procedura di infrazione, finiremo col penalizzare le imprese italiane escludendole dal nuovo sistema europeo di controllo. Anche in questo caso si è così rinunciato, nell’indifferenza politica generale, ad una riforma a costo zero che avrebbe aiutato l’industria in questo difficile momento e aumentato la nostra integrazione nel mercato europeo.

In compenso siamo, però, riusciti ad aggiungere un nuovo adempimento a quelli già onerosi a cui devono sottostare le imprese. Per poter operare dovranno, infatti, produrre la certificazione anti-mafia anche dei proprietari, oltre che dei vertici aziendali: come se si trattasse di piccole imprese sconosciute o come se avessero una proprietà solo italiana! Un altro inutile e pesante carico di lavoro per l’amministrazione e, soprattutto, per le imprese.

Sarà divertente vedere come reagiranno i capi delle imprese estere (europee e americane) che, per via delle loro controllate operanti nel nostro paese, dovranno sottoscrivere questa dichiarazione italiana, allegando fotocopia leggibile dei loro passaporti, e sarà interessante vedere che cosa ce ne faremo di questi quintali di documenti. Ovviamente col rischio che al minimo ritardo o errore, l’impresa interessata non possa più esportare nemmeno un chiodo.

Priorità strategiche
Unica nota positiva di questo periodo è la trasposizione della direttiva europea 2009/81 sugli acquisti di prodotti di difesa e sicurezza. Non appena saranno definiti i due regolamenti l’Italia avrà così completato l’iter, accumulando solo pochi mesi di ritardo. Questa nuova disciplina introduce maggiore trasparenza e competizione nel procurement militare europeo e favorirà, quindi, una maggiore efficienza delle imprese. Quelle italiane dovrebbero poter così competere meglio negli altri paesi europei.

Non è stata, però, ancora finalizzata la definizione delle nostre aree strategiche chiave, che dovrebbero essere tutelate al fine di assicurare il mantenimento delle nostre aree di eccellenza tecnologica e industriale, parte integrante dell’European defence technological industrial base (Edtib). Senza questo strumento vi è anche il rischio di esporsi a nuove procedure di infrazione da parte della Commissione europea ed è, quindi, urgente una sua formale individuazione ed approvazione.

Nella stessa direzione dovrebbe andare anche la definizione di un sistema di controllo nei confronti di acquisizioni estere, e particolarmente extra-europee, di imprese italiane operanti nel campo della difesa e sicurezza.

L’integrazione del mercato europeo della difesa, con la conseguente internazionalizzazione delle imprese, deve essere riequilibrata con la messa a punto di nuovi strumenti in grado di continuare ad assicurare la tutela degli interessi nazionali, come fanno tutti i nostri competitori.

Ma il punto di partenza non può che essere il processo di trasformazione delle forze armate. Dobbiamo arrivare ad un rapporto virtuoso fra spese per personale, funzionamento e investimento. Le prime devono tornare al 40-45% contro l’attuale quasi 70%. Questo significa tagliare circa un quarto delle attuali dimensioni. Si può fare in un tempo ragionevole, anche senza eccessivi costi sociali, se ci sarà la necessaria attenzione e volontà. Il funzionamento deve tornare ad avere le risorse necessarie per garantire l’efficienza dello strumento militare. L’investimento, anche integrando risorse oggi allocate in altre poste di bilancio, deve essere alimentato con continuità e meglio pianificato.

Le forze armate sono perfettamente in grado di diventare uno strumento più efficace e sostenibile: devono soprattutto essere indirizzate ed aiutate a realizzare questo cambiamento.

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