IAI
Verso il Consiglio europeo

Quattro tappe per l’Italia nell’Ue

6 Dic 2011 - Antonio Puri Purini - Antonio Puri Purini

Alla vigilia del prossimo Consiglio europeo dell’8-9 dicembre, appare evidente che, dalla creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) nel 1950, nessun governo italiano si era mai trovato in una situazione così difficile in Europa. È come se tutti i nodi, interni ed esterni, fossero venuti al pettine in un drammatico intreccio aggravato dalla convinzione della comunità internazionale che l’Italia, per l’entità del suo debito pubblico e l’incuria della passata azione di governo, abbia avuto una responsabilità importante nell’aggravare la crisi dell’eurozona.

Svolta radicale
Il primo passo nel recupero di una politica seria in Europa, è dunque rappresentato dall’urgenza di misure economiche e finanziarie per abbattere il debito pubblico, allentare la pressione dei mercati, convincere i partner che il programma di risanamento è credibile e duraturo. Ma questo è solo l’inizio di un nuovo percorso europeo dell’Italia. Dopo la trasformazione della crisi dei debiti sovrani in una crisi sistemica dell’euro, nulla sarà come prima, sempre ammesso che questo pauroso dissesto venga imbrigliato. Bisognerà avere il coraggio di affrontare i problemi dell’Europa in maniera radicalmente diversa rispetto al passato.

Il Consiglio europeo sarà dunque decisivo per impedire non solo la disgregazione della moneta unica, ma anche per dare vita, attraverso una riforma dei Trattati, all’unione fiscale proposta dalla cancelliera Merkel.

Oggi, solo modifiche ai trattati consentono l’adozione di provvedimenti operativi (dagli eurobond al ruolo della Banca centrale europea, Bce) necessari a ricostruire la fiducia nell’eurozona.

La diversità di posizione fra il presidente francese Nicolas Sarkozy (dimensione intergovernativa) e la cancelliera tedesca Angela Merkel (rafforzamento delle istituzioni comunitarie nella logica sovranazionale) deve trovare una coraggiosa sintesi unitaria che tappi la bocca ai mercati e rappresenti una sicura volontà di presenza e di fiducia dell’Unione europea nel proprio futuro.

Il ruolo dell’Italia per favorire la sintesi fra Francia e Germania ed evitare una contrapposizione fra Nord e Sud dell’Europa potrà essere molto importante. Le posizioni prese dal nuovo presidente del Consiglio Mario Monti hanno confermato che l’interesse nazionale è saldamente ancorato al successo del progetto d’integrazione europea.

Non vi può essere solidità nella politica estera italiana senza partecipazione attiva al processo unitario europeo. Monti ha subito recuperato l’essenza dell’europeismo italiano, composto da un intreccio di pragmatismo ed idealismo, ha trovato il tono giusto per dialogare con la Merkel e Sarkozy.

Interesse europeo
L’euroscetticismo che aveva investito l’Italia negli ultimi dieci anni, fatta eccezione per la parentesi del governo Prodi, è stato spazzato via. Il nostro paese rimane profondamente europeista per tradizione storica, per vocazione, per interesse; quando un governo, come avvenuto con Berlusconi, modifica il percorso, può rallentare un processo, fare parecchi danni, ma non modifica questo dato di fatto.

Tuttavia, non basta voltare pagina. L’europeismo va anche visto in una prospettiva diversa: più profonda, più accattivante. Si tratta di mettere in chiaro che l’Italia intende promuovere un passo decisivo verso l’Unione politica, attraverso un governo comune dell’economia, una disciplina fiscale, meccanismi sanzionatori verso gli Stati che violano le regole.

Proprio perché in passato l’Italia è stata spesso incoerente e inaffidabile, le carte per ricostruire la fiducia vanno giocate subito e senza esitazioni. È importante che le modifiche dei Trattati indispensabili per aggiornare l’unione monetaria e creare l’unione economica vengano considerate come un adempimento necessario a rilanciare l’Unione europea.

Dovrebbe essere ben evidente che solo il soddisfacimento di queste condizioni consentirà di ottenere il via libera della Germania in materia di eurobonds e di accresciuto ruolo della Banca centrale europea.

Ritorno all’autorevolezza
Il ritorno dell’Italia alla coerenza e all’autorevolezza europea passa per almeno quattro tappe: l’attuazione degli impegni economici e finanziari assunti; il contributo a una posizione comune fra i paesi dell’eurozona (possibilmente anche a 27) ma senza illudersi: l’asse franco-tedesco rimarrà un pilastro dell’Unione europea; la sapienza di aiutare l’Europa a ritrovare un equilibrio istituzionale (fra sovranazionalità e cooperazione intergovernativa); la volontà di lavorare strettamente con la Germania, tenendo conto che un paese disposto a ulteriori rinunce alla propria sovranità rimane per forza europeista. È illusorio che tutto torni, come se nulla fosse, come prima.

Troppe sono state le tensioni accumulate, troppi gli interrogativi e le contraddizioni. Sarebbe bene meditare, per non ripeterli, sui madornali errori compiuti, affrontare con diverso senso di responsabilità e visione politica la sfida della modifica dei Trattati auspicata dalla cancelliera Merkel, entrare nell’ordine d’idee che l’Europa a due velocità costituisce una sfida e non una minaccia.

È infatti difficile immaginare che il divario fra l’eurozona e gli altri Stati membri venga colmato, che il Regno Unito o la Svezia accettino una disciplina fiscale comune, che la politica di allargamento dell’Unione europea prosegua come se non fosse successo nulla nei mesi trascorsi.

Via tedesca
È persino problematico immaginare che la Grecia rimanga nell’euro. Sarebbe pericoloso abusare della pazienza di un’opinione pubblica frastornata dalla complessità tecnica della crisi, sensibile al tema della legittimità democratica delle decisioni prese dai governi, incapace di comprendere perché mai l’Unione europea debba allargarsi ancora (dai Balcani alla Turchia), impaziente nei confronti delle istituzioni di Bruxelles, inquieta sul proprio futuro, diffidente verso i governi.

Per fare uscire l’Europa dalle pericolose secche in cui si è cacciata, il Consiglio europeo deve tracciare una strada che ci consenta d’affrontare il 2012 senza l’incubo di una nuova e devastante crisi finanziaria, aggravata dalle prospettive di una recessione.

L’anno che volge al termine è stato un “annus horribilis”. Al di fuori della gestione confusa e concitata della crisi finanziaria non è avvenuto nulla. Tutto langue in Europa: dal Mediterraneo alla Federazione russa; dalla difesa all’energia, all’immigrazione. Se deve esservi trasferimento di sovranità alle istituzioni di Bruxelles tanto vale che questo non avvenga secondo l’improvvidenza e l’imperizia del passato, ma con ben altri metodi e scopi ed abbracciando senza paura la cultura della stabilità proposta dalla Germania.

.