IAI
Rapporti transatlantici

La schizofrenia Usa verso l’Ue

16 Dic 2011 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica italiana è polarizzata sulle misure del governo Monti per far restare il paese nell’euro, anzi nella sua cabina di regia, e su ciò che detta cabina di regia, a cominciare dal cancelliere-regista Merkel, farà perché vi sia ancora un euro in cui restare, il segretario americano del Tesoro ha recentemente compiuto un giro delle chiese europee proprio nel bel mezzo della settimana cruciale per il futuro dell’Ue.

Quale messaggio ha portato Timothy Geithner? Il presidente Obama “gradirebbe vedere i leader europei agire con più coraggio, più prontezza e più decisione”, come dice il suo ambasciatore presso l’Ue, William Kennard. E il perché di tanta e ansiosa pressione? Perché, secondo le parole di un official dell’amministrazione citato dal Washington Post del 2 dicembre scorso (anonimo in questo caso), “quel che incide di più nel determinare la salute dell’economia e la creazione di posti di lavoro negli Stati Uniti è ciò che succede in Europa”.

Neanche un dollaro
Nello stesso tempo è frequente sentirsi dire, in quel di Washington, come non sia pensabile che anche un solo dollaro del contribuente americano venga usato, o anche solo reso disponibile, per alleviare le difficoltà di liquidità dei paesi europei, i quali, si afferma, nel loro complesso hanno ampiamente modo di farvi fronte da soli. Neppure per il tramite del Fondo monetario internazionale, si aggiunge, di cui gli Stati Uniti rimangono pur sempre il maggior azionista. Lo dicono ambienti vicini al governo, magari con la precisazione che comunque simili ipotesi si scontrerebbero con il No del Congresso, che essendo a maggioranza repubblicana, vicino al governo non è – e non lo sarà verosimilmente ancora per almeno un anno.

Premesso che gli americani hanno ragione di attendersi una risposta incisiva, coesa e finalmente in linea con i tempi da parte dell’Ue – non chiedono la stessa cosa molti europei? – e di affermare che le risorse disponibili non sarebbero poi lontane da quelle necessarie, sempre che si compiano i passi necessari a liberarle, resta che il loro comportamento verso la crisi dell’euro riflette una più generale schizofrenia di atteggiamenti nei confronti dell’Europa. Ne abbiamo avuto già un esempio in materia di cosiddetta, sperata primavera araba. In particolare di quel capitolo di essa che ha richiesto un intervento esterno, il capitolo libico.

Cieli libici
L’intervento in Libia è nato dall’iniziativa di Parigi e Londra e ha così marcato una netta differenza da un precedente caso di abbattimento di un autocrate, l’allora presidente serbo Slobodan Milosevic (1999), che dagli Stati Unti era stato ripetutamente rinfacciato agli stati europei, incapaci di agire perfino nel loro cortile di casa. In questa occasione l’azione prima diplomatica e poi militare in aiuto ai ribelli di Bengasi ha raggiunto il triplice obiettivo di avere la benedizione dell’Onu, di operare attraverso la Nato e di coinvolgere anche attori arabi. Ed è stata coronata da successo.

Ad essa non è mancato l’appoggio sostanzioso dall’amministrazione Obama, non senza qualche esitazione tuttavia, tradotta poi nella ben nota formula del “leading from behind”, guidare da dietro, un ossimoro in odore di schizofrenia, appunto. Certo, in mancanza del contributo militare Usa, in particolare in termini di hardware, le cose si sarebbero messe male per la composita coalizione internazionale, come il precedente segretario alla difesa Usa, Robert Gates, ha fatto vivacemente rilevare in corso d’opera, poco prima di lasciare il suo incarico. Rimane che delle “sortite” aeree verso i cieli libici, solo un quarto sono state compiute dall’aviazione americana, mentre per il Kosovo nel 1999 si parla di nove su dieci.

Ripetiamolo: il lamento tradizionale per l’insufficiente contributo europeo alla sicurezza strategica, a cui si aggiunge adesso quello relativo alla stabilità finanziaria internazionale, non è certo ingiustificato. Né appare infondata la crescente preoccupazione per le ambiguità tedesche, se le reticenze attuali del governo di Berlino sull’euro sono messe in fila con i voti da esso espressi al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Voti diversi da quelli degli altri paesi occidentali e in sintonia invece con Cina, India e Brasile, così da accreditare su entrambe le rive dell’Atlantico ipotesi di giri di valzer con le potenze emergenti.

Ma non è questo il tema della presente nota, per quanto importante esso sia. Qui si vuole suggerire che l’attivismo delle esortazioni e delle pressioni riservato dagli americani ai loro alleati europei, se associato a reticenza rispetto a decisioni e interventi comuni, sembra denotare debolezza più che altro da parte del presidente.

Ansia da declino
Debolezza internazionale innanzitutto. È discorso quotidiano nell’amministrazione, e nella intelligentzia che la circonda, constatare che gli Stati Uniti, pur restando al vertice della piramide delle potenze della terra, sono in declino relativo in un contesto caratterizzato da multipolarismo interdipendente. E che in esso hanno bisogno di partner. Sulla tipologia dei quali però il discorso tende a confondersi, perché non è chiaro se le priorità siano legate più ai rapporti di forza, anche là dove essi sono suscettibili di essere di rivalità anziché di partnership, o a rapporti di alleanza, anche là dove questi sono percepiti come insufficienti.

La prima opzione comprende ovviamente la Cina e gli altri grandi paesi emersi o emergenti, con cui gli Stati Uniti devono sviluppare relazioni di primaria importanza, nutrendo tuttavia un’incertezza di base circa la misura della loro condivisione degli orientamenti e delle strutture, che il liberalismo occidentale a guida americana ha generato in più di mezzo secolo. Altrettanto ovviamente la seconda opzione riguarda i paesi europei, che in genere per primi vengono menzionati negli elenchi ufficiali dei partner, per affinità di vedute, certo, ma oggi ancor di più per l’elevata interdipendenza prima vista.

Qui l’incertezza dei governanti americani è relativa al grado di condivisione con essi delle decisioni, oltre che dei problemi, anche se ciò comporta degli adattamenti della propria condotta internazionale. Se gli europei, una volta più responsabilizzati, saranno più coesi ed efficaci è parte della questione che qui non è trattata. L’ipotesi che una maggiore condivisione possa conferire più efficacia alle pressioni di Obama e dei suoi ministri nei confronti delle Germania e di noi altri del Vecchio Continente invece lo è.

Atmosfera avversa
L’ipotesi di una migliore concertazione fra Stati Unti e paesi europei porta a considerare la debolezza interna dell’amministrazione in carica, particolarmente in questi dieci mesi o poco più che ci separano dalle elezioni presidenziali. Anche dopo quella che appare un’uscita di scena delle candidature più caricaturali nella corsa alla nomination nel partito repubblicano, la polarizzazione politica resta elevata e questo ha, e avrà, due conseguenze negative riguardo al tema qui in esame.

Una è generale e deriva dalle difficoltà che incontra il tradizionale consenso bipartisan sulle maggiori questioni di interesse nazionale. La politica estera è stata in passato terreno privilegiato per la realizzazione di un tale consenso, ma le prospettive non sono brillanti oggi, alla luce dell’insuccesso di un’intesa fra Casa Bianca e Congresso su un bilancio mirato alla riduzione del debito.

La seconda conseguenza riguarda più specificamente l’Europa. Nel linguaggio propagandistico degli aspiranti repubblicani alla presidenza, i nostri stati sono i paradigmi di quello che loro intendono eliminare una volta eletti. “Socialista” ad “europeo” sono aggettivi quasi sinonimi e ricorrenti per descrivere l’abisso verso il quale il paese sta precipitando con la guida attuale. Recentemente, parlando a una cena dei suoi finanziatori dell’Iowa, Newt Gingrich spiegava che la differenza fra americani ed europei è che i primi sono cittadini e i secondi sudditi – sudditi, intendeva, di governi voraci e invadenti.

Questa retorica raramente riguarda la politica estera per sé e non necessariamente influirà molto sui rapporti transatlantici nell’eventualità di un cambio di presidenza. Ma entra nel discorso quando, come adesso, le conseguenze dell’interdipendenza economica sono così evidenti, e soprattutto genera un’atmosfera avversa, un motivo di costrizione per quella in carica, per le settimane e i mesi a venire. È bene averlo presente.

.