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Transatlantic Trends Immigration 2011

La deriva xenofoba non è un destino

16 Dic 2011 - Ferruccio Pastore - Ferruccio Pastore

La pubblicazione dei risultati della quarta edizione del sondaggio d’opinione comparativo Transatlantic Trends on Immigration 2011 (TTI), realizzato dal German Marshall Fund of the United States (Gmfus) con il sostegno della Compagnia di San Paolo e di altre fondazioni europee e nordamericane, stimola qualche riflessione sul rapporto, complesso e decisivo, tra opinione pubblica e decisione politica in materia di immigrazione.

È difficile negare che, in pochi altri settori come in questo, gli orientamenti del pubblico, rilevati o presunti, condizionano l’elaborazione e l’attuazione delle politiche. La domanda “come si forma l’opinione dei decisori sull’opinione pubblica?” acquista quindi un’importanza cruciale. Scarseggiano, purtroppo, gli studi approfonditi su questo nodo della democrazia contemporanea; si può tuttavia affermare, in via preliminare, che le basi di conoscenza di cui i decisori si avvalgono per “leggere” l’opinione pubblica sull’immigrazione sono complessivamente assai fragili: nella migliore delle ipotesi qualche rilevazioni spot, ma più spesso solo assunti generici di natura preconcetta.

In particolare – seguendo con regolarità il discorso politico su questi temi – si ha l’impressione che l’opinione dominante dei politici sull’opinione pubblica in tema di immigrazione sia segnata da una pesante dose di negatività e passività. L’ostilità agli immigrati viene spesso presentata come una spirale che si avvita irreversibilmente in senso negativo, e come tendenzialmente sconnessa dalla realtà. La percezione della contrarietà all’immigrazione come una sorta di tara sociale, sostanzialmente incurabile, aleggia nel discorso politico, non solo di destra, generando un atteggiamento prevalente di pessimismo e conseguente passività in merito alla possibilità di ottenere (o non perdere) consenso facendo politiche di segno positivo sull’immigrazione.

I dati del TTI 2011, messi a confronto con quelli delle annate precedenti e con alcuni altre rilevazioni simili,sembrano fornire alcuni solidi argomenti contro questa rappresentazione apodittica e talvolta quasi mitica delle tendenze dell’opinione pubblica in materia di immigrazione.

Eclisse dell’emergenza
Guardiamo prima brevemente alla percezione che – secondo il TTI – gli italiani avevano della rilevanza della questione immigrazione nell’estate del 2011 (il questionario è stato somministrato tra agosto e settembre), una stagione in cui peraltro le potenziali fonti di allarme, con la forte mediatizzazione degli sbarchi dal Nord Africa in tumulto, non mancavano.

Come si vede dal grafico sottostante, l’immigrazione non figurava certo tra le priorità percepite dagli italiani. Anzi, si accentuava una tendenza alla perdita di salienza già nettamente affiorata nei due anni precedenti. La stessa eclisse progressiva della “emergenza immigrazione” è confermata – sebbene a partire da livelli originari di allarme più alti – dai dati di un altro sondaggio, realizzato periodicamente dall’agenzia Swg, sulle preoccupazioni degli italiani, il cui ultimo round risale a ottobre 2011 (Fonte: La Repubblica, Il Venerdì, 9 dicembre 2011 Check).

Come si spiega questa perdita di rilevanza della questione immigrazione nella percezione degli italiani? Mi pare che si possano formulare tre ipotesi principali, non mutuamente esclusive. La prima, abbastanza ovvia alla luce dei dati presentati nel grafico, è che l’esplosione delle ansie di natura economica, esacerbate alla crisi, abbia offuscato altre presunte emergenze, oggi decisamente meno tangibili. Chiodo schiaccia chiodo, insomma.

Una seconda ipotesi è che si sia attenuata l’enfasi politico-mediatica sulla immigrazione come problema. Anche questo è forse, in parte, un effetto indiretto della crisi. Ma sembra di dover registrare anche un fattore più squisitamente politico: nella seconda fase del IV governo Berlusconi, la maggioranza ha visibilmente ridotto l’enfasi sulla “securitizzazione”, per ovvie ragioni legate al rendimento politico decrescente, o addirittura nullo di tale strategia, in un quadro politico dove il ministero degli interni era guidato dalla Lega Nord, forza politica che più aveva investito in passato sul binomio immigrazione-sicurezza in chiave di consenso.

En passant, va rilevato che questo parziale cambio di strategia politica e comunicativa da parte della passata maggioranza non ha impedito che, almeno stando al TTI 2011, il grado di insoddisfazione degli italiani per l’operato del governo in materia di immigrazione, già ai minimi europei negli anni precedenti, sia ulteriormente cresciuto fino a un poco lusinghiero 83%.

In terzo luogo, la perdita di importanza percepita della questione immigrazione da parte degli italiani potrebbe avere a che fare con fattori oggettivi, come per esempio la flessione nel volume dei flussi in ingresso registrata negli ultimi anni e accentuatasi nel 2010. Può darsi, in effetti, che l’opinione pubblica registri già questo rallentamento del processo migratorio, ma non bisogna esagerarne l’impatto sulle percezioni, perdendo di vista il fatto che l’Italia rimane, nonostante la violenza della crisi, il paese europeo in cui gli ingressi legali dall’estero sono in assoluto più numerosi.

Immigrati sovrastimati, non a caso
Come notato all’inizio, tra i decisori, non solo in Italia, sembra spesso prevalere una visione pessimistica dell’opinione pubblica sull’immigrazione, come se questa fosse irrimediabilmente inquinata da una irrazionalità di fondo e da un’irriducibile impermeabilità all’informazione corretta, e persino all’esperienza concreta.

In effetti, un dato del TTI sembra confermare, ma solo a uno sguardo superficiale, questa convinzione. Mi riferisco alla sistematica sovrastima che – come si vede dal grafico sottostante – gli intervistati operano circa la percentuale di immigrati stranieri presenti legalmente nel paese (e, sebbene in misura meno clamorosa, anche nella propria città, come emerge da una domanda aggiunta nel 2011).

Se però affianchiamo i dati TTI ai risultati preliminari di una survey realizzata nello stesso periodo da Fieri in due quartieri torinesi (San Paolo e Barriera di Milano) nell’ambito del progetto “Concordia Discors”, il quadro assume toni in parte diversi.

Anche gli abitanti dei due quartieri torinesi sovrastimano l’immigrazione, ma non in maniera casuale. Vivendo a Torino, dove la presenza straniera è più alta che in Italia considerata nel suo complesso, non è sorprendente che essi proiettino la propria esperienza concreta a livello nazionale e stimino quindi una presenza in Italia ancora più elevata di quella percepita dagli intervistati TTI (grossomodo un terzo della popolazione totale per i primi, contro un quarto circa per i secondi).

In maniera simile, non deve stupire che gli abitanti di Barriera di Milano sovrastimino la presenza straniera nel quartiere, in maniera molto più accentuata (44,3% della popolazione totale, contro un valore effettivo del 29%) di quanto non facciano gli abitanti di San Paolo, dove la quota di abitanti stranieri è effettivamente molto più bassa (29,3% è la stima,a fronte di una presenza reale intorno al 14%).

Quali conclusioni si possono trarre da questa rapida analisi di alcuni dei risultati della ricchissima indagine realizzata dal German Marshall Fund, messi a confronto con alcune delle evidenze scaturite da altre rilevazioni recenti?

Il primo dato importante è che, a differenza di quanto accadde negli anni Trenta, ma anche in forme diverse e meno estreme negli anni Settanta del secolo scorso, questa volta la crisi non ha generato un’ondata di ricerca di un capro espiatorio (scapegoating) verso gli immigrati. L’estensione e la gravità del terremoto economico e finanziario hanno disinnescato, salvo poche e marginali eccezioni, ogni tentazione di imputare la crisi agli immigrati o di presentare la riduzione degli stock di immigrati come una ricetta di per sé efficace a contenere la crisi.

Il fatto che la questione immigrazione, invece di arroventarsi, si raffreddi in una contingenza grave come quella che stiamo attraversando, dimostra come la crescita della xenofobia non sia un destino ineluttabile né un trend irreversibile. Può apparire ovvio, ma spesso lo si dimentica (o non lo si vuole ricordare): la percezione dell’immigrazione cambia al cambiare del contesto e, in particolare, il tono del discorso politico-istituzionale incide in misura decisiva.

In secondo luogo, il veloce confronto proposto, tra i dati TTI e quelli di Concordia Discors, suggerisce come la percezione dell’immigrazione non sia affatto scissa dall’esperienza concreta. Un clima di ansia intorno al tema immigrazione porta ad esagerazioni anche clamorose del dato reale, ma anche le esagerazioni sono ancorate a un substrato reale, che appare collegato all’esperienza concreta che ciascuno ha del fenomeno migratorio nel territorio di residenza.

Ma se non siamo del tutto teleguidati, se contano il vissuto quotidiano e il contesto urbano, esiste un margine di influenza per politiche che affrontino i nodi concreti da cui, almeno in parte dipende, l’orientamento sull’immigrazione. Ancor più dopo gli assordanti campanelli di allarme dell’assalto all’insediamento rom della Continassa e del terrificante raid di Firenze, l’inazione su questo versante non sarebbe tollerabile.