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Patto a 26 contro la crisi

Arrivederci Londra

11 Dic 2011 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Un patto a 26 per salvare l’euro e tenere in piedi, se non proprio insieme, l’Ue. Al Vertice di Bruxelles, i leader dei 17 paesi dell’eurozona, quelli che adottano l’euro, più altri sei (Polonia, Danimarca, Lituania, Lettonia, Bulgaria, Romania) trovano l’accordo su un patto di bilancio che rafforza la governance economica dell’Unione europea contro gli attacchi della speculazione finanziaria. Altri tre paesi, Svezia, Repubblica Ceca e, con più riluttanza, Ungheria del governo Orban, con venature nazionaliste e anti-liberali, sottoporranno l’intesa ai parlamenti nazionali, prima di aderirvi. Resta fuori la Gran Bretagna.

Rigore e solidarietà
I paesi che ci stanno recepiranno l’obbligo del pareggio di bilancio, con lo scarto massimo dello 0,5%, nelle rispettive normative nazionali; faranno partire prima del previsto, a luglio 2012, il fondo salva Stati, con il supporto tecnico della Banca centrale europea (Bce); finanzieranno per 200 miliardi di euro il Fondo monetario internazionale (Fmi); adotteranno sanzioni automatiche, in caso di violazione degli impegni; e lasceranno fuori i privati, cioè la banche, dalle ristrutturazioni del debito.

Il no britannico non impedisce al cancelliere tedesco Angela Merkel, che vede accettata la sua linea ‘prima il rigore, poi la solidarietà’, di parlare di “un buon accordo” per l’euro. E il presidente della Bce, Mario Draghi, cui si deve l’espressione ‘fiscal compact’, cioè patto di bilancio – il premier italiano Mario Monti lo elogia per la trovata lessicale – giudica molto buono per l’eurozona il risultato conseguito: “farà da base per una maggiore disciplina nelle politiche economiche dei paesi membri”.

La regola – recita il testo dell’intesa – “sarà introdotta nei sistemi giuridici nazionali a livello costituzionale o equivalente” e “conterrà un meccanismo di correzione automatico, che scatterà in caso di deviazione” dagli impegni assunti. Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, ammette che sarebbe stato meglio se l’intesa fosse stata trovata all’insegna dell’unanimità, ma sostiene che il patto rappresenta, comunque, un “passo importante” per i paesi che l’hanno sottoscritto e che s’impegnano ad onorarlo fin d’ora, nonostante non vi siano “vincoli giuridici”, in attesa di una modifica dei Trattati che dovrebbe avvenire entro marzo, in tempi cioè strettissimi per i riti comunitari.

Nebbia oltre la Manica
A chi chiede se le decisioni di Bruxelles siano sufficienti a salvare l’euro, Monti, che ama l’undestatement, risponde: “Può darsi che tutto questo non basti, ma non mi pare il Vertice dei fallimenti”. Il presidente dell’eurogruppo Jean-Claude Juncker, che alla vigilia diceva “meglio un accordo a 17 che un fallimento a 27”, giudica la decisione britannica di restare fuori “non buona né per l’Ue né per Londra”, ma aggiunge: “Questo non è di sicuro l’ultimo Vertice europeo sulla crisi”.

Ce n’è già uno in programma a marzo, ma la Merkel suggerisce un calendario di lavoro serratissimo agli altri leader: “Nei prossimi sei mesi, ci riuniremo una volta al mese”, perché “c’è ancora molto da fare sul fronte della crescita e dell’occupazione e abbiamo solo cominciato un lungo cammino”. La presidenza di turno danese, che dal primo gennaio darà il cambio a quella polacca, è avvertita. A giugno, il presidente della Commissione José Manuel Barroso e Van Rompuy presenteranno un rapporto sugli eurobond: oggi, alla Germania l’argomento non piace; fra sei mesi, chissà.

Con la Gran Bretagna, è un arrivederci. O, forse, un addio. Senza darsi la mano, perché il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico David Cameron neanche si salutano, a fine lavori: Cameron allunga la mano, poi ripiega su una pacca sul braccio, visto che l’altro non fa un gesto. Ma è un commiato senza lacrime. La cartina di tornasole dell’integrazione europea è (quasi) infallibile: se Londra non ci sta, se esita, se si chiama fuori, salvo poi ripensarci quando vede che le cose girano nel verso giusto, vuol dire che la direzione presa è quella di un rafforzamento dell’integrazione.

E poco importa, almeno per ora, che il metodo adottato per andare avanti sia intergovernativo e non comunitario: quel che conta, adesso, è tirarsi fuori dalla crisi del debito, che minaccia l’euro e l’Unione.

I puristi dell’europeismo storcono il naso; ma se l’Unione va avanti, ci sarà spazio domani per il metodo comunitario e le ambizioni federaliste. Se si smonta, no.

Italia in pista
L’Unione con dentro la Gran Bretagna è forse finita, dopo una parentesi di ambiguità durata quasi 40 anni. E sono forse definitivamente caduti due tabù già violati in passato, ma che facevano ancora velo all’integrazione: quello dell’unanimità, per cui o si decide tutti insieme o non si decide; e quello di un’Europa blocco compatto, soppiantata – è l’analisi di Sarkozy – dalle due o più velocità, con un mosaico d’iniziative. Del resto, alcune tappe di grande successo della costruzione comunitaria sono partite lasciandosi inizialmente qualcuno indietro (e sempre la Gran Bretagna): Schengen, Maastricht, l’euro.

Il problema, oggi, non è che Londra resti fuori. Il problema è se le conclusioni del Vertice di Bruxelles e il patto di bilancio bastino ad arginare e superare la crisi del debito: i tempi sono stretti – di qui a marzo, per mettere in bella copia accordi appena tratteggiati – la pressione dei mercati e dei partner è fortissima. I primi echi sono positivi: borse su, spread giù – ma sono dati labili; e la Casa bianca, che da settimane mette fretta, avalla l’esito del Vertice, senza badare alla diserzione britannica, ma nota che “resta del lavoro da fare”.

Al tavolo delle trattative, la Merkel e Sarkozy non sono più soli a menare la danza: forte d’una ritrovata credibilità (la manovra è piaciuta, ai leader dell’eurozona), l’Italia di Monti ha già riavuto il suo posto tra i grandi paesi fondatori. La via del Patto di Bilancio passa,a gennaio, per un nuovo Vertice triangolare, a Roma, tra Francia, Germania e Italia.

Rimasto isolato, il premier conservatore David Cameron finisce sotto tiro: la stampa non lo critica perché ha detto no, ma perché non ha trovato appoggi e alleati. Arrivato a Bruxelles brandendo l’arma del veto, il premier s’è accorto che la sua ascia era spuntata: poteva bloccare un’intesa nell’ambito dei Trattati, non un’intesa extra Trattati. Del resto, le critiche su Cameron sarebbero state peggiori se avesse detto sì. L’emulo della Thatcher, la ‘dama di ferro’ che paralizzò per quattro anni, dal 1980 al 1984 l’allora Comunità perché voleva riequilibrare il dare ed avere di Londra sul bilancio della Comunità economica europea (Cee), rischia il gelo nei rapporti con Francia e Germania. Ma, questo, ai britannici, in fondo, piace: loro leggono quel 26 a 1 come “il Continente è isolato”.

Ma, per uno che sbatte la porta, lasciandosela però aperta dietro, ce ne sono altri che stanno per entrare: la Croazia firma il Trattato di adesione e diventerà il 28º Stato il primo luglio 2013, pronta a mettersi in coda per l’euro; e l’Islanda sta per concludere i negoziati; mentre la Serbia scalpita per iniziarli (ma dovrà aspettare fino a marzo per vedersi riconosciuto lo statuto di candidato all’adesione).

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