IAI
Penisola araba

Trasformismo saudita

28 Nov 2011 - Elena Maestri - Elena Maestri

La scomparsa del principe ereditario dell’Arabia Saudita, l’ottantenne Sultan ibn Abd al-Aziz, lo scorso ottobre, ha riportato l’attenzione di molti osservatori internazionali sulla delicata questione della successione nel regno. La rapida nomina a principe ereditario di Nayif ibn Abd al-Aziz, potente ministro degli interni, era data per scontata nel paese ed ha portato ad una altrettanto prevedibile ridistribuzione di cariche e poteri, tesa a garantire una serie di equilibri familiari e a prevenire conflittualità in seno alla famiglia Al Saud.

Gruppo di potere
Inalterata e riconfermata appare l’influente posizione del gruppo dei figli che Abd al-Aziz ebbe da Hussah bint al-Sudayri – i cosiddetti sette Sudari – rimasti ormai in cinque, dopo la scomparsa anche di Sultan, dopo re Fahd. Nayif e il suo probabile successore, Salman, appartengono a questo stesso gruppo, che, comunque, in questi anni di regno del fratellastro Abdullah, non ha mai rinunciato al sostegno delle esigenze di riforma politica avanzate dal sovrano.

Il rafforzamento dei poteri del principe ereditario Nayif, ben noto per la sua propensione a ragionare più in termini di sicurezza del sistema piuttosto che di apertura, suscita qualche perplessità negli ambienti più islamico-riformisti sauditi. Ma il pragmatismo riconosciuto a Nayif da più parti, in questo momento può forse aiutarlo a proseguire sulla linea seguita finora da re Abdullah, legando sicurezza e stabilità alla sostenibilità del sistema negli anni a venire.

Anche per il Regno saudita le qualità e la responsabilità della leadership giocano un ruolo cruciale, che si ripercuote direttamente anche sul contesto socio-economico del paese e, dunque, sulle relative dinamiche aggregative e disgregative della società saudita, così come, ad esempio, il fattore “Islam”. Quest’ultimo continuerà senza dubbio ad avere una sua inevitabile centralità in un processo di trasformazione che, per quanto gestito con cautela, appare sempre più irreversibile.

Transizione inevitabile
Il dinamismo politico dimostrato da re Abdullah anche negli ultimi mesi rinvia certamente all’arduo sforzo di continuare sulla strada di una istituzionalizzazione e modernizzazione “equilibrata” del sistema, riconosciuta come sempre più irrinunciabile anche dalle forze più conservatrici del paese, di fronte agli eventi della “primavera araba” e alla grave instabilità che ne è conseguita in buona parte della regione.

La consapevolezza di una transizione inevitabile, che non può prescindere da un processo di ristrutturazione interna, sembra mantenersi viva in Arabia Saudita e, forse, è davvero destinata a porre le premesse di un’evoluzione interessante, considerando anche il recente riconoscimento dei diritti politici alle donne.

La piena compatibilità con i valori islamici e la shari‘ah resta ovviamente un punto fermo, a garanzia di una capacità del paese di non lasciarsi travolgere dall’adozione di modelli esterni e, nel contempo, di rispondere alle difficili sfide di “un’epoca che non lascia spazio agli indecisi e ai riluttanti”, per usare le parole del re stesso.

In questa prospettiva acquistano un senso più profondo sia gli ultimi decreti regi relativi alla separazione e scomposizione dei poteri in importanti ministeri, sia la rapida convocazione da parte del sovrano della commissione della bay‘ah (contratto), organo composto da non più di 35 membri di nomina regia, scelti tra i figli e i nipoti del fondatore del regno.

Istituita nel 2006 da Abdullah, la commissione è volta ad istituzionalizzare la successione ereditaria sulla base di una normativa molto precisa e dettagliata. In seguito alla scomparsa di Sultan, essa è stata per la prima volta chiamata ad avallare la designazione del principe ereditario. Dal successore dell’attuale sovrano in poi essa sembra altresì destinata ad assumere un ruolo decisivo in caso di incapacità del re: sulla base di un referto medico, è infatti autorizzata a sancire il trasferimento dei poteri al principe ereditario designato.

Rilancio della Lega araba
La nomina a ministro della difesa di Salman, ex-governatore di Riyadh, si è accompagnata ad un ricambio generazionale in alcune posizioni ministeriali chiave, sia alla difesa sia agli interni, che acquista un rilievo non indifferente nella difficile fase che sta attraversando il mondo arabo.

Sullo sfondo di una crescente instabilità regionale, il paese ha cercato di prendere posizioni ampiamente condivise in seno al Gulf Cooperation Council (Gcc). All’interno del Gcc è emersa una nuova decisiva convergenza Arabia Saudita-Qatar, a sostegno di un pieno ripristino della sicurezza e della sua salvaguardia nel vicino Bahrein e di un ruolo più dinamico del Gcc nelle sue relazioni con il resto dei paesi arabi, dalla Libia allo Yemen alla Siria.

Arabia Saudita e Qatar hanno così cercato di dare anche alla Lega araba quell’incisività che non è riuscita mai ad avere di fronte alle crisi, suscitando peraltro anche sospetti e riserve, nel Mashriq e nel Maghrib, di fronte a un possibile ruolo guida degli arabi del Golfo.

L’intricata situazione yemenita, in cui il tentativo di mediazione del Gcc è stato portato avanti tra grandi difficoltà, pare ora lasciare intravedere nuove prospettive con la firma, a Riyadh, di un accordo per il trasferimento dei poteri tra i leader dell’opposizione e il presidente Ali Abdullah Saleh.

È certamente un importante passo in avanti, che, tuttavia, rappresenta ormai solo un tassello nel quadro sempre più drammatico e intricato di un mondo arabo in cui restano aperte numerose sfide: dall’evoluzione della situazione nella “Libia liberata”, alla sempre più inquietante instabilità dell’Egitto, alla crescente tensione con il regime di Bashar al-Asad, culminata con la sospensione della Siria dalla Lega araba e con il saccheggio dell’ambasciata saudita a Damasco.

.