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Crisi italiana

La scommessa Monti per salvare l’Euro

14 Nov 2011 - Marcello Messori - Marcello Messori

Il passaggio dall’autunno all’inverno del nostro scontento è stato causato dall’incapacità del governo Berlusconi di arginare l’annunciata caduta nel baratro dell’economia italiana, ed è stato peggiorato dai risultati deludenti ottenuti nelle riunioni dei principali organismi internazionali, che si sono svolte fra la seconda metà di ottobre e i primi di novembre. In tale quadro, il drammatico aggravarsi della crisi del nostro paese rischia di spingere le economie avanzate verso una nuova recessione e di minare la stessa sopravvivenza dell’Unione economica e monetaria (Uem).

In questi giorni il presidente del Consiglio incaricato Mario Monti sta svolgendo le consultazioni che dovrebbero sfociare a breve nella costituzione di un nuovo esecutivo. L’indiscussa autorevolezza del candidato e l’alto profilo di un eventuale governo, da lui presieduto, rappresentano l’ultimo appiglio perché l’Italia possa riemergere dal baratro e perché la crisi europea del debito sovrano possa allentarsi. Anche in tale scenario favorevole, sia in Italia che nell’Uem i problemi da affrontare e da risolvere restano comunque di enorme portata.

Commedia all’italiana
Le tensioni sul debito sovrano italiano, le connesse difficoltà di raccolta delle nostre banche e i rischi di stagnazione della nostra economia hanno superato le più pessimistiche previsioni. Già all’inizio di aprile 2011 i nuovi aumenti nei differenziali di rendimento fra i titoli del debito pubblico dei paesi periferici e quelli tedeschi indicavano che, dopo il tracollo greco e la crisi di Irlanda e Portogallo, le tensioni avrebbero investito l’Italia e la Spagna; pertanto, le irrealistiche dichiarazioni del nostro governo circa le promettenti prospettive economiche nazionali ne hanno minato la credibilità.

La difficile realizzabilità e il potenziale recessivo di molte misure, contenute nelle due successive manovre di inizio luglio e di metà agosto, hanno aggravato la negativa percezione dei partner europei rispetto alla credibilità dell’Italia. La definitiva caduta della reputazione del paese sulla scena internazionale va però addebitata all’imbarazzante “commedia all’italiana” che ha portato alla revisione delle decisioni di metà agosto, alla nuova manovra di inizio settembre e alle promesse non mantenute di rapidi provvedimenti a sostegno della crescita. Il deflagrare autunnale della crisi economica italiana e Il sostanziale commissariamento delle nostre policy da parte dell’Uem, della Banca centrale europea (Bce) e del Fondo monetario internazionale (Fmi) sono la conseguenza di queste macchie indelebili.

Offerta e domanda
Una situazione così degradata risulta reversibile solo se si reagisce in modo sollecito e con segnali netti. Il nuovo governo dovrà porre in atto interventi che sappiano arginare l’emergenza e tranquillizzare i partner internazionali nel brevissimo periodo, ma che aprano anche prospettive sistematiche di cambiamento nel breve-medio periodo. Nel brevissimo periodo si tratta di rendere realizzabile il duplice obiettivo del consolidamento del bilancio pubblico, nei termini e nei tempi concordati con l’Uem, e del graduale orientamento dell’economia italiana verso una prospettiva di crescita, con impegni meno generici di quelli finora avanzati.

In un’ottica più sistematica, si tratta di selezionare quei tagli di spesa e quella redistribuzione delle varie voci del bilancio pubblico che sono compatibili con il pareggio di bilancio nel 2013, ma che hanno effetti espansivi o almeno neutri anziché recessivi; e si tratta di selezionare pochi ambiti prioritari di intervento che possano stimolare più concretamente la crescita.

A tale riguardo ritengo che, contrariamente a quanto vale a livello europeo e internazionale, nel caso italiano i più stringenti ostacoli per più positive prospettive di crescita siano posti da vincoli di offerta piuttosto che da vincoli di domanda; resta il fatto che la nostra economia potrà realizzare una crescita robusta solo se allenterà gradualmente ambedue i vincoli. Un risultato del genere è perseguibile solo se si ottiene un sensibile incremento nella produttività del lavoro e nella produttività totale dei fattori e un parallelo adeguamento salariale.

Una priorità consiste quindi nel rimuovere le “esternalità”, che incidono negativamente sulle scelte di riorganizzazione innovativa delle imprese, e nel selezionare e riallocare gli incentivi a favore delle imprese con il maggior potenziale innovativo. La realizzazione delle innovazioni induce, peraltro, cambiamenti e processi di “distruzione creatrice” delle imprese che, nel breve termine, possono avere un impatto negativo sull’occupazione, specie se si parte da una situazione di stagnazione. È quindi necessario minimizzare i costi del cambiamento per i lavoratori. Si tratta di costruire una rete efficace di ammortizzatori sociali e percorsi efficienti di riqualificazione professionale, da finanziare mediante le riduzioni di spesa pubblica indotte dai più selettivi incentivi alle imprese.

Gli errori dell’Ue
Il precedente ragionamento si basa sulla convinzione che la dimensione dell’Italia ne renda impossibile sia il salvataggio da parte dell’Uem sia un fallimento privo di effetti catastrofici per il futuro dell’euro. Il paese deve cioè salvare se stesso e, così facendo, evitare il fallimento dell’Uem. Ciò non significa, però, che le scelte europee siano irrilevanti per il successo delle nostre prossime iniziative.

A quest’ultimo riguardo, le novità europee non mitigano l’autunno del nostro scontento. I progressi di governante, messi in atto dalle istituzioni dell’Emu nella seconda metà di ottobre, risultano insufficienti. I limiti principali sono due: la decisione di sostenere il settore bancario dell’Uem prima ancora che gli stati membri in difficoltà, come è ben esemplificato dall’opzione di interventi pubblici per la ricapitalizzazione delle banche e – al contempo – da quella del fallimento ‘pilotato’ della Grecia; le resistenze nell’avallare un ruolo di “prestatore di ultima istanza” da parte della Bce.

I due limiti sono collegati. In presenza di un finanziamento potenzialmente illimitato da parte della Bce, l’European Financial Stability Facility (Efsf, nella forma di istituzione bancaria) potrebbe concentrare i propri sforzi sul sostegno alla domanda dei titoli del debito di tutti i paesi dell’Uem in difficoltà. Il che costituirebbe un efficace deterrente rispetto alle persistenti scommesse ribassiste dei mercati internazionali nei confronti di alcuni titoli del debito sovrano europeo.

Difficile quadratura del cerchio
La Germania e altri stati membri dell’Europa settentrionale si sono finora opposti a tale strategia anche per la mancanza di istituzioni di controllo nell’ambito dell’Uem. La loro preoccupazione deriva dalla mancanza di strumenti credibili in grado di impedire che, una volta sottratti alla pur distorta disciplina dei mercati grazie al sostegno dell’Efsf e della Bce e al connesso trasferimento di risorse dagli stati membri centrali agli stati membri periferici, questi ultimi possano tornare agli antichi vizi: una gestione permissiva dei loro bilanci pubblici, una scarsa attenzione ai loro vincoli di competitività, la cronicizzazione dei conseguenti disavanzi delle loro bilance commerciali.

L’insistente richiesta tedesca di procedere a una revisione dei Trattati e alla costituzione di nuove istituzioni dell’area dell’euro mira a fare sì che, in un orizzonte di medio-lungo periodo, tali problemi trovino una soluzione strutturale e aprano la strada all’unificazione delle politiche fiscali e a un coordinamento più stringente delle politiche macroeconomiche. Il problema è che, nel breve periodo, l’erratica gestione della crisi europea del debito sovrano e la crescente distonia fra i tempi della politica e i tempi del mercato, rischiano di compromettere la stessa sopravvivenza dell’area monetaria comune.

La scommessa è di evitare che si realizzi la profezia di Keynes, secondo la quale “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Si tratta, cioè, di evitare che le tensioni fra soluzioni strutturali di medio-lungo termine e aggiustamenti ad hoc di breve termine incidano negativamente sulle iniziative degli stati membri in difficoltà (in primis l’Italia) e compromettano il futuro dell’euro.

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