IAI
Palestinesi e Iran

Il dilemma di Israele

13 Nov 2011 - Arturo Marzano - Arturo Marzano

Pochi giorni fa Israele ha riportato due importanti successi diplomatici. Da un lato, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha pubblicato un nuovo dossier sul nucleare iraniano, confermando quanto il governo israeliano andava sostenendo da anni, cioè la volontà di Teheran di dotarsi di armamenti nucleari. Dall’altro, la Bosnia ha comunicato l’intenzione di astenersi nel caso in cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cds, di cui fa parte come membro non permanente), voti la risoluzione che stabilisce l’ingresso della Palestina alle Nazioni Unite in qualità di Stato membro.

Membership Onu
L’astensione della Bosnia – che si aggiunge a quella francese, comunicata da Parigi la settimana precedente – ha posto fine alle speranze dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) di portare a casa quanto meno una vittoria simbolica, costringendo Washington a porre un imbarazzante veto.

Solo otto, infatti, sono gli Stati membri del Cds disposti a votare una risoluzione che preveda l’ingresso della Palestina come 194° Stato membro delle Nazioni Unite: oltre ai voti “pesanti” dei paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), ci sono quello scontato del Libano e quelli più sofferti di Nigeria e Gabon, a lungo divisi tra l’allineamento alla posizione filo-palestinese del blocco dei paesi africani e l’adeguamento alle pressioni americane.

Soltanto nell’eventualità in cui nove membri del Cds fossero stati a favore, gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a porre il veto per bloccare la risoluzione. In questo modo, gli Stati Uniti si sono tirati fuori da una situazione complicata, mentre l’Anp si ritrova con un nulla di fatto. È un nuovo smacco per il suo presidente, Abu Mazen, a poche settimane dal “trionfo” di Hamas, capace di ottenere in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit il rilascio di 1027 prigionieri palestinesi.

Unesco
Eppure, solo poco più di dieci giorni fa l’Anp festeggiava l’ingresso della Palestina nell’Unesco come Stato membro. L’organizzazione ha resistito alle minacce di Washington – poi concretizzatesi – di bloccare i propri finanziamenti (pari a oltre il 20% dell’intero bilancio dell’organizzazione) e ha approvato l’ingresso della Palestina con una maggioranza schiacciante: su 173 votanti, 107 i voti favorevoli e 14 i contrari. Israele si è dovuto accontentare del sostegno degli alleati “tradizionali” – Stati Uniti, Canada, Australia, Germania, Paesi Bassi, Repubblica Ceca – nonché dell’appoggio di Svezia, Lituania, Panama e di quattro “satelliti” di Washington, le isole Salomone, Samoa, Palau e Vanuatu.

La pubblicazione del nuovo dossier dell’Aiea e la sconfitta palestinese al Cds non devono dunque trarre in inganno. Israele continua a versare in un profondo isolamento diplomatico: al di fuori di alcuni paesi europei e degli Stati che Washington riesce a “orientare”, Israele non ha alleati. E anche i primi danno segni di insofferenza.

I rapporti con Berlino, ad esempio, continuano a essere piuttosto tesi. Il ministro degli esteri tedesco Westerwelle ha recentemente espresso tutto il proprio disappunto per il modo in cui il governo Netanyahu ha replicato alla vicenda dell’Unesco: la decisione di costruire duemila unità abitative a Gerusalemme Est e in altri insediamenti della Cisgiordania, e il mancato trasferimento all’Anp delle entrate doganali che Israele raccoglie mensilmente per conto dei palestinesi (circa 100 milioni di dollari) hanno profondamente irritato Berlino, come peraltro Washington.

Le relazioni con Parigi non sono certo migliori, come testimonia la frase che il presidente francese Sarkozy si è lasciato recentemente sfuggire in una conversazione privata con Obama, nella quale definiva il premier israeliano un bugiardo. E se i segnali di miglioramento nei rapporti con Ankara e Il Cairo sono positivi, il governo israeliano guarda con preoccupazione al futuro delle relazioni con Italia e Grecia, dopo la caduta dei premier italiano Berlusconi e greco Papandreou, con i quali Netanyahu aveva instaurato ottimi rapporti.

Incognita Iran
È in questo contesto che si inserisce la vicenda iraniana. Le voci di un possibile attacco militare israeliano su Teheran sono state nelle ultime due settimane piuttosto insistenti.

Il già ricordato dossier dell’Aiea ha dato ragione a Israele. Tuttavia, la comunità internazionale non è assolutamente disposta ad avallare un attacco armato. Certamente non lo è la presidenza americana, che non può permettersi di aprire un terzo fronte dopo l’Afghanistan e l’Iraq, soprattutto in un anno di campagna elettorale. Per questo, Washington sta esercitando una forte pressione sul governo israeliano al fine di evitare l’opzione militare, come conferma la visita in Israele in questi giorni di David Cohen, sottosegretario al tesoro per la lotta al terrorismo e incaricato di occuparsi delle sanzioni all’Iran, e di Thomas Nides, vice-segretario di Stato.

Sebbene all’interno del governo israeliano si siano levate voci a sostegno di un intervento armato in Iran, Israele non può muoversi senza il semaforo verde americano. Per il futuro prossimo, tuttavia, è da escludere che Obama acconsenta ad un’azione armata. Washington promette di lavorare in vista dell’adozione di nuove e più severe sanzioni nei confronti di Teheran, soprattutto cercando di convincere Russia e Cina ad accettarle.

Quali saranno le conseguenze sul conflitto israelo-palestinese? È probabile che gli Stati Uniti, in cambio dell’assenso israeliano a non effettuare un attacco armato contro l’Iran, finiscano per essere più morbidi nei confronti di Israele su una serie di questioni che sono state negli ultimi anni fonte di gravi tensioni, su tutte gli insediamenti israeliani nei Territori Occupati. Il rischio, dunque, è che la questione iraniana finisca per dare mano libera a Gerusalemme nella prosecuzione della propria politica dei “fatti compiuti”, indebolendo ulteriormente l’Anp e, in particolare, la leadership di Abu Mazen.

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