IAI
Possibile escalation

I rischi dell’attacco all’Iran

16 Nov 2011 - Nicola Pedde - Nicola Pedde

Uno dei punti più controversi nell’attuale dinamica di crisi con l’Iran, verte sull’effettivo contenuto dell’ultimo rapporto presentato dall’Agenza internazionale per l’energia atomica (Aiea). La stampa internazionale ha diramato la notizia che l’Iran è stato colto in flagrante nel condurre esperimenti nucleari aventi finalità militare. Una più attenta lettura del documento, tuttavia, fornisce un quadro meno dogmatico che richiede, forse, qualche riflessione in più.

Finalità militari
Il rapporto dell’Aiea è strutturato in due sezioni: la prima dedicata agli impianti operativi nella Repubblica islamica dell’Iran, la seconda alle possibili applicazioni militari del programma.

Sarebbero state condotte, secondo l’Aiea, alcune elaborazioni di modelli matematici di natura sospetta. Il cui fine, per gli ispettori, non può che essere quello di una sperimentazione con finalità militari. Non, quindi, una vera e propria sperimentazione di laboratorio, bensì un’attività di simulazione informatica. Con il dubbio, peraltro, che queste attività di simulazione siano state sospese dall’Iran tra il 2008 e il 2009.

Sempre secondo il rapporto, l’Iran avrebbe in passato cercato di acquisire illegalmente componentistica tecnologica “dual use”, e quindi potenzialmente utilizzabile anche per scopi militari, nonché informazioni e documenti inerenti lo sviluppo di armamenti nucleari. Anche in questo caso, tuttavia, il rapporto si riferisce ad attività svolte in passato, e sospese da almeno tre anni.

La lettura mediatica del rapporto è stata univoca ed immediata: l’Iran è attivamente coinvolto nello sviluppo di armi nucleari. Assai più cauta la valutazione dei tecnici, secondo i quali potrebbe ravvisarsi invece il perseguimento del “modello giapponese”, finalizzato all’acquisizione delle capacità necessarie (know how), ma non allo sviluppo di ordigni. In sostanza, quindi, l’Iran potrebbe essere interessato ad acquisire le capacità di sviluppo di un ordigno, realizzabile in tal modo in tempi brevi, al fine di poter incrementare la propria capacità di deterrenza a livello regionale, senza tuttavia giungere ad una violazione del Trattato di non proliferazione.

Un rapporto, quindi, caratterizzato da una capacità di interpretazione variabile e, per certi aspetti, soggettiva. È la prova definitiva del perseguimento del programma nucleare militare per gli israeliani, mentre non contiene di fatto nulla di nuovo per i russi e i cinesi. Innescando tuttavia pericolose valutazioni a livello internazionale, sia politiche che militari.

Attacco preventivo
La logica dell’attacco preventivo all’Iran, per mitigare il rischio di un’apocalisse nucleare in Medioriente, poggia sul discutibile assioma secondo cui l’Iran è considerato – in larga parte dell’Occidente – un attore politico irrazionale.

Si parte quindi dal presupposto che la Repubblica islamica dell’Iran, qualora dovesse conseguire le capacità necessarie o la disponibilità fisica di un ordigno nucleare, lo utilizzerebbe contro Israele senza esitazione e, forse, anche contro qualche vicino arabo. Per quale ragione? Perché il culto del martirio, si argomenta, è intrinseco alla cultura sciita dominante nel paese.

Questa interpretazione, funzionale agli interessi strategici di Israele e dell’Arabia Saudita, non trova tuttavia riscontri alla luce di una più approfondita valutazione del pensiero strategico e politico della Repubblica islamica dell’Iran. Ciò nonostante, questa lettura del comportamento iraniano ha la capacità di imporsi e diventare dominante in Occidente, con conseguenze potenzialmente disastrose.

Di certo non aiuta a placare i toni, o a mutare l’indirizzo interpretativo, la ricorrente retorica politica del presidente iraniano Ahmadinejad, sempre rivolta a un pubblico essenzialmente interno, e mai in grado di chiarire efficacemente la posizione iraniana agli osservatori internazionali.

Appare tuttavia chiaro come anche in Israele la logica dell’attacco preventivo e della visione dell’Iran come attore irrazionale non goda di unanime consenso, come più volte dimostrato dalle esternazioni di politici e, soprattutto, di militari interessati a limitare i rischi di una escalation.

È stato il caso di Meir Dagan, popolare e quasi leggendario ex direttore del Mossad, che all’atto di lasciare il servizio attivo ha dichiarato il proprio scetticismo circa i progressi del programma nucleare iraniano. O ancora di Ephraim Halevy, predecessore di Dagan al Mossad, Gabi Ashkenazi, ex comandate delle forze della Difesa, e di Yval Diskin, ex direttore del servizio di sicurezza interna, lo Shin Bet, tutti alquanto critici circa l’ipotesi di una escalation militare contro l’Iran.

Tre possibili reazioni
Nonostante i toni accesi, gran parte dei vertici politici della Repubblica islamica non sembra convinto della reale portata della minaccia israeliana. È altamente diffusa l’impressione, infatti, che accrescendo l’allarme sull’Iran Israele voglia in realtà consolidare il sostegno internazionale a suo favore, anche per fronteggiare meglio le preoccupanti trasformazioni del quadro regionale legate alla primavera araba.

A Tehran sono in molti, quindi, a considerare la possibile escalation come un bluff. Questa volta, tuttavia, sono numerosi i segnali che dovrebbero far riflettere sulla gravità della situazione, anche se la leadership iraniana non sembra riuscire a cogliere la gravità del dibattito politico israeliano sulla questione.

Se sottoposto ad attacco, invece, l’Iran potrebbe reagire almeno in tre modi diversi. Il primo, e purtroppo più probabile, è quello di una risposta militare di tipo tradizionale contro Israele e, probabilmente, contro altri interessi arabi e occidentali nella regione del Golfo. Quasi certamente, questa risposta provocherebbe un allargamento del conflitto.

La seconda ipotesi è quella di un attacco asimmetrico ad Israele attraverso il ruolo dei proxies, ovvero le milizie regionali alleate dell’Iran. Questo permetterebbe di non espandere la dimensione di crisi, ma porrebbe l’immediata incognita circa l’effettiva volontà e capacità dei proxies di immolarsi per gli interessi iraniani. Ipotesi tutt’altro che scontata.

La terza, e certamente più soddisfacente strategia per ottenere una vittoria politica dopo una certamente limitata sconfitta militare, potrebbe invece consistere nell’invitare la comunità internazionale a constatare le perdite umane e i danni materiali dell’operazione. Chiedendo all’Onu di esprimersi, e favorendo la quasi certamente unanime condanna di Israele ed il suo ulteriore isolamento politico.

Con l’ulteriore certezza, per tutti coloro che auspicano un indebolimento del potere dei conservatori – oggi più divisi che mai al loro interno – di assistere ad un immediato e poderoso consolidamento della società iraniana intorno alle proprie istituzioni e alla dignità del proprio paese.

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