IAI
Verso le elezioni

Egitto in fiamme

21 Nov 2011 - Maria Cristina Paciello - Maria Cristina Paciello

Il 28 novembre gli egiziani sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo parlamento dopo il rovesciamento di Hosni Mubarak. Le elezioni parlamentari saranno articolate in più tornate. I primi tre turni (28 novembre, 14 dicembre e 3 gennaio) riguarderanno le elezioni dell’Assemblea popolare, mentre i tre successivi (29 gennaio, 14 febbraio e 4 marzo) serviranno ad eleggere la camera alta (il Consiglio della Shura). Successivamente, il parlamento avrà il compito di nominare il comitato incaricato di riscrivere la costituzione, che dovrà essere finalizzata entro sei mesi e poi essere approvata con un referendum popolare.

Involuzione autoritaria
Benché sia difficile fare previsioni sull’esito delle elezioni a causa della complessità della legge elettorale e della nebulosità del panorama delle forze politiche, le opportunità di un reale cambiamento politico, almeno per i prossimi mesi, sembrano molto limitate. Le elezioni serviranno a chiarire quali sono i rapporti di forza dei vari partiti politici, ma certamente non contribuiranno ad avviare l’Egitto verso una netta rottura con il vecchio sistema di potere, indispensabile per un reale cambiamento.

Comunque, le continue proteste e soprattutto gli scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine cominciati il 18 novembre, e proseguiti nei giorni successivi, mostrano che le giovani generazioni che hanno ispirato la sollevazione contro Mubarak a gennaio non sono affatto disposte ad accettare l’involuzione autoritaria che si sta prospettando nel paese.

Il Consiglio supremo delle forze armate, alla guida dell’Egitto dopo la fuga di Mubarak, ha condotto la fase di preparazione delle elezioni unilateralmente e con molte esitazioni, creando incertezze e confusione tra l’elettorato e le forze politiche. La legge elettorale, che era già stata emendata a luglio, è stata ulteriormente modificata dal Consiglio delle forze armate alla fine di settembre, a meno di due mesi dalle elezioni. Ciò ha lasciato pochissimo tempo per organizzare la strategia e la campagna elettorali, e per sensibilizzare la popolazione al complesso sistema di voto, che potrebbe scoraggiare gran parte dell’elettorato o indurlo in errore, soprattutto nelle zone rurali.

A questi problemi, si aggiungono le numerose disposizioni controverse e ambigue presenti nella legge elettorale, alcune delle quali agevolerebbero i membri dell’ex partito di regime. Per esempio, il sistema elettorale, che appare particolarmente favorevole ai candidati indipendenti, avvantaggerebbe coloro che hanno ampie risorse finanziarie e contatti personali a livello locale, come è il caso di molti uomini d’affari e notabili appartenenti all’ex partito di regime.

Nuovi attori
Il quadro delle elezioni è reso ancor più confuso per la presenza di circa 40 partiti, la maggior parte dei quali sono stati legalizzati dopo il rovesciamento di Mubarak. In previsione delle elezioni, alcuni di questi partiti hanno optato per formare delle coalizioni, mentre altri, come il Wafd, hanno preferito concorrere da soli.

Tra le principali alleanze di partiti figurano l’Alleanza democratica, tra cui primeggia il partito Giustizia e libertà legato ai Fratelli musulmani; il Blocco egiziano, che raccoglie i cosiddetti partiti liberali, tra cui il partito degli egiziani liberi, il partito social democratico ed il Tagammu’; l’Alleanza islamica, che rappresenta il gruppo dei partiti salafiti; e l’Alleanza per completare la rivoluzione, costituita da diverse forze di sinistra e gruppi giovanili, tra cui anche il partito al-Tayyar al-Masry, una nuova formazione politica nata dalla scissione dei giovani della Fratellanza musulmana.

La scarsa trasparenza delle dinamiche interne a molte di queste coalizioni, la eterogeneità dei partiti che le compongono e l’assenza di chiarezza programmatica hanno contribuito a creare ulteriore disorientamento nell’elettorato, che potrebbe ridurre l’affluenza alle urne.

Parlamento non rappresentativo
Uno dei principali rischi legati alle elezioni parlamentari in Egitto è che il futuro parlamento sia poco rappresentativo delle forze sociali e politiche che hanno animato la sollevazione popolare contro Mubarak. Sembra del tutto plausibile, infatti, che la configurazione del futuro parlamento sarà caratterizzata dalla predominanza del partito Giustizia e libertà, espressione della Fratellanza musulmana, che, come è noto, ha aderito alle proteste di gennaio solo in un secondo tempo.

Anche se è difficile dire se Giustizia e libertà otterrà la maggioranza assoluta dato l’elevato numero di partiti islamici, la formazione dei Fratelli musulmani ha un netto vantaggio rispetto a tutte le altre in termini di strutture organizzative, risorse finanziarie e presenza sul territorio attraverso le sue attività caritatevoli.

Benché, inoltre, i partiti islamici si presentino alle elezioni frammentati in diverse coalizioni, le divergenze sorte tra alcune formazioni salafite, che avevano inizialmente aderito all’Alleanza democratica, e il partito dei Fratelli musulmani rifletterebbero questioni legate al numero di candidati da inserire nelle liste elettorali piuttosto che incomprensioni ideologiche. Il che non esclude quindi che il partito Giustizia e libertà ed il fronte dei partiti salafiti riescano a raggiungere un’intesa dopo le elezioni.

Nonostante l’ex partito di regime, il Partito nazionale democratico (Pnd), sia stato ufficialmente dissolto ad aprile, c’è inoltre il rischio che molti dei suoi membri possano conquistare una parte non trascurabile di seggi in parlamento. Diversamente dalla Tunisia e nonostante le continue pressioni da parte dei gruppi giovanili (tra cui quello del “6 Aprile”), il Consiglio supremo non ha imposto alcun divieto ai membri dell’ex partito di regime di presentarsi alle prossime elezioni.

Passi di gambero
Per questo, numerosi esponenti del Pnd si sono candidati come indipendenti o hanno trovato ospitalità in partiti guidati da uomini legati al precedente regime, tra cui Riforma e sviluppo, il Partito dei cittadini egiziani, Horreya (libertà), il partito Etihad (unità) ed altri. Oltre a questi partiti chiaramente legati all’ex regime, altre formazioni politiche non hanno esitato ad accogliere candidati esponenti del Pnd.

Contrariamente a quanto successo in Tunisia con le elezioni dell’Assemblea costituente ad ottobre, infine, in Egitto il numero delle donne presenti in parlamento rimarrà molto contenuto, poiché il sistema di quote rose introdotto sotto Mubarak nel 2010 è stato abolito e nessun dispositivo è stato introdotto per facilitarne l’elezione.

Un’altra incognita sulla direzione del cambiamento politico del paese riguarda il ruolo dei militari. Poiché è previsto che il Consiglio supremo delle forze armate si ritiri solo dopo il referendum per l’approvazione della costituzione, l’Egitto continuerà ad essere governato da una giunta militare almeno fino al 2013, quando dovrebbero tenersi le elezioni presidenziali.

Questo significa che la transizione del paese continuerà ad essere condotta, come è successo finora, secondo gli stessi metodi autoritari dell’ex regime (uso della forza, arresti di attivisti dei diritti umani e di blogger, legge d’emergenza) e preservando il vecchio sistema di potere. Inoltre, cominciano a circolare voci che i militari, o almeno una parte di essi, non sia affatto intenzionata a tornare dietro le quinte.

Mohamed Tantawi, che guida il Consiglio, e altri generali potrebbero presentarsi alle elezioni presidenziali del 2013. Per continuare ad esercitare una forte ingerenza nel processo di stesura della costituzione, inoltre, ai primi di novembre, il Consiglio supremo ha emesso una dichiarazione dei “principi sovra-costituzionali”, in cui, tra le altre cose, attribuisce ai militari il potere di nominare l’ottanta dei cento membri della futura commissione costituzionale, spogliando di tale prerogativa il nuovo parlamento.

Forze armate al bivio
Nella misura in cui i militari continueranno a voler giocare un ruolo politico importante ed il parlamento sarà dominato da forze conservatrici, il processo di transizione politica è destinato a procedere molto lentamente se non a subire un’involuzione.

Occorre tener presente, tuttavia, che la società civile in Egitto, in tutte le sue molteplici espressioni, sta vivendo una fase di grande dinamismo, dalla nascita di nuovi sindacati dei lavoratori, gruppi giovanili e organizzazioni di donne. Queste forze della società civile, e soprattutto le giovani generazioni che hanno ispirato le proteste di gennaio, potrebbero non accettare così facilmente l’involuzione autoritaria che si prospetta nel paese.

Dopo il rovesciamento di Mubarak, le proteste dei gruppi giovanili e la contestazione sociale hanno continuato senza sosta. L’ultima manifestazione, quella del 18 novembre, che chiedeva il trasferimento della guida del paese dai militari ad un governo civile, è stata tra le più violente, sfociando in duri scontri tra manifestanti ed esercito. Sotto la pressione di questa crescente contestazione, le forze armate hanno due opzioni: invertire rotta, decidendo di trasferire il potere alle autorità civili prima del 2013, oppure rafforzare la morsa repressiva sulle voci di dissenso.

.