IAI
Israele

Attacco all’Iran

8 Nov 2011 - Mario Arpino - Mario Arpino

Non è la prima volta che si diffondono voci circa un possibile attacco di Israele ai siti nucleari iraniani. Ma questa volta, dopo l’anticipazione del New York Times sulla pubblicazione del nuovo rapporto della Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), le voci sono diventate più insistenti.

Negli Stati Uniti una certa parte della popolazione e dei membri del Congresso – non si tratta solo dei liberal – sembrerebbe ormai rassegnata a convivere con un Iran nucleare, ed auspica che la “mano tesa” prima o poi venga stretta, anche a prezzo di qualche rinuncia. “Purché non ci sia la guerra”.

Gli americani sono sempre stati pragmatici, e continueranno ad esserlo. Per tutelare la loro sicurezza e gli interessi nazionali, non esiteranno a fare la scelta migliore, che di norma coincide con la più conveniente. Per loro, si intende, non necessariamente per amici e alleati. L’ Europa sembrerebbe non capire, ma Israele ha capito benissimo e, preoccupata per il peggio, si sta preparando.

Ciò che può essere accettabile per i due Occidenti, ovvero barattare l’eventuale convivenza con un Iran nucleare in cambio di “non guerra” e sensibili vantaggi economici, per Israele non lo è affatto. Si tratta di sopravvivenza dello Stato, qualcosa che va ben oltre la politica interna e la politica estera. Per loro il problema non è economico, ma esistenziale.

Israele “fai da te”
A Tel Aviv e a Gerusalemme si discute sempre tanto e su tutto, è nell’ indole. Ma gli estremisti di Teheran faranno bene a non far conto su questo. Se lo Stato dovesse essere in pericolo, si uniranno tutti in un blocco granitico, come è già più volte accaduto nella loro storia. Non è escluso che abbiano già una pianificazione per il caso peggiore, mettendo in conto un po’ di innocuo vociare europeo e la “astensione” dall’azione militare diretta da parte degli Stati Uniti, che, come in Libia, potrebbero semmai limitarsi a uno strike iniziale sulle difese contraeree.

Domanda: ha Israele la capacità di “fare da sé”, ricordando che la missione di Tshaal è salvaguardare comunque la sicurezza dello Stato, anche ricorrendo ad azione preventiva? Secondo Anthony H. Cordesman, ricercatore senior del Center for Strategic and International Studies (Csis), la risposta è affermativa. Israele avrebbe la possibilità di lanciare varie ondate di attacco simultaneo di tre pacchetti (pakages) di 18 velivoli ciascuno, quindi per un totale massimo di 54 velivoli per ogni singola operazione. Il limite è dato non dai mezzi di attacco, ma dalle capacità autonome di rifornimento in volo, in questo caso fondamentali.

Potrebbero essere usati alternativamente velivoli F. 15 di ultima e penultima generazione o una parte dei 150 nuovi F.16 conformal tanks, dei quali sono disponibili almeno tre gruppi configurati per operare a lunga distanza. Si stima che, sebbene ciascuna struttura sospettata di essere sede di attività nucleare potrebbe essere resa inoperativa da un minimo di tre bombe, per avere questa certezza tutti i velivoli dovrebbero decollare con il carico completo di armamento.

Distruzione dei siti
Per distruggere siti protetti o sotterranei come Nantaz, Isfahan e Arak, Israele già disporrebbe di una sufficiente quantità di armamento convenzionale di precisione, non escludendo l’ipotesi che gli Stati Uniti avrebbero già fornito materiale ancora più sofisticato, oltre a quello che risulterebbe già sviluppato, prodotto e stoccato in patria.

Vi sono indicazioni che potrebbero esserci in inventario bombe pesanti da 5.000 libbre, ad alta penetrazione – del tipo già usato in Afghanistan contro le caverne di Tora Bora e in Libia per i bunker di Gheddafi – e altro armamento di caduta sganciabile da alta quota a distanze di oltre 50 miglia dall’obiettivo, fuori dal raggio delle difese, pur mantenendo una precisione inferiore ai due metri.

Anche se Israele non dispone di una propria rete di osservazione satellitare, vi è motivo di ritenere che gli Usa non negherebbero un adeguato supporto di intelligence. La chiusura dello spazio aereo turco – da dare per scontata visti gli attuali rapporti – renderebbe l’operazione più complessa, senza tuttavia intaccarne la fattibilità.

L’Iran come reazione al primo attacco potrebbe reagire con salve dei nuovi missili a medio-lungo raggio sulle città israeliane, tenendo però debito conto che altri scenari prevedono, in questo caso, l’utilizzazione da parte israeliana di missili da crociera e sottomarini dotati di mini-armamento nucleare, che si suppongono già disponibili in inventario e, nel caso, predisposti per prevenire o rispondere proprio a questa evenienza.

Reazioni nel mondo
In Iran, com’era prevedibile, il rapporto dell’Aiea sulle simulazioni atomiche e sull’avanzamento dei programmi militari ha scatenato una serie di minacce e di indignate smentite. Ma è risaputo che la diplomazia iraniana, anche quando alza la voce, non dimentica mai di lasciare una porta aperta. Ciò che invece preoccupa è il fatto che i sussurri sul possibile intervento israeliano stiano provocando una sorta di disgelo nei rapporti tra il presidente Ahmadinejad e la guida suprema Ali Khamenei, con grande delusione di chi riteneva che le divisioni interne sarebbero divenute prima o poi l’inizio della fine del regime.

Sul fronte israeliano, nell’intervista a Channel 2 il pur moderato Shimon Perez non ha certo contribuito a gettare acqua sul fuoco, quando testualmente dice che “l’opzione militare nei confronti dell’Iran da parte di Israele e di altri paesi sembra ora avvicinarsi, mentre le possibilità di un’azione diplomatica si stanno allontanando”.

A parole, contrari all’attacco sembrano gli Stati Uniti, che però, nei fatti, sono molto avanti nella pianificazione dell’emergenza. Hanno due flotte che incrociano tra Mar Rosso e Oceano Indiano, in esercitazione assieme a navi e sommergibili della Gran Bretagna. Parallelamente, annunciano per l’inizio del 2012 ”la più grande operazione mai effettuata con le forze armate israeliane”, che segue quella anti-missilistica già congiuntamente condotta l’anno scorso.

L’Unione europea, invece, anche in questo frangente sembra volersi rinchiudere nel suo abituale mutismo. D’altro canto, Lady Ashton è una nobildonna inglese molto riservata…

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