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Presidenziali Usa 2012

A un anno dal voto, Obama favorito

5 Nov 2011 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

6 novembre 2011 / 6 novembre 2012: un anno all’Election Day negli Stati Uniti, il giorno in cui si voterà per eleggere il presidente dell’Unione 2013/’16, oltre che per rinnovare tutta la Camera, un terzo del Senato, i governatori di decine di Stati.

Per il presidente Barack Obama, che punta a un secondo mandato, come per i suoi rivali, che puntano a rimpiazzarlo, ma che prima devono battersi tra di loro per acquisire il diritto a sfidarlo, la strada è ancora lunga: un 2011 di schermaglie, di test di prova, di dibattiti di riscaldamento, che pure sono già serviti a diradare il campo, sarà azzerato quando, a gennaio, nello Iowa, si cominceranno a contare i voti della corsa alla nomination repubblicana.

Obama favorito
Se si votasse ora, dicono gli ultimi sondaggi pubblicati, fonti attendibili e autorevoli, di Washington Post e Abc e della Ipsos per Reuters, il presidente Obama vincerebbe nonostante tutto: nonostante la crisi economica da cui non si esce e che potrebbe anzi peggiorare – ma questo è uno scenario catastrofico per l’inquilino della Casa Bianca; i tiramolla con i repubblicani all’opposizione, che da un anno hanno la maggioranza alla Camera sul contenimento del debito e il rilancio della crescita; l’incapacità palpabile e percepita di incidere nei processi di pace in Medio Oriente e l’impreparazione all’insorgere della Primavera araba; il sapore di sconfitta che lasciano le guerre finite, ma non vinte, in Iraq e in Afghanistan (dove, tra l’altro, si combatte ancora).

In autunno, Obama ha recuperato quote di popolarità perduta: secondo l’Ipsos, il 49% degli americani, due punti in più rispetto a ottobre – una variazione, però, statisticamente poco significativa, considerato il margine d’errore dei rilevamenti – ritiene che il presidente stia facendo un buon lavoro; chi ne disapprova l’operato rimane fermo al 50%.

E cresce pure, restando tuttavia sempre basso, il numero di quanti credono che il Paese stia andando nella giusta direzione: a ottobre era il 21%, oggi è il 25%. E parallelamente cala, anche se resta alta, la percentuale di chi invece pensa che l’America sia sulla strada sbagliata: oggi è il 70%, il mese scorso era il 74%.

Giudizi su cui l’operato del presidente incide, ma fino a un certo punto: molto di più conta l’economia. Ma un esercito di elettori incattiviti dalla crisi e convinti che “prima si stava meglio” non è il viatico migliore per una rielezione al secondo mandato.

Infatti, l’atout migliore del presidente, a un anno dal voto, non è la sua performance alla Casa Bianca, oggettivamente non all’altezza delle speranze suscitate dalla sua messianica campagna 2008 e dal suo slogan ‘yes we can’, bensì la pochezza e la frammentazione del campo avversario.

L’incertezza dei Repubblicani
Vediamo, infatti, a un anno dal voto, i dati sui possibili incroci tra Obama e i suoi sfidanti: Obama li batterebbe tutti, tranne Mitt Romney, con cui è praticamente un testa a testa. Ma Romney, ex governatore del Massachusetts, è quello che gli americani definiscono un ‘loser’, un perdente: farà molta fatica a ottenere la ‘nomination’ e ne farebbe molta di più a conquistare la Casa Bianca.

Nella sfida tra Obama e Romney, oggi vincerebbe l’ex governatore 44% a 43% – pure qui, il divario è statisticamente irrilevante. Niente da fare per gli altri aspiranti presidenti: Obama contro Herman Cain, miliardario nero, finirebbe 46% a 41%, contro Richard Perry, governatore del Texas, 47% a 41%.

A meno di tre mesi dall’avvio delle primarie, altri sondaggi indicano che quasi la metà degli elettori progetta di votare nel 2012 contro il presidente in carica e che oltre la metà degli americani s’aspetta che il vincitore sia un repubblicano, anche se non sa quale.

Tuttavia, politico.com, un sito d’analisi politica molto accreditato, continua a ritenere che Obama abbia ottime possibilità di essere rieletto, e sia di fatto il favorito, anche se lui la mette giù dura per mobilitare i suoi sostenitori e i suoi finanziatori.

Lo avvantaggia proprio l’incertezza dei repubblicani, che, uno dopo l’altro, sembrano ‘consumare’ i loro potenziali favoriti: Sarah Palin, ex governatore dell’Alaska, candidata vice-presidente nel 2008, s’è fatta da parte a ottobre, senza mai essere scesa ufficialmente in lizza, ma dopo mesi di attivismo pre-elettorale. Prima di lei, avevano già detto ‘no, grazie’, dopo avere se non altro sondato il terreno, il governatore del New Jersey Chris Christie, l’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, l’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, che gettò la spugna ad agosto, dopo un test nello Iowa andato male.

I candidati più credibili
In corsa per la nomination repubblicana, ci sono Romney, Perry, Cain e, apparentemente con minori chance, pure Michele Bachmann, deputata del Minnesota, l’ex speaker della Camera Newt Gingrich, che azzarda un ‘come back’ dagli Anni Novanta, l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum, cattolico e italo-americano, l’ex ambasciatore degli Usa a Pechino Jon Huntsman, che è stato anche governatore dello Utah, e Ron Paul, padre del neo-senatore del Kentucky Rand Paul.

Prima degli appuntamenti che contano per raccogliere delegati alla Convention repubblicana di mezza estate – tra gennaio e febbraio 2012, la lista delle primarie si apre con Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina – potrebbe ancora aggiungersene qualcuno, ma qualcuno potrebbe anche andarsene.

Adesso, l’attenzione mediatica si concentra su Cain, che potrebbe però rivelarsi una meteora: uno scandalo sessuale ne ha già intaccato l’immagine. Uno stratega elettorale repubblicano, Ford O’Connor, teme, anzi, che la ‘vicenda Cain’, tenendo banco a lungo nella competizione tra repubblicani, finisca con l’avvantaggiare Obama. La tesi è semplice: una battaglia legale e politica che veda Cain difendersi dalle accuse e magari, come ha già fatto, attaccare a sua volta i suoi antagonisti, mantiene il partito conservatore impegnato nella lotta tra i suoi candidati.

Così, però, la destra allenta inevitabilmente la presa sul vero avversario, il presidente in carica. “Com’è ovvio – spiega O’Connor – il team Obama vuole che il campo repubblicano rimanga più ampio possibile per più tempo possibile. Più i rivali combattono tra di loro, più Obama risparmia munizioni preziose, da sparare più avanti, quando l’ ‘Election Day’ sarà più vicino”.

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