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Dopo il vertice Ue

Riformare i Trattati per rilanciare la crescita

28 Ott 2011 - Pier Virgilio Dastoli - Pier Virgilio Dastoli

I capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles tra domenica 23 e mercoledì 26 ottobre (prima nella formazione a 27, poi in quella a 17 limitata ai membri dell’Eurozona), hanno dato mandato al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy di esplorare, in collaborazione con il presidente della Commissione Manuel Barroso e di quello dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker, il terreno per possibili modifiche da apportare al Trattato di Lisbona, con particolare attenzione agli strumenti di governo dell’economia.

La verifica dovrà riguardare anche i tempi e il metodo per l’attuazione delle possibili riforme. Il Trattato di Lisbona contiene certamente le potenzialità per elaborare un piano di crescita per uscire dalla crisi. Al di là di esso, tuttavia, ci sono anche altre strade che meritano di essere prese in considerazione.

Ipotesi parzialmente alternative
Dal 2008 i governi dei 27 si sono affannati intorno al capezzale dell’Unione europea. Ma chi, un giorno, scriverà la storia degli ultimi tre anni, non potrà non sottolineare il livello di improvvisazione, incapacità di previsione e di egoismo nazionale che ha caratterizzato la loro azione.

Qualcuno ha scritto che il Trattato di Lisbona avrebbe contribuito a risolvere l’asimmetria fra la politica monetaria unica condotta dalla Banca centrale europea (Bce) e le politiche di bilancio decentralizzate condotte dagli Stati membri. La storia di questi tre anni mostra che l’asimmetria non è stata risolta.

Senza modificare il Trattato di Lisbona, si potrebbe elaborare un piano di crescita aumentando il bilancio europeo attraverso nuove risorse proprie (attinte, ad esempio, dalla tassa sulle transazioni finanziarie o quella sul Co2) o ricorrendo a prestiti e mutui per finanziare investimenti o fornendo la garanzia dell’Ue del pagamento di debiti pubblici nazionali, pagamento che resta comunque – occore specificare – a carico dei singoli stati debitori.

Compatibile con il Trattato di Lisbona è anche l’ipotesi delle cooperazioni rafforzate: pensiamo alla politica fiscale paralizzata dall’unanimità a 27, al coordinamento fra le varie anime dell’Eurogruppo, alla legislazione dell’Eurozona, per non parlare del già adottato Patto EuroPlus. L’avvio di una cooperazione rafforzata richiede tuttavia la forte volontà di una minoranza di paesi di imboccare strade che non è possibile percorrere a 27, e presenta dunque varie controindicazioni di carattere politico.

Esiste poi la possibilità delle cosiddette “clausole passerella”, che consentono – con decisione unanime – di passare al voto a maggioranza nel Consiglio. Essa si scontra tuttavia con l’ostilità di alcuni paesi ad accettare una diminuzione della loro apparente sovranità.

Oltre Lisbona
Una soluzione che implicherebbe una parziale modifica del Trattato è invece quella avanzata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel: di un trattato (internazionale) nel trattato (dell’Unione), per regolare per via pattizia le relazioni fra gli stati dell’Eurozona, rendendo più stringenti norme e sanzioni contro chi pecca di asimmetria.

Dopo le aspre discussioni di questi ultimi giorni fra capi di stato e di governo dei “17” membri dell’Eurozona con in testa la Germania, da una parte, e dei restanti “10” con in testa la Polonia, dall’altra, la strada indicata dalla cancelleria Merkel sembra tuttavia essere stata archiviata.

L’ultima ipotesi implica, infine, una modifica ancor più radicale del Trattato, sapendo che elementi essenziali di quel governo dell’economia europea di cui l’Unione ha drammaticamente bisogno non sono consentiti né da Lisbona, né dalle cooperazioni rafforzate, né dalle clausole passerella.

Si pensi, ad esempio, all’Alto rappresentante per l’economia e le finanze, al Fondo monetario europeo come agenzia del debito pubblico, all’inquadramento della Bce in una diversa dimensione politica, dove essa deve essere autonoma dal potere politico (come lo sono la Bundesbank e la Federal Reserve) e non da esso indipendente.

Per non parlare del voto a maggioranza per l’adozione dei grandi orientamenti di politica economica, sui quali il Parlamento europeo deve codecidere e non solo essere informato, al cambiamento di paradigma nell’articolo 5 del Trattato, dove il coordinamento delle politiche economiche non deve essere di competenza degli Stati membri, ma dell’Unione. Arrivando infine al voto a maggioranza nelle politiche sociali, al trasferimento di alcune competenze dal settore delle azioni di sostegno a quello delle competenze concorrenti e condivise.

Per introdurre queste modifiche il Consiglio europeo potrebbe pretendere di usare la procedura semplificata – che è stata applicata per la creazione del “Fondo Salva-Stati”, nel quadro dell’art. 136 Tfue – prevista dall’art. 48 par. 6 e 7 del Trattato (e in questo caso il Parlamento europeo (Pe) sarà solo consultato). Oppure il Consiglio può considerare che si tratta di modifiche limitate al Trattato, dando mandato ad una tradizionale – non trasparente ed irta di ostacoli e di veti reciproci – conferenza intergovernativa.

Nuova convenzione europea
La Commissione affari costituzionali del Pe si prepara nel frattempo a discutere un rapporto di iniziativa sull’opportunità di una modifica più ampia dei Trattati, e che richiederà la convocazione di una Convenzione con un mandato che potrebbe essere limitato nei suoi contenuti (il governo dell’economia europea o, più in generale, un salto in avanti verso una vera unione economica e monetaria, come è stato recentemente proposto dal Gruppo Spinelli) e nel tempo impegnandola a presentare un suo progetto di modifica al Consiglio europeo.

Contrariamente a quel che è avvenuto in passato, il testo della Convenzione potrebbe essere immediatamente sottoposto dal Consiglio europeo alle ratifiche nazionali, che dovrebbero avvenire tutte in un limitato periodo di tempo. I paesi membri che non potessero o volessero accettare questo passaggio essenziale verso il governo economico dell’Europa, dovrebbero ritirarsi od essere invitati a ritirarsi dall’Unione, conformemente all’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea.

Tutto ciò non diminuisce la necessità della ripresa del processo costituente in vista delle elezioni europee del 2014, dove la questione della “avanguardia” di paesi pronti ad avanzare sulla strada degli Stati Uniti d’Europa potrebbe essere facilitata da una eventuale separazione traumatica, in occasione del negoziato sull’Unione economica e monetaria.

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