IAI
Lotta al terrorismo

L’irresistibile ascesa dei velivoli senza pilota

18 Ott 2011 - Mario Arpino - Mario Arpino

L’ “insostenibile leggerezza dei droni”, i velivoli senza pilota guidati a distanza, ed il loro fastidioso ronzio ormai non consentono ai terroristi sonni tranquilli. Ovunque si trovino. Si stima che il loro uso abbia consentito fino ad oggi l’uccisione di alcune centinaia di terroristi, forse più di mille, anche se è difficile capire quanti di questi sono effettivamente tali – ci piace presumere che siano la maggior parte – e quanti invece vittime di informazioni errate, o tardive, oppure di “danni collaterali”.

Sono sistemi assai precisi, dotati di missili a carica esplosiva limitata, ma che in presenza di un’intelligence altrettanto precisa diventano micidiali. Grazie a tecnologie sempre più sofisticate questi mezzi – noti erroneamente al grande pubblico come “droni”, ma che in realtà sono velivoli pilotati a distanza – stanno emergendo come i sistemi d’arma del terzo millennio.

Ruoli sempre più estesi
Se in campo civile trovano largo impiego per l’osservazione remota del territorio (calamità naturali, lotta alla criminalità, agricoltura, inquinamento, etc.), è in campo militare che i ruoli sono sempre più estesi. Si va da impiego di carattere strategico – come avviene per il grosso e pesante Global Hawk americano – ospite in questi giorni a Sigonella da dove opera sulla Libia – o a carattere tattico, compito espletato egregiamente dai nostri ricognitori disarmati Pedator e Reaper sulla Libia e in Afghanistan – e prima ancora in Iraq.

Sono gli stessi modelli che, armati di missili aria-superfice, sono attualmente utilizzati su larga scala dall’United States Air Force (Usaf) e dalla Central Intelligence Agency (Cia). L’impiego in missioni belliche – iniziato sperimentalmente dal presidente George Bush, ma ampliato su larga scala da Barack Obama, sta ormai divenendo parte integrante della dottrina delle forze aeree. Se ne prevede uno sviluppo tale da far si che la metà dei piloti oggi addestrati negli Stati Uniti siano destinati a divenire “piloti virtuali”, in posizioni operative a terra di guida, di controllo e, all’occasione, di apertura del fuoco mirato.

Per l’impiego in Afghanistan e nello Yemen, nel frattempo, si sta procedendo con i primi richiami in servizio. Sembra che tra Usaf e Cia la disponibilità superi già le 600 unità. L’industria aeronautica, ovviamente, ha capito che in futuro ci sarà una minore richiesta di velivoli da combattimento pilotati e si è già buttata a capofitto sulla progettazione e la realizzazione di questi sistemi, originando una nuova competizione globale. Tra piccoli, medi e grandi, armati o solamente dotati di sensori, i prototipi – ve ne sono anche alcuni nazionali – si contano ormai a centinaia.

Il quotidiano Usa International Herald Tribune ha recentemente rammentato lo stupore di alcuni visitatori americani quando, invitati nel novembre scorso da solerti operatori commerciali cinesi all’air show di Zhuhai, nella Cina occidentale, hanno assistito alla presentazione di ben venticinque modelli di velivoli non pilotati, e dalla proiezione di un video che mostrava la distruzione di un mezzo corazzato. Successivamente, veniva proiettata un’animazione dove si vedevano alcuni di questi droni all’attacco di una portaerei americana.

Non più monopolio
I visitatori – commenta l’Herald Tribune – hanno allora compreso che, pur essendo la presentazione di carattere marcatamente commerciale piuttosto che rigorosamente militare, il monopolio statunitense in materia di velivoli armati a pilotaggio remoto stava giungendo al suo epilogo. È solo questione di tempo. Il dibattito attuale sui droni è salito di livello, e si è ormai spostato dal settore tecnologico-industriale e di sicurezza a quello più propriamente giuridico, diplomatico, etico e delle relazioni internazionali.

Oggi l’impiego di questi velivoli con armamento a bordo, largamente utilizzati dagli americani, è ancora esclusivo. Seguendo ed ampliando concetti di George Bush, Barack Obama è andato molto oltre, stabilendo il principio che gli Stati Uniti sono autorizzati a operare con queste armi, anche attraversando senza autorizzazione i confini di paesi amici, per uccidere in modo mirato coloro che sono percepiti come nemici. Persino se si tratta – come è successo recentemente nello Yemen con il terrorista di al-Qaeda al-Awlaki e del suo aiutante – di cittadini americani.

C’è voluto, è vero, un permesso speciale della Suprema Corte, ma lo hanno fatto. Per ora solo gli Stati Uniti si sono dotati di questa sorta di “licenza di uccidere”, che anche Israele – ricordiamo l’esecuzione telecomandata di Yassin, lo “sceicco cieco” – ha utilizzato nei casi estremi. Ma cosa accadrebbe se altri paesi, che già possiedono una base tecnologica idonea, imitassero Usa e Israele?

Non solo etica È molto probabile che prima o poi questa ipotesi si realizzi, perché i vantaggi che hanno reso così attraente per l’amministrazione Obama questo tipo di operazioni sono certamente appetibili anche per altri paesi con problemi di terrorismo. Gli analisti ne elencano una cinquantina che potrebbero, se lo decidessero, essere non lontani da questo tipo di capacità.

Secondo i tecnici, infatti, armare velivoli già disponibili per sorveglianza, ricognizione od altri usi, anche civili, non sarebbe certo una sfida insuperabile, quando non vi sia la necessità di utilizzare per operazioni lontane sistemi di comando e controllo attraverso satelliti proprietari. Per esempio, tutti i paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) già oggi possiedono la tecnologia necessaria, e con ogni probabilità anche il Pakistan, il Giappone, l’Iran e le due Coree vi sono molto vicini. E perché mai, sia pure in modo più limitato e su distanze inferiori, queste capacità non dovrebbero essere conseguite anche dai maggiori gruppi terroristi?

Qualcosa prima o poi potrebbe sfuggire di mano, anche senza voler arrivare al nucleare, ai missili o, magari, alla “bomba sporca”. Nessuno, per carità, crede davvero all’utopia della guerra etica. Ma, almeno questo ormai appare certo, la strada che stiamo percorrendo non sembra ci stia portando verso un mondo migliore.

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