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Presidenziali Usa 2012

Contro Obama, Biancaneve e i sette nani

11 Ott 2011 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Bye, Sarah. Ci mancherai: avresti reso più divertente e imprevedibile la stagione delle primarie repubblicane. E, soprattutto, gli mancherai: a lui, al presidente, a Barack Obama. Una tua candidatura avrebbe aumentato le sue possibilità di essere confermato, il 6 novembre 2012, alla Casa Bianca: durante le primarie, avresti conteso a Rick Perry e a Michele Bachmann i favori della destra più conservatrice, gli evangelici e il Tea Party, costringendo se non altro i tuoi antagonisti a spendere più soldi e più energie; e se mai avessi ottenuto la nomination repubblicana, avremmo assistito a un remake di Goldwater 1964. La scelta di Barry Goldwater, senatore dell’Arizona, segregazionista, spianò la conferma alla Casa Bianca di Lyndon Johnson, il democratico texano giunto alla presidenza dopo l’assassinio di John Kennedy.

Mela stregata
Adesso, restano otto i candidati alla nomination repubblicana: tanti, troppi e con una sola donna, così da suggerire l’immagine di Biancaneve e i sette nani. Prima degli appuntamenti che contano per ‘fare delegati’ alla Convention repubblicana di mezza estate – tra gennaio e febbraio 2012, la lista comincia con Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina – potrebbe ancora aggiungersene qualcuno, ma qualcun altro potrebbe anche andarsene.

Prima della Palin, avevano già detto ‘no, grazie’, dopo averci provato, se non altro sondando il terreno, il governatore del New Jersey Chris Christie e, prima di lui, l’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, che gettò la spugna ad agosto, dopo un test nello Iowa andato male.

Fuori la Palin, che, ufficialmente, non è mai stata dentro, perché non s’è mai candidata, la corsa parrebbe ridursi, stando ai sondaggi, a un testa a testa tra l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, uno che ha l’imprevedibilità d’un metronomo e che non a caso è soprannominato ‘Mr Establishment’, e il più impetuoso governatore del Texas, Rick Perry, uno che prova ad arrivare alla Casa Bianca partendo da dove partì nel 2000 George W. Bush.

Cammino impervio
Dietro di loro, c’è una portavoce dei Tea Party, Michele Bachmann, deputato del Minnesota, l’unica donna rimasta in lizza, che, dopo una fiammata iniziale e qualche buona prestazione estiva, in dibattiti di riscaldamento, appare ora in calo nei sondaggi. La Bachmann potrebbe, però, trarre un doppio vantaggio dall’assenza della Palin, che le avrebbe conteso la leadership su due fronti, quello dei Tea Party e quello di una donna presidente.

Gli altri aspiranti alla nomination ufficialmente dichiaratisi conducono la campagna – finora – nel cono d’ombra dei candidati principali. Ma la riconoscibilità nazionale di tutti i concorrenti è ancora relativamente bassa e il cammino è talmente lungo e potenzialmente fitto di sorprese che nessun esito può al momento essere escluso.

Basta vedere quel che, giorno dopo giorno, accade sul terreno: uno dei candidati più improbabili, il magnate della pizza Herman Cain, un nero eccentrico, ha vinto, a sorpresa, lo ‘straw poll’ in Florida, una sorta di prova generale per le primarie vere e proprie che si terranno, lì, a marzo. La Florida è uno degli Stati chiave nella corsa alla Casa Bianca: oscilla tra democratici e repubblicani, anche se da un decennio pencola per i repubblicani, e nel 2000 decise pro Bush la gara con Al Gore.

Coppia d’attacco
In lizza, apparentemente con poche chance, per la nomination repubblicana ci sono pure l’ex speaker della Camera Newt Gingrich, che azzarda un ‘come back’ dagli Anni Novanta, l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum, cattolico e italo-americano, l’ex ambasciatore degli Usa a Pechino Jon Huntsman, che è stato anche governatore dello Utah, e Ron Paul, padre del neo-senatore del Kentucky Rand Paul.

Ma l’attenzione è tutta puntata su Romney e Perry, giudicati dallo stesso presidente Obama “i candidati più credibili” del campo repubblicano. Nei sondaggi, è spesso avanti il primo, più moderato e capace di raccogliere consensi trasversali, anche fuori del suo partito, ma – dicono i suoi detrattori – poco dotato di carisma. Perry è, in qualche misura, il suo opposto: irruento, incline alle gaffes, è un personaggio che piace alla destra, ma che lascerebbe spazio a Obama al centro. In contrapposizione a Romney, è stato definito ‘Mr anti-establishment’: ultra-conservatore, evangelico, è visto da qualcuno come un ‘nuovo Bush’ – e non è detto che sia un vantaggio. Colpisce che, nei faccia a faccia televisivi, chiami il suo avversario semplicemente Mitt, sentendosi replicare dal formale Romney “signor governatore”.

La decisione di non puntare alla nomination della ex governatrice dell’Alaska, e tuttora cacciatrice di caribù, Sarah Palin è stata annunciata il 6 ottobre, dopo una ridda di incertezze e segnali contraddittori: niente campagna elettorale 2012 perché “la mia famiglia viene prima”, ha spiegato, lei che fu candidata alla vice-presidenza nel 2008 al fianco di John Mc Cain. Per la leader anti-tasse, non è stata certamente una decisione facile: l’ha maturata “dopo aver molto pregato e molto riflettuto” (e dopo che erano uscite chiacchiere sulla fine del suo matrimonio). Ma, ora che è stata presa, è una decisione irrevocabile: l’ha scritto lei stessa ai suoi sostenitori.

Obama favorito
A tre mesi dall’avvio delle primarie, uno dei tanti sondaggi fatti indica che il 49% degli elettori intende votare nel 2012 contro il presidente Obama e che il 52% degli americani s’aspetta che il vincitore sia un repubblicano, anche se non sa quale. Tuttavia, scrive politico.com, un sito d’analisi politica molto accreditato, Obama ha ottime possibilità di essere rieletto, ed è di fatto il favorito, anche se lui la mette giù dura per mobilitare i suoi sostenitori e i suoi finanziatori.

Lo favorisce proprio l’incertezza dei repubblicani, che, uno dopo l’altro, sembrano ‘consumare’ potenziali favoriti: la Palin, la Bachmann, Perry, Romney. Adesso, molti guardano a Cain, che potrebbe però rivelarsi una meteora. Ed è ovviamente partita la caccia agli elettori ‘orfani’ della Palin. Perry, in un comunicato, s’è affrettato ad affermare che “Sarah è una buona amica, una grande americana, una vera patriota. Rispetto la sua decisione e so che continuerà a far sentire la sua forte voce in difesa dei valori conservatori e per i cambiamenti necessari a Washington”.

A Romney, la defezione della Palin non fa gioco: non sarebbe magari arrivata lontano, ma sarebbe stata una spina nel fianco di Perry, cui avrebbe conteso i voti del serbatoio ultra-conservatore. Recentemente, il Wall Street Journal scriveva che una candidatura alla nomination di Sarah sarebbe stata “una buona cosa”, perché tutta la campagna elettorale sarebbe stata “molto più eccitante” e più gente avrebbe seguito “i dibattiti televisivi”.

Se davvero, senza la Palin, la campagna repubblicana risulterà più noiosa, e quindi meno seguita dai cittadini e meno capace di mobilitare elettori tendenzialmente distratti, allora l’uscita di scena della ex sindaco ed ex miss di Wasilla risulterà, a conti fatti, una chance in più per Obama. Se no, è un guaio in più per il presidente che ne ha già parecchi e che deve sperare che l’economia non viri alla recessione.

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