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Transatlantic Trends 2011

Usa e Ue uniti contro il terrorismo, divisi sulle guerre

14 Set 2011 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Dieci anni di guerra al terrorismo, talora controversa nei metodi, dopo l’attacco all’America dell’11 Settembre 2001, non hanno affatto scavato un solco tra americani ed europei. Anzi, volontà di contrastare le minacce alla sicurezza e necessità di combattere il terrore restano largamente condivise: il 68% degli americani e il 73% degli europei, in Italia addirittura l’81% degli interpellati – un record – approvano la strategia adottata dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, dialogo e fermezza. E non deve stupire che la percentuale di europei sia superiore a quella di americani: nel terzo di americani ‘contro’, vi sono i nostalgici di George W. Bush, più forza che dialogo.

Vicini distanti
Per altro, americani ed europei si confermano ben distanti sull’inclinazione al ricorso alla guerra per ottenere giustizia: uno spartiacque probabilmente approfondito dalle ‘guerre di Bush’, specie l’invasione dell’Iraq decisa e condotta al di fuori della legalità internazionale.

Oggi, tre americani su quattro non bocciano la guerra come strumento, contro solo un europeo su tre (e gli italiani, anche qui, sono i più radicali di tutti: appena il 22% a favore). Un dato che può forse apparire strano, adesso che si sta per uscire – è un augurio ed anche una sensazione – dal conflitto in Libia combattuto dagli europei più che dagli americani, che, dopo serie di raid e una gragnola di missili cruise, si sono sostanzialmente limitati a fornire apporto logistico e tecnologico (aerei cisterna e droni).

Sono indicazioni che emergono da Transatlantic Trends 2011, un’indagine annuale che analizza l’opinione pubblica americana ed europea con riferimento allo stato delle relazioni transatlantiche e a varie questioni mondiali di particolare interesse. Transatlantic Trends 2011 è un progetto congiunto del German Marshall Fund of the United States e della Compagnia di San Paolo, sostenuto da altri istituti di ricerca e enti pubblici europei.

Questa volta, il sondaggio, che ha scadenza annuale, ha coinvolto circa 1000 persone in ciascuno dei 14 Paesi coinvolti: Stati Uniti, da una parte, e Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Slovacchia, Spagna, Svezia, Turchia dall’altra. I dati riferiti all’Unione europea riflettono le opinioni dei 12 paesi membri esaminati.

Le opinioni sono state raccolte tra il 25 maggio al 20 giugno 2011: un periodo che certo pesa sulle risposte perché significativamente vicino all’uccisione, il primo maggio, del capo di al-Qaida Osama bin Laden e nella fase più incerta e più controversa del conflitto libico.

Nemici più deboli
Ma la lettura e l’analisi dei risultati acquista una forza particolare perché la loro presentazione avviene nel clima del decimo anniversario dell’11 Settembre, nell’intrecciarsi di messaggi che hanno segni e significati diversi e talora contrastanti: Obama e i leader dell’Occidente avvertono che la guerra al terrore non è ancora vinta, ma dicono che il mondo è oggi un posto più sicuro, anche se non ancora sicuro (”Il nostro paese è più sicuro e i nostri nemici sono più deboli” è una frase del presidente degli Stati Uniti); e, intanto, i servizi di sicurezza temono che l’anniversario stimoli al-Qaida a mostrarsi ancora capace di colpire e risvegli spiriti di emulazione; e il papa denuncia una tragedia “aggravata dalla pretesa di agire in nome di Dio”, mentre nulla “potrà mai giustificare atti di terrorismo”.

C’è, oggi, “una coscienza più condivisa” della minaccia, afferma il ministro degli esteri italiano Franco Frattini: una coscienza non affidata soltanto ai messaggi di solidarietà e di vicinanza pervenuti a migliaia ad Obama (dall’Italia, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi). Ma c’è pure una coscienza faticosa e dolorosa, messa a nudo dal Consiglio d’Europa e da altri organismi internazionali, infrangendo un tabù: nella guerra al terrore, l’Occidente ha spesso accettato il ricorso a metodi che non appartengono alle sue tradizioni illuministiche, liberali, sociali, la tortura, i sequestri (renditions), le violazioni dei diritti dell’uomo.

Oggi, l’attenzione e le preoccupazioni degli Stati Uniti e dell’Europa sono più spostate sull’economia che sulla sicurezza. Obama, a tre giorni dall’anniversario dell’attacco all’America, parla di posti di lavoro e di crescita, mette in campo un piano per l’occupazione da 447 miliardi di dollari e sfida il Congresso ad approvarlo superando le contrapposizioni maggioranza / opposizione.

Ma basta un allarme giudicato “credibile” dalle agenzie di sicurezza a restituire, sia pure per breve tempo e su scala minore, il clima di quei giorni di dieci anni or sono: si cercano “individui sospetti”, si teme un’autobomba a Washington, il presidente e il segretario di Stato Hillary Clinton parlano di “minaccia credibile”, dietro cui c’è al-Qaida, e invitano a “raddoppiare gli sforzi” per la sicurezza; e, in Europa, le agenzie d’intelligence consigliano di aumentare vigilanza e sorveglianza sugli obiettivi specifici – in Italia, pur in assenza di minacce specifiche, tutte le prefetture e le Questure erano state allertate.

Mancava, al coro, la voce di al-Qaida, che s’è fatta sentire a celebrazioni avvenute, martedì 13, con un messaggio del nuovo leader della rete terroristica, l’egiziano Ayman al-Zawahri: un video di un’ora diffuso su internet e intercettato dal sito di monitoraggio anti-rerrorismo Site.

La sortita di al-Zawahri tradisce una doppia debolezza: logistico-organizzativa, perché avrebbe avuto ben diverso impatto se fosse stato diffuso alla vigilia dell’anniversario (e non dopo); e politico-analitica, perché mira ad appropriarsi della ‘primavera araba’, che, invece, è stata una sconfitta, forse la più grave, per al-Qaida.

Nel messaggio dal titolo “L’alba della vittoria imminente”, il successore di bin Laden auspica che i movimenti di protesta che hanno rovesciato i vecchi leader stabiliscano in Egitto, Tunisia, Libia il “vero Islam”. Il video include un audio di Osama che sarebbe stato registrato prima della sua uccisione, in cui ammonisce gli americani a non “cadere schiavi” dei grandi gruppi economici.

Dilemma Turchia
È in questo contesto che vanno collocati i risultati 2011 di Transatlantic Trends, che mostrano un aumento della fiducia sia di americani che di europei nella capacità di Obama di contrastare la minaccia terroristica internazionale: dopo il suo insediamento, appena il 45% di americani ed il 67% di europei gli davano credito su questo fronte. Resta, nel quadro d’insieme, l’anomalia della Turchia: solo il 23% dei turchi approva come viene oggi condotta la lotta al terrorismo.

Nell’indagine di Transatlantic Trends si ritrovano, inoltre, alcuni temi ricorrenti del sondaggio: ad esempio, che l’Unione europea continua ad auspicare una forte leadership internazionale americana (e viceversa). Il dato medio del 54% di europei favorevoli alla leadership americana è però fortemente differenziato: si va da uno spagnolo, o uno slovacco, su tre a 7 olandesi su 10, più dei britannici (due su tre) – l’Italia è nella media, il 56%.

E la Turchia ne esce fortemente anti-americana: solo un turco su sei sente il richiamo dell’America. La simpatia per gli Stati Uniti resta alta di qua dell’Atlantico: il 72% degli intervistati europei esprime un’opinione positiva degli americani, gli italiani in vetta all’81%, con portoghesi e romeni; i francesi in coda al 58%. E i turchi? Loro stanno al 30%, ma ormai non fa notizia.

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