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Turchia

Terrorismo curdo nel vicolo cieco

5 Set 2011 - Francesco F. Milan - Francesco F. Milan

Il conflitto tra la Turchia e i separatisti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) si trascina ormai da quasi trent’anni, durante i quali le vittime accertate sono state più di quarantamila tra civili, militari turchi e militanti del Pkk. L’attacco avvenuto a metà agosto nella provincia di Hakkari, una delle zone militarmente più calde della Turchia, nel quale hanno perso la vita dodici soldati turchi, non è che l’ennesimo episodio di uno scontro giunto da tempo a un punto morto.

Non solo sicurezza
I governi che si sono succeduti in Turchia negli ultimi decenni hanno ricevuto numerose critiche per il modo in cui hanno gestito la questione curda: durante gli anni novanta la militarizzazione della regione sudorientale del paese, dove risiede la maggior parte della minoranza curda, fu accompagnata da pesanti violazioni dei diritti umani e da una serie di uccisioni e operazioni segrete su cui non si è ancora fatta luce fino in fondo.

Nel 1999, la cattura del leader del Pkk Abdullah Ocalan rappresentò un duro colpo per le milizie (riconosciute come gruppo terrorista da Turchia, Unione europea, e Stati Uniti), ma, a distanza di qualche anno, il caos portato dalla guerra in Iraq aiutò la riorganizzazione del Pkk oltre il confine turco-iracheno, riaccendendo gli scontri con le forze armate turche ed aprendo una nuova stagione di attentati contro i civili.

Nemmeno l’avvento del governo Erdoğan, nel 2003, considerato l’esecutivo politicamente più forte e stabile nella storia della Turchia repubblicana, è riuscito a portare cambiamenti sostanziali nella gestione della questione curda: il lancio di alcune riforme minori, come la possibilità per i media di trasmettere o pubblicare in lingua curda, o la cosiddetta ‘iniziativa democratica’, inaugurata recentemente dal governo, non hanno portato risultati tangibili.

Il principale errore commesso dai vari governi turchi è probabilmente quello di aver affrontato la questione curda principalmente dal punto di vista della sicurezza. Questo approccio ha portato ad inquadrare il problema esclusivamente nell’ambito di una strategia di anti-terrorismo, nella quale i governi hanno trascurato, consapevolmente, alcuni dei fondamentali elementi politici della questione. Schiacciata dalla retorica nazionalista turca, l’insurrezione curda è stata dunque declassata a mero problema di terrorismo, nel contesto del quale nessun compromesso politico è ammissibile.

Strategia Pkk?
Ma la responsabilità di avere condotto la questione curda in un vicolo cieco non va imputata esclusivamente al governo turco: anche il Pkk e gli altri attori politici che rappresentano la minoranza curda non sembrano riuscire ad andare oltre una strategia di fondo che, paradossalmente, non si discosta di molto da quella turca.

Il Partito della pace e democrazia (Bdp), che rappresenta la minoranza curda, ha fallito nel crearsi un’identità politica credibile: le idee del partito appaiono confuse, al punto che non è chiaro se il Bdp lavori per ottenere uno stato curdo separato dalla Turchia, oppure il riconoscimento di una regione autonoma all’interno del paese, né a quali condizioni l’una o l’altra possibilità dovrebbero o potrebbero realizzarsi.

Negli ultimi anni, laddove il dibattito sulle riforme si è fatto più acceso, il Bdp si è solitamente defilato, dando indirettamente credito alle tesi di quanti vedono il partito politicamente schiacciato tra Abdullah Ocalan, il quale, seppur incarcerato, rimane la mente politica del Pkk, e Murat Karayilan, che dalle montagne del Kurdistan iracheno guida il gruppo terroristico.

Il notevole aumento degli attacchi del Pkk negli ultimi anni, aveva inizialmente fatto pensare ad una sorta di strategia coordinata tra Pkk e Bdp: il bastone degli attacchi ai soldati turchi avrebbe dovuto essere così affiancato dalla carota del dialogo con il governo, del quale avrebbe dovuto occuparsi il Bdp.

Ma ciò non è avvenuto: mentre gli attacchi del Pkk si sono succeduti con assoluta regolarità, il Bdp ha dimostrato di non avere sufficiente spessore politico per mettersi in luce, non riuscendo ad instaurare un dialogo con il governo, né a trovare supporto politico al di fuori del tradizionale elettorato curdo.

Al momento, però, dopo che nel 2010 si sono contate decine di attacchi e circa cento vittime tra i soldati turchi (mentre nel 2011 il numero dei morti ha già superato le trenta unità), la vera domanda è se il Pkk abbia o meno una strategia di medio termine. Che gli attacchi riescano nell’intento di provocare vittime tra i militari è ormai assodato. Si fatica tuttavia a vedere un piano che sappia andare oltre una interminabile schermaglia.

Gioco a somma zero
Altri attacchi contro le truppe turche si verificheranno con ogni probabilità nei prossimi mesi. Se il conflitto dovesse seguire il copione riproposto negli ultimi anni, gli attacchi saranno particolarmente intensi fino ad autunno, per poi interrompersi durante l’inverno e riprendere a primavera. Allo stesso modo, le forze armate turche non sembrano riuscire ad andare oltre la classica strategia basata sul bombardamento dei campi di addestramento del Pkk situati nelle montagne di Kandil, nel Kurdistan iracheno.

Ma il nodo principale rimane che sia il governo turco che i vari attori politici curdi preferiscono continuare ad inquadrare la questione come un gioco a somma zero, senza possibilità di compromesso. Un grave errore per il governo turco ma non di meno per il Pkk ed il Bdp, che facendo affidamento esclusivamente sull’uso della forza e della propaganda, non smettono di perdere ogni residua credibilità politica.

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