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Verso un nuovo esecutivo

Lo shock Leterme sblocca la crisi in Belgio

21 Set 2011 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

L’annuncio a sorpresa dell’uscita di scena del premier belga Yves Leterme, alla guida di un governo in carica per gli affari correnti, s’è rivelato uno shock positivo per le trattative per la formazione di un esecutivo nel pieno possesso dei suoi poteri.

Poche ore dopo l’annuncio di Leterme, gli otto partiti che, sotto la regia del premier designato Elio Di Rupo, socialista, francofono, italiano d’origine, negoziano programma e composizione del nuovo governo, hanno trovato una bozza d’intesa sulla circoscrizione Bruxelles-Hal-Vilvorde, a maggioranza francofona, ma in territorio fiammingo: una controversia di borgata, che basta, però, a tenere sull’orlo della secessione un paese fragile.

A 465 giorni dalle elezioni politiche del 13 giugno 2010 – il computo è bloccato al 21 settembre -, le trattative starebbero dunque per sfociare in un accordo.

Castello di carte
Se ne sono subito resi conto i secessionisti fiamminghi, che, lo scorso fine settimana, hanno dimostrato a migliaia nelle strade di Linkebeek, sotto le loro bandiere giallo-nere e al grido di ”terra fiamminga”. Gli estremisti del Vlaams Belang e i nazionalisti del N-Va, risultato il principale partito delle Fiandre l’anno scorso, contestano la bozza d’intesa e vogliono sopprimere i ‘privilegi’ linguistici di cui godono i francofoni risiedenti in quella zona.

A metà settembre, Leterme ha comunicato che, entro la fine dell’anno, lascerà la guida del governo e assumerà la carica non contesissima di segretario generale aggiunto dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, un organismo internazionale ascoltato e autorevole, di cui fanno parte 32 paesi, ma che non ha né i poteri né il prestigio dell’Ue. A Leterme il posto è stato offerto da Angel Gurria, che sarà il suo nuovo ‘capo’ a Parigi, dov’è la sede dell’Ocse.

La mossa di Leterme, un cattolico fiammingo, già a capo dell’esecutivo prima delle elezioni del 2010, rischiava, però, di fare venire giù il castello di carte della politica belga. A dire il vero, mentre i partiti litigavano senza costrutto, il paese se l’è cavata egregiamente, patendo la crisi meno di molti altri dell’Ue la e gestendo bene la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione nel secondo semestre 2010. L’uscita di scena del premier è un rompicapo anche per i costituzionalisti: dal 1831, da quando il Belgio è indipendente, non c’erano mai state le dimissioni d’un capo di governo in carica per gli affari correnti.

Di fronte al precipitare della situazione, il re Alberto II, con il ciclista Philippe Gilbert ormai l’unico simbolo forte di un’unità nazionale vacillante, s’è mobilitato, come aveva già fatto prima della festa nazionale del 21 Luglio. Alberto, 77 anni, che agli occhi degli italiani è soprattutto il marito di Paola Ruffo di Calabria, aveva avvertito: “La nostra situazione attuale potrebbe danneggiare la costruzione europea, già segnata da euroscettici e populisti”.

“Blocco profondo”
Se avvenisse a crisi irrisolta, la partenza di Leterme farebbe sprofondare la situazione politica del paese al livello più basso, alimentando i timori di una separazione del Belgio, diviso tra le Fiandre, a Nord, ricche, cattoliche e abitate dai due terzi della popolazione di lingua fiamminga, tendenzialmente favorevole a una maggiore autonomia, se non alla separazione vera e propria, e la Vallonia, a Sud, meno florida, socialista e abitata dal terzo della popolazione di lingua francese, tendenzialmente favorevole a uno Stato centrale forte.

E, intanto, le tensioni sull’euro e sui mercati coinvolgono pure il Belgio, che non è sotto attacco, ma il cui debito è alto e la cui economia è ammalata, come tutte quelle europee, di crescita lenta.

Forse il premier, che non è un separatista, cercava, con il suo annuncio, di dare una scossa positiva ai ‘negoziati infiniti’, incoraggiandone il successo. A luglio, dopo l’appello del re, otto partiti avevano già trovato un accordo di massima. Ma quando le trattative erano riprese, a metà d’agosto, altri nodi erano venuti al pettine, inducendo Di Rupo a parlare di un “blocco profondo”.

Politico esperto, leader del partito più votato a livello nazionale nelle ultime consultazioni, famoso per il cravattino e per l’outing gay, il ‘formatore’ ha però sfruttato lo ‘shock Leterme’ per disincagliare in fretta la situazione. Resta, però, da definire il programma di governo, che potrebbe comprendere riforme istituzionali con autonomie regionali rinforzate per il fisco, l’occupazione e la salute – rivendicazioni fiamminghe. E se tutto va a monte? La prospettiva è quella di nuove elezioni legislative anticipate, le seconde di fila.

Ipoteca secessionista
Una difficoltà politica rilevante è che, dai negoziati, è attualmente esclusa la N-Va, la nuova Alleanza fiamminga nazionalista e secessionista di Bart de Wewer, oggi più forte dei cattolici nelle Fiandre. E i sondaggi dicono che de Wewer continua a guadagnare consensi, cavalcando il tema del separatismo e lo spauracchio di un aumento delle tasse che – dice – toccherà soprattutto “le classi media e le imprese”, mentre “il paese sfuggirà ancora una volta alla riforma dello Stato”.

L’accordo di luglio appariva “fragile”, agli occhi di molti osservatori politici belgi, soprattutto perché i cristiano-democratici fiamminghi avevano accettato solo “con riserva” di rompere coi separatisti di De Wever. E il coinvolgimento dei cattolici è necessario perché la coalizione disponga in parlamento dei due terzi dei voti indispensabili a varare riforme istituzionali.

D’altro canto, i nazionalisti-fiamminghi, se pure, a conti fatti, resteranno fuori dal governo, fanno già sentire il loro peso sulle scelte sociali belghe, ad esempio sul fronte dell’integrazione degli immigrati: dal 23 luglio, è in vigore nel paese la legge anti-burqa, analoga a quella introdotta in Francia in aprile. La norma prevede il divieto di presentarsi nei luoghi pubblici con il viso coperto o in modo tale da non essere identificabili, pena una condanna a sette giorni di carcere e una multa. In Belgio le donne che portano il velo integrale sono appena 270: il provvedimento è, dunque, soprattutto simbolico. Criticata da organizzazioni internazionali e non governative per la difesa dei diritti dell’uomo, la norma è stata contestata di fronte alla Corte costituzionale.

Francesi e olandesi guardano con attenzione quanto avviene nel ‘paese di mezzo’. In Olanda, i cattolici hanno fatto un’alleanza discussa con liberali e xenofobi, lasciando all’opposizione i socialisti. In Francia, invece, la leader del Fronte nazionale di estrema destra, Marine Le Pen, vuole “tendere una mano” alla Vallonia: se “il Belgio dovesse andare in frantumi”, Marine, candidata alle presidenziali nel 2012, propone che francesi e valloni si pronuncino con un referendum per un’unione tra Francia e Vallonia, in pratica un’annessione del Sud del Belgio da parte della Francia. Un incentivo in più, per i valloni, a restare belgi.

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