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Voto all’Onu

Israele e il riconoscimento dello stato palestinese

20 Set 2011 - Maria Grazia Enardu - Maria Grazia Enardu

La lunga estate di Israele è iniziata a maggio, con la visita del primo ministro Benjamin Netanyahu a Washington, in cerca di un sostegno anche in vista della sessione dell’Assemblea generale dell’Onu che ha all’ordine del giorno il riconoscimento di uno stato palestinese.

Al momento l’Autorità palestinese è presente all’Onu con lo status di osservatore; se il 23 settembre l’Assemblea generale approvasse la risoluzione che i palestinesi stanno per presentare, diventerebbe uno “stato osservatore non membro”. Senza diritto di voto, dunque, ma quel che conta è la parola stato. Non diventerà un vero stato membro, perché questo richiederebbe l’approvazione del Consiglio di sicurezza, dove però gli Usa sono pronti a porre il veto.

Posta in gioco
Il passaggio in Assemblea sarà un momento di altissima tensione. È quasi certo che la maggioranza dei paesi membri voterà per il sì, ma i numeri sono incerti, come pure l’atteggiamento che terranno, in sede di dibattito e di voto, molti paesi chiave. Il loro voto conta come quello di tutti gli altri, ma a New York i voti si pesano anche politicamente. Di cruciale importanza, per i mercanteggiamenti dell’ultimo momento e per il futuro, saranno gli astenuti e gli assenti.

Da tempo la diplomazia di Israele lavora per limitare i danni e anche altri paesi, come gli Stati Uniti e alcuni europei, cercano di restringere il campo dei possibili sì, argomentando che tutto questo non giova alla ripresa di un vero negoziato. Si punta anche ad evitare il totale isolamento americano in Consiglio, o a aumentare gli astenuti in Assemblea.

L’Israele che arriva all’Onu è un paese diviso – come dimostrano le massicce dimostrazioni interne a favore di una maggiore giustizia sociale – e che sulla scena internazionale continua a perdere, per miopia politica, amici e contatti preziosi.

Isolamento
L’incidente con la “Freedom flotilla” del maggio 2010, nel quale nove civili turchi sono stati uccisi dai militari israeliani mentre cercavano di forzare il blocco navale israeliano su Gaza, ha portato a varie inchieste, interne e internazionali. Ma alla fine, per il governo e per l’opinione pubblica di Turchia, quel che conta sono i civili uccisi e il rifiuto di Israele a esprimere scuse vere. Un braccio di ferro che Israele può solo perdere.

In diplomazia, volendo, si trova la formula giusta, ma per Israele le scuse legittimerebbero il tentativo dei civili turchi di forzare il blocco di Gaza. La diplomazia muscolare del ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman ha fatto in generale parecchi danni, ma sul fronte turco è stata disastrosa.

Il governo Netanyahu commette un errore serio. La Turchia, prezioso alleato della Nato, sta cercando una politica estera diversa e più attiva (irritazione con Assad, nuovi contatti con l’Egitto, ruolo verso l’Iran). Se i turchi abbandonano definitivamente Israele, sarà Israele a subire una perdita grave, non viceversa. Anche i rapporti con Egitto e Giordania sono più che gelidi, il che aumenta l’isolamento e rende i trattati di pace assai fragili.

Alta tensione
Sostenuto da una coalizione di estrema destra fragile e arroccata, il governo Netanyahu non ha né la visione né i mezzi per cambiare politica, dentro e fuori. Vuole un negoziato solo per continuare a prendere e perdere tempo. Un negoziato infinito, fine a se stesso, mentre proseguono gli insediamenti.

Il governo israeliano teme le nuove iniziative di protesta e lotta dei palestinesi. Gli attentati di Eilat del 18 agosto hanno nuovamente messo a nudo le difficoltà di Hamas a controllare le frange estreme, ma il vero pericolo è in Cisgiordania. Difficilmente ci sarà una terza intifada, che nessuno vuole, ma si prevedono dimostrazioni di massa, che potrebbero sfociare in scontri con i coloni. Questi ultimi peraltro sono stati riforniti di gas lacrimogeni.

Decisione a dir poco cieca. Già da tempo l’esercito ha serie difficoltà a controllare i coloni, ora se ne incoraggia l’aggressività. Se finora l’azione dei coloni è stata diretta principalmente contro i palestinesi, domani chissà. Si stanno così gettando i semi di una guerra civile anche se, incredibilmente, i piani contro la protesta palestinese sono stati denominati “Semi di estate”.

Si sta anche studiando l’introduzione di norme di emergenza che, se applicate a manifestazioni massicce, ma non violente, potrebbero avere un effetto politico e legale devastante.

Teorica unità
Sulla carta i palestinesi arrivano all’Onu uniti. Il governo Hamas-Fatah non si è materializzato, ma i due gruppi sono almeno riusciti a evitare l’ennesima spaccatura. Hamas ha avuto il buon senso di non forzare troppo la mano.

Questa è anche l’ultima carta del presidente Abu Mazen, in eterna prorogatio, considerato l’ultimo palestinese disposto a trattare per la soluzione dei due stati. Ha anche dimostrato di sapere tenere compatto il suo territorio. Dopo di lui, il diluvio, in uno scenario in cui la debolezza dei palestinesi può diventare elemento di forza, logica che Israele non è in grado di capire, né di contrastare.

Israele reagirebbe infatti duramente a un nuovo status palestinese, con il rischio di provocare il collasso dell’Autorità stessa, per dimissioni o per incapacità di gestire la situazione. Se l’Autorità non amministrasse più la Cisgiordania – e teoricamente la stessa Gaza – Israele dovrebbe riassumere il ruolo di amministratore diretto, con costi politici, economici e sociali rovinosi.

E a quel punto scatterebbe la trappola: o interviene qualcun altro (Onu, Ue, altri) o Israele potrebbe vedersi addirittura chiedere, dai 2,4 milioni di palestinesi della Cisgiordania, la cittadinanza israeliana.

Sarebbe la fine dello stato ebraico, in termini politici prima ancora che demografici. Il che spiega la spesso incomprensibile richiesta di Israele di essere riconosciuto come stato ebraico. Che più che una pretesa, appare una supplica.

Partita finale
L’Israele che si presenta all’Onu è un paese sempre più isolato e angosciato. La crisi con Turchia, Egitto, Giordania è infatti considerata da politici come Ehud Barak, ministro della Difesa, come uno tsunami diplomatico.

Il rapporto con Washington rimane stretto, ma problematico. Obama appoggerà Israele, ma deve tener conto di alleati come la Turchia e di paesi come l’Egitto, l’Arabia Saudita etc, anzi delle reazioni dell’intero mondo islamico.

Robert Gates, uomo di poche parole e grande equilibrio che ha da poco lasciato la guida del Pentagono, ha detto che Israele dimostra ingratitudine verso gli Stati Uniti, e che Netanyahu sta mettendo in pericolo il suo paese. Sono queste parole, e non le ovazioni del Congresso a Netanyahu, a rivelare davvero lo stato dei rapporti tra i due paesi.

Quel che uscirà dalla sessione dell’Onu del 23 settembre è quindi solo l’inizio della partita finale, che avrà tempi lunghi – una tappa cruciale saranno le presidenziali americane del prossimo anno – ma che si gioca in spazi per Israele sempre più ristretti e pericolosi.

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