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Nuovo presidente

Il modello Lula conquista il Perù

12 Set 2011 - Valeria Risuglia - Valeria Risuglia

Grandi aspettative ha suscitato in Perù l’elezione, a fine luglio, del nuovo presidente Ollanta Humala, ex comandante militare e leader del Partito nazionalista peruviano (Pnp), che sostituisce l’uscente Alan Garcia.

Dovrà gestire un paese complesso, con una popolazione di 28 milioni di abitanti di cui un terzo sotto la soglia della povertà, ricco di conflitti sociali e con un tasso di crescita media che negli ultimi dieci anni è stato del 5.7%.

Svolta storica
La prima apparizione di Humala sulla scena politica è stata nel 2000, con il tentato golpe contro il governo dittatoriale di Alberto Fujimori, per il quale ha poi ricevuto l’amnistia dal presidente Valentin Panigua. Perse le elezioni presidenziali del 2006, probabilmente anche a causa della vicinanza al presidente venezuelano Hugo Chávez, si è ripresentato alle elezioni del 2011. Dichiaratosi seguace del modello dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva e presentandosi con un profilo politico moderato, ha vinto le elezioni con il 51.5% contro Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Fujimori. Humala è il primo presidente di sinistra dal 1975, anno in cui fu destituito il generale Juan Velasco Alvarado, giunto al potere con il colpo di Stato del 1968.

Il mandato di Humala è iniziato all’insegna delle contraddizioni. A dispetto della tanto proclamata collaborazione politica, il neo presidente ha provocatoriamente giurato sulla Costituzione del 1979, precedente a quella vigente, promulgata nel 1993 sotto la presidenza di Fujimori. Il partito di quest’ultimo è invece la seconda forza politica del Parlamento e sarà all’opposizione per i prossimi cinque anni.

Coesione sociale
Principale obiettivo di Humala è estendere la presenza dello Stato, soprattutto nelle località più povere del paese, attraverso un nuovo contratto sociale che renda possibile la convivenza dei peruviani. Lo Stato diventa così il principale promotore di un’economia nazionale aperta.

Numerosi i programmi di assistenza sociale sono stati annunciati per combattere la povertà e la disuguaglianza negli 800 distretti più poveri del paese: aumento progressivo del salario minimo a 750 soles mensili (circa 200 euro) – misura criticata perché potrebbe provocare inflazione -, pensione per gli anziani in stato di povertà (la cosiddetta Pensione 65) e borse di studio per gli studenti con basso reddito. Per la realizzazione delle politiche sociali, sono stati creati istituiti ad hoc, quali il ministero dello sviluppo e dell’inclusione sociale e il Consiglio economico e sociale. Infine, è stato previsto l’aumento degli investimenti in infrastrutture, in particolare per la costruzione di strade, reti ferroviarie e di una linea aerea nazionale.

Composto da tecnocrati, intellettuali ed eminenti rappresentanti della società civile, l’esecutivo che dovrebbe guidare il paese fino al 2016 sarà “di unità nazionale, moderato e di concertazione”. Le personalità di punta sono Salomon Lerner Ghitis, finanziatore di gran parte delle campagne elettorali di Humala e nuovo presidente del consiglio dei ministri; Luis Miguel Castillo, ministro dell’economia e delle finanze che dovrà conciliare l’attuale modello di libero mercato con una maggiore spesa sociale; Daniel Mora, generale in pensione e ministro della difesa e, infine, Carlos Herrera Descalzi, ministro dell’energia e delle miniere.

Lula andino
Molti quotidiani latinoamericani hanno ribattezzato Humala il “Lula andino”, perché è riuscito a raggiungere la presidenza promuovendo una rivoluzione neo liberale e evocando un esecutivo moderato, capace di interagire con le altre forze politiche, sulla falsariga di quanto fatto anche dall’ex presidente brasiliano.

Tuttavia, la vittoria di Humala non è stata così schiacciante come fu quella dell’omologo brasiliano. Di fatto, Humala non ha l’appoggio di un movimento politico forte e influente come il brasiliano Partito dei Lavoratori (Pt), legato alle forze sociali più progressiste. Il che lo rende però anche meno condizionabile e vincolato politicamente. La parola-chiave della nuova presidenza di Humala è, comunque, pragmatismo: la stessa che per otto anni ha caratterizzato il governo di Lula e che continua a segnare la presidenza brasiliana di Dilma Rousseff.

Il futuro del Perù
La principale sfida del nuovo governo sarà mantenere il tasso di crescita economica ai livelli degli ultimi anni, e continuare a stimolare l’attività mineraria, cruciale in un paese ricco di materie prime (oro, rame, gas e zinco) come il Perù, la cui esportazione ha permesso di compensare le difficoltà della crisi finanziaria ed economica iniziata nel 2008.

Altra priorità riguarda i contratti tra lo Stato e il consorzio che gestisce il giacimento di gas di Camisea, che devono essere rinegoziati per permettere l’approvvigionamento e le esportazioni. Le riserve del giacimento, che ammontano a circa 11 miliardi di metri cubi, sono infatti soggette alla discrezionalità del consorzio, che ha anche la facoltà di definire la percentuale di gas da esportare.

Un programma ambizioso soprattutto in campo sociale, dunque, ma fino ad oggi ancora troppo generico e, forse ideologico. Non sarà facile realizzarlo in un paese attraversato da profonde tensioni politiche e sociali, con molte potenzialità, ma anche una struttura economica fragile. Se è davvero nato un nuovo “Lula” delle Ande potremo capirlo davvero solo nei prossimi mesi.

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