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Belgrado al bivio

Il Kosovo allontana la Serbia dall’Ue

1 Set 2011 - Giordano Merlicco - Giordano Merlicco

Continua ad aumentare il numero dei paesi che riconoscono l’indipendenza del Kosovo. Nel corso dell’estate, tuttavia, la tensione con la Serbia ha di nuovo raggiunto il livello di guardia, con ripercussioni negative sull’avvicinamento di Belgrado all’Ue. Mentre l’ipotesi di partizione del territorio torna a infiammare il confronto politico interno.

I paesi che hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo sono diventati 81 su un totale di 193 stati membri delle Nazioni Unite. Guinea, Niger, Benin e Santa Lucia si sono infatti recentemente aggiunti alla lista, e altri stati caraibici potrebbero presto seguire. Non hanno invece mutato la loro posizione i più importanti stati che si sono opposti alla secessione kosovara, come la Russia, la Cina, ma anche l’India, il Brasile e il Sud Africa. Dal canto suo la Serbia ha ribadito che non intendere cedere al riconoscimento del Kosovo, anche se ciò dovesse rallentare il suo cammino verso l’Ue.

Mediazione tedesca
In luglio le tensioni sul territorio si sono nuovamente acuite. A scatenare le ostilità è stato l’invio, da parte di Priština, di una unità speciale di polizia nel nord del Kosovo, con l’incarico di assumere il controllo dei punti di transito e mettere in atto un embargo commerciale contro i prodotti serbi. Il tentativo di Priština ha incontrato la netta opposizione dei serbi del Kosovo, che hanno incendiato i punti di transito ed eretto barricate.

Le tensioni sono state parzialmente alleviate da un accordo temporaneo, siglato dalla Serbia e dalla missione della Nato in Kosovo (Kfor). L’accordo prevede che il controllo dei punti di transito sia affidato a personale locale e non agli agenti della polizia di Priština, mentre il transito dei veicoli addetti al trasporto di merci sarà limitato.

Sullo sfondo delle tensioni la Germania ha mostrato un rinnovato attivismo nella regione balcanica. Il ministro degli esteri tedesco, Guido Westerwelle, in luglio si è recato in Kosovo, dove ha espresso il pieno sostegno del suo paese alle autorità di Priština. Per Westerwelle le frontiere dell’Europa sud orientale vanno bene cosi come sono e “non bisognerà mai riaprire la questione dei confini”.

In agosto la cancelliera tedesca Angela Merkel ha incontrato a Belgrado le autorità serbe. Al centro dei colloqui la questione del Kosovo, ma anche le prospettive di integrazione della Serbia nell’Unione europea. Merkel ha presentato tre richieste al governo serbo: riprendere i negoziati con le autorità di Priština, facilitare l’attività della missione di polizia dell’Ue (Eulex) nel nord del Kosovo e smantellare le “istituzioni parallele” nelle aree a maggioranza serba.

Secondo alcune indiscrezioni, la Germania considera queste richieste come delle vere e proprie condizioni, che la Serbia deve soddisfare se vuole ottenere lo status di paese candidato all’adesione all’Ue. Sui primi due punti l’esecutivo serbo non ha obiettato nulla. Sull’ultima richiesta, invece, Belgrado non ha potuto convenire alle richieste tedesche.

Spalle al muro
Per il ministro per il Kosovo, Goran Bogdanović, la richiesta tedesca di abolire le istituzioni serbe in Kosovo è “inaccettabile”. Bogdanović ha inoltre respinto l’idea che le istituzioni che rappresentano i serbi del Kosovo possano essere definite “parallele”. Piuttosto per la Serbia sono da considerare “parallele” e illegittime le istituzioni degli albanesi del Kosovo. A scanso di equivoci, Bogdanović ha inoltre ribadito che è inutile imporre alla Serbia condizioni inaccettabili, giacché “la Serbia non rinuncerà mai al Kosovo”.

Lo stesso presidente Boris Tadić ha dichiarato che “la Serbia non abbandonerà il suo popolo nella provincia del Kosovo e Metohija”. Tadić ha ribadito anche che la Serbia non rinuncerà all’integrazione nell’Ue, ma ha ventilato l’ipotesi che il suo paese non riuscirà ad ottenere lo status di candidato entro il 2011.

L’insistenza con cui il governo serbo rivendica l’opportunità di perseguire, di pari passo, l’integrità territoriale e l’adesione all’Ue, ha suscitato il netto disappunto di Vojislav Koštunica, capofila del Partito democratico di Serbia (Dss). L’ex premier ha dichiarato che l’Ue chiede alla Serbia di pagare l’adesione con la rinuncia ad un suo territorio e che, per questo motivo, Belgrado dovrà alla fine scegliere tra l’integrità territoriale e l’integrazione nell’Ue.

Koštunica non ha dubbi che tra le due opzioni la difesa dell’integrità sia prioritaria per il suo paese. Ma Koštunica sa anche che mettere in dubbio la possibilità di perseguire entrambi gli obiettivi mette in difficoltà il governo e Tadić. Del resto, di fronte alla moderazione mostrata sulla questione del Kosovo, alla consegna dei dirigenti serbi di Bosnia e Croazia accusati di crimini di guerra dal Tribunale penale per l’ex-Jugoslavia, l’esecutivo di Belgrado non ha molti successi da rivendicare presso l’opinione pubblica.

Gli eventi di luglio indicano inoltre uno scollamento tra il governo e i serbi del Kosovo. Mentre Tadić condannava l’incendio dei punti di transito, accusando i responsabili di essere “hooligans”, i serbi del Kosovo si sono mostrati restii a rimuovere le barricate.

Dilemma partizione
Nel frattempo è riemersa l’ipotesi di una partizione tra serbi e albanesi del territorio kosovaro, un’opzione rilanciata dal ministro degli interni e segretario del Partito socialista (Sps) Ivica Dačić. Intervistato da un quotidiano in lingua albanese, Dačić ha dichiarato che la partizione potrebbe essere l’ipotesi migliore in una visione di lungo termine. Le dichiarazioni del ministro serbo hanno destato sorpresa e suscitato un coro unanime di critiche. Un netto rifiuto della partizione è giunto dalle autorità di Priština. Da parte sua il governo serbo ha puntualizzato che tale soluzione comporterebbe l’esodo dei circa 70.000 serbi che vivono nelle aree centrali e meridionali del Kosovo.

L’idea della partizione è stata spesso presa in considerazione negli ultimi venti anni. Un rapporto dell’International Crisis Group del 2010 segnalava la possibilità di mantenere l’indipendenza del Kosovo e risolvere il conflitto operando uno scambio di territori. La Serbia avrebbe potuto cedere le aree a maggioranza albanese della Valle di Preševo, al confine con la Macedonia, ricevendo in cambio i distretti settentrionali del Kosovo. Ma Dačić ha una visione nettamente diversa della partizione, che non si limita al territorio kosovaro. La sua ipotesi contempla infatti il distacco dell’entità a maggioranza serba (Republika Srpska, Rs) dalla Bosnia e la sua integrazione all’interno della Serbia.

Tale assetto territoriale sarebbe difficile da accettare per l’Ue e gli Usa. Tuttavia le parole di Dačić segnalano in maniera incontrovertibile che la Serbia non cederà facilmente sulla questione del Kosovo. Altri paesi hanno perso il controllo di un loro territorio in seguito all’azione di movimenti separatisti da diversi decenni e non accennano a riconoscerne la secessione.

Nessuno di questi territori, tuttavia, può vantare il numero di riconoscimenti internazionali di cui gode il Kosovo. Ma la Serbia ha una leva che altri non hanno: il controllo di una parte del territorio conteso. Se l’influenza sul Kosovo settentrionale non dovesse essere sufficiente a rafforzare la posizione negoziale serba, a Belgrado rimarrebbe la possibilità di incoraggiare il mai sopito separatismo dei serbi di Bosnia.

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