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Post-Gheddafi?

Il futuro della Libia tra Nato e Ue

9 Set 2011 - Carlo Jean - Carlo Jean

Le operazioni in Libia hanno riservato molte sorprese. La situazione di stallo che sembrava dominare fino a metà agosto si è sbloccata all’improvviso. Non è ancora ben chiaro perché le forze fedeli a Gheddafi, trincerate a Tripoli, abbiano ceduto così rapidamente. Certamente, non sono state solo le milizie berbere, scese dalle montagne Nafusa, né i rinforzi che hanno ricevuto da Bengasi e da Misurata. Le forze del colonnello, logorate da cinque mesi di offensiva aerea della Nato, si devono essere sentite minacciate da un’insurrezione della città. Essa era stata preparata da tempo.

Difficile coesione
La vittoria militare, tuttavia, va ora trasformata in vittoria politica. Tutto dipenderà dalla capacità del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) di pervenire a compromessi, di persuadere le forze rimaste fedeli a Gheddafi che non verranno fatte vendette e le varie componenti della società libica che potere politico e ricchezze del petrolio e del gas verranno equamente distribuite fra tutti e non monopolizzate dai vincitori. Solo così si potranno disarmare le milizie tribali e locali ed i gruppi armati di autodifesa.

Essenziale è che non si accenda una lotta per il potere all’interno del Cnt, profondamente frammentato. Le sue principali componenti sono cinque: gli esponenti del vecchio regime che hanno guidato l’insurrezione; le milizie cittadine della Cirenaica; quelle islamiste (di cui fa parte anche il comandante militare di Tripoli, soprannominato “l’afgano”, sostenuto dal suo concittadino di al-Baydia, il capo del Cnt Jalil) quelle di Misurata e, infine, quelle berbere, convinte di aver contribuito in modo determinante alla cacciata di Gheddafi da Tripoli.

Solo con l’unità fra tutte queste componenti sarà possibile, in tempi ragionevoli, stabilizzare istituzionalmente il paese. L’unità renderà possibile la costituzione di forze di sicurezza, in grado di mantenere l’ordine pubblico e di ripristinare una certa funzionalità dei servizi e rifornimenti essenziali. Il caso di Misurata è confortante. Il comitato civico della città è riuscito ad evitare saccheggi e vendette.

Tempi lunghi
I tempi per la redazione di una nuova costituzione e per lo svolgimento delle elezioni, dichiarati il primo settembre a Parigi nella Conferenza degli “Amici della Libia”, sono molto ambiziosi e quasi sicuramente non potranno essere rispettati.

Nel frattempo, la situazione potrà essere mantenuta sotto controllo solo se verranno soddisfatte le esigenze basilari della popolazione: acqua, viveri, carburante, assistenza sanitaria e così via.

La decisione, presa a Parigi, di fornire immediatemente quindici miliardi di dollari al Cnt è essenziale per metterlo in condizioni di governare la Libia.Non bisogna nascondersi le difficoltà. Non solo per la sfiducia reciproca ed i sospetti esistenti fra i vari gruppi di insorti, ma anche perché, la Libia – a differenza dell’Egitto e della Tunisia – non dispone di istituzioni. Esse furono sistematicamente distrutte da Gheddafi perché non sfidassero il suo bizzarro – ma non troppo – sistema di potere.

Se è relativamente facile distruggere, è molto più difficile costruire. Il caos potrà essere evitato solo con un consistente sostegno degli “Amici della Libia”. Il “tesoretto” che il Cnt sta ereditando dal precedente regime ha una consistenza complessiva di almeno 20 mila dollari per ognuno dei sei milioni e mezzo di libici. Se verrà impiegato senza troppe “dispersioni” è in grado di finanziare per un paio di anni la sopravvivenza della popolazione e la ricostruzione del paese.

Autonomia dell’Ue?
L’aspetto più interessante dell’intervento in Libia è stato il successo conseguito dagli europei – in realtà dalla Francia e dalla Gran Bretagna – senza una leadership americana o, meglio, con la sola “leadership from behind” (indiretta) di Washington. Però, il supporto americano è stato essenziale sia nelle fasi iniziali, per la distruzione delle difese aeree libiche, sia successivamente per il rifornimento in volo, per la sorveglianza del territorio e per i rifornimenti di munizioni. Ma è stato il primo caso in cui gli Usa non hanno voluto esercitare il comando di un’operazione congiunta.

È il segno di un cambiamento della strategia americana nei confronti della Nato? Gli Usa lascerebbero gli europei a cavarsela da soli nell’“estero vicino” europeo? E l’Europa abbandonerà il sogno di divenire un attore geopolitico globale, concentrandosi sull’essere effettivamente una potenza regionale? La politica di sicurezza e difesa comune si rafforzerà? Saranno superate le obiezioni britanniche alla costituzione di un comando operativo europeo, indipendente dalla Nato?

La questione era tornata di attualità nel recente incontro del “Triangolo di Weimar”. Francia, Germania e Polonia avevano deciso di dar vita ad un comando operativo europeo, ma hanno dovuto fare subito “marcia indietro” per la netta opposizione britannica. Inoltre, secondo gli esperti, un’autonomia europea dagli Usa non è sostenibile alla luce delle recenti riduzioni dei già scarsi bilanci europei per la difesa.

Non politica
Ma l’interrogativo principale riguarda il fatto che la politica di difesa non è una politica. È la difesa di una politica. Le capacità militari non sono appese nel vuoto. Un’Europa strategica presuppone l’esistenza di un’unione politica. Senza di essa si rischia di sfasciare l’integrazione europea, come sta avvenendo nel caso dell’euro.

Nel caso libico, importanti paesi europei come la Spagna non hanno partecipato ai bombardamenti. Altri, come la Germania e la Polonia, si erano completamente disimpegnati. È per questo che, nonostante le ambizioni francesi, è meglio lasciare i rapporti fra Nato ed Ue come stanno. Per lungo tempo ancora “mamma America” sarà necessaria non solo per la sicurezza, ma anche per il mantenimento dell’attuale livello d’integrazione europea.

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