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Medioriente

Gioco delle parti tra Turchia e Israele

17 Set 2011 - Sebastiano Sali - Sebastiano Sali

Le relazioni bilaterali tra Turchia e Israele attraversano uno dei momenti più tormentati della storia recente. La svolta si è registrata alla fine di maggio 2010, quando nove cittadini turchi sono stati uccisi da militari israeliani sul naviglio turco Mavi Marmara, mentre con altre sei navi (la “Freedom Flotilla”) provavano a forzare il blocco navale israeliano su Gaza con l’intento dichiarato di portare aiuti umanitari. Da allora Ankara ha deciso di agire unilateralmente su diversi livelli.

Inasprimento
La Turchia ha recentemente espulso l’ambasciatore israeliano e ridotto la sua rappresentanza diplomatica nel paese ebraico a livello di secondo-segretario. Ha inoltre deciso di sospendere tutti gli accordi commerciali, incluse le storiche collaborazioni nel settore difesa ed intelligence, che facevano di Israele il maggiore fornitore di armamenti, nonché primo partner militare dell’esercito turco al di fuori del quadro Nato.

Sul piano delle relazioni internazionali, Ankara ha esplicitamente dichiarato che farà di tutto affinché il Consiglio di sicurezza dell’Onu porti il caso Mavi Marmara davanti alla Corte internazionale di Giustizia. Sul piano militare, infine, il ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha prospettato una maggiore presenza della marina militare turca nelle acque dell’Egeo orientale, al fine di garantire una non meglio precisata libertà di navigazione.

Gerusalemme, per contro, ha reagito blandamente, forse perché troppo assorbita dai sommovimenti a ridosso dei suoi confini o perché il suo già elevato grado di isolamento internazionale non permette né contromisure adeguate né un’azione diplomatica di ricucitura ad ampio spettro.

Si è dunque giunti a un reale punto di rottura nelle relazioni tra Turchia ed Israele?

Pareggio
Una settimana fa il quotidiano americano New York Times ha pubblicato in anteprima il rapporto della Commissione Palmer, che ha realizzato un’inchiesta per conto dell’Onu sui fatti della Mavi Marmara. Le autorità turche sono rimaste particolarmente deluse dai risultati dell’inchiesta, e li hanno completamente rigettati, così come del resto ha fatto Gerusalemme.

Il rapporto Palmer ha decretato un sostanziale pareggio tra i due contendenti. La Commissione ha condannato il blitz delle forze armate israeliane, definendo sproporzionato il loro uso della forza e sanzionando lo stato ebraico con la richiesta di scuse ufficiali e di un risarcimento ai familiari delle vittime. Ma il rapporto ha anche giudicato legale il blocco navale imposto da Gerusalemme sulla striscia di Gaza, motivato da legittime preoccupazioni di sicurezza nazionale per Israele, e dunque, ancorché non esplicitamente, illegale l’azione del naviglio turco.

Sentenza salomonica, dunque, o forse pilatesca che ha naturalmente deluso le aspettative dei turchi. Ma quanto sono realistiche le parole minacciose e sempre più agguerrite che Ankara leva da molti mesi nei confronti di Gerusalemme?

Pragmatismo
Una situazione analoga si era verificata nel gennaio 2009, in seguito ad un acceso diverbio tra il primo ministro turco Erdoğan e quello israeliano Peres, che ebbe lunghi strascichi polemici, accrescendo le tensioni tra i due paesi. Ma le polemiche non ebbero conseguenze concrete. Svariati erano ad inizio 2009, e tali sono rimasti a fine 2011, i motivi per cui è altamente improbabile che la Turchia intraprenda effettive iniziative contro Israele nel futuro prossimo.

Innanzitutto perché la recente ascesa regionale e globale della Turchia è incentrata sul cosiddetto ‘soft power’, che include anche la capacità di guadagnare legittimità e rispetto politico attraverso una democrazia efficiente, un elevato sviluppo economico, rispetto e tutela dei diritti umani e di relazione esterne non conflittuali.

Non a caso, il ritornello del “modello turco” è stato evocato agli albori della recente ‘primavera araba’, e la Turchia è stata spesso considerata un riferimento per la capacità di conciliareuna popolazione a maggioranza islamica con una efficiente tradizione democratica, la gestione di buone relazioni esterne con attori occidentali e orientali, compresi i ‘pericolosissimi’ Iran ed Hamas.

Un’azione militare, marittima o terrestre che sia, nell’area orientale dell’Egeo costituirebbe dunque un duro colpo non solo per il soft power’ della Turchia, ma anche per i fragili equilibri dell’area mediorientale.

Non bisogna inoltre dimenticare il fattore Nato. Ankara ha recentemente accettato l’installazione di un nuovo sistema missilistico di difesa regionale. Sebbene gli alleati occidentali sembrino essersi abituati alla esuberante retorica di Erdoğan, difficilmente potrebbero tollerare azioni di forza nei confronti di Israele. Che resta comunque il paese militarmente meglio equipaggiato in Medio Oriente e l’unica potenza nucleare della regione. Quindi un nemico tutt’altro che facile da fronteggiare.

Tra due fuochi
Erdoğan e il governo turco avevano fortemente scommesso sull’esito positivo dell’inchiesta della Commissione Palmer. Di qui la forte frustrazione e il conseguente inasprimento dei toni nei confronti di Israele. Ma qualsiasi atto di Ankara che travalichi i confini della retorica anche un po’ “urlata”, si rivelerebbe controproducente per tutti.

La Turchia si troverebbe infatti schiacciata tra l’incudine arabo-musulmana e il martello occidentale; Israele vedrebbe aggravarsi l’isolamento di cui soffre a livello regionale e l’instabilità dell’area. Se quello turco non fosse un bluff, come ha tutta l’aria di essere, si prospetterebbero tempi assai duri per l’intero Medioriente.

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