IAI
Caso Finmeccanica

Come rilanciare l’industria italiana della difesa

21 Set 2011 - Michele Nones - Michele Nones

Nel corso dell’ultimo anno Finmeccanica, colosso italiano nei settori dell’aeronautica, elicotteristica, spazio e difesa, è stata citata più spesso per poco nobili vicende (possibili tangenti politiche, qualche discutibile consulente, atteggiamenti a volte disinvolti e qualche commistione con esponenti politici e istituzionali) che non per la sua attività sul piano industriale, tecnologico e commerciale. Le indagini in corso coinvolgono i comportamenti di pochi dirigenti, per quanto di primo piano, di un gruppo che opera in sette settori, con 26 imprese e 77 mila dipendenti.

Finmeccanica rappresenta una delle principali risorse del paese perché è ormai uno dei pochi grandi gruppi transnazionali a base italiana nel settore delle alte tecnologie. Per di più opera prevalentemente nell’aerospazio, sicurezza e difesa (70% dei ricavi e 73% del personale), un mercato particolarmente sensibile per le sue implicazioni sulla politica internazionale e su quella militare. Ma questo continuo stillicidio di citazioni, spesso amplificate strumentalmente, rischia di compromettere l’immagine del gruppo sia rispetto agli investitori sia rispetto ai clienti (fra cui i governi dei paesi dove Finmeccanica è presente con significative capacità produttive).

Invadenza della politica
Al di là dell’auspicabile rapida conclusione delle indagini, tre questioni di fondo dovrebbero, però, essere affrontate per ridurre rischi futuri.

La prima riguarda il ruolo dello Stato in questo settore strategico. Oggi lo Stato è azionista, cliente, finanziatore della ricerca, autorizza esportazioni, è responsabile della sicurezza delle informazioni sensibili, è regolatore del mercato. Troppi ruoli comportano confusioni e potenziali conflitti di interesse e, proprio per questo, richiederebbero grande equilibrio e attenzione. E questo a maggior ragione tenendo conto dei vincoli europei e della progressiva integrazione del mercato europeo della difesa. È un problema non solo italiano, perché anche in altri importanti paesi europei (Francia, Spagna, ecc.), lo Stato è azionista di rilevanti gruppi industriali.

Ma uno dei problemi italiani è legato all’esondazione in tutti i campi del mondo politico e al perseguimento da parte di troppi esponenti politici dei propri interessi personali (in ogni direzione). Questa diffusa mancanza di senso istituzionale colpisce anche l’industria, più facilmente ricattabile in un sistema poco efficiente come quello italiano. Molto meglio ripartire i compiti in modo chiaro: allo Stato quello di regolatore della domanda e del mercato, agli investitori quello di scegliere e controllare i vertici delle imprese, ai manager quello di gestire efficacemente le loro imprese.

Nella distinzione e nel reciproco rispetto dei diversi ruoli sta il migliore antidoto ad ogni possibile commistione.

Privatizzazioni e procedure
La seconda questione riguarda la privatizzazione di Finmeccanica e, in futuro, di Fincantieri. L’esigenza dello Stato di fare cassa ha riaperto il dibattito sulla vendita delle quote azionarie detenute in queste società (rispettivamente un po’ più di un terzo e l’intero capitale). Ma, anche quando le condizioni del mercato finanziario lo consentiranno, questa cessione presuppone che anche lo Stato italiano, come tutti i principali produttori di equipaggiamenti militari, tuteli gli interessi nazionali esercitando un controllo sugli investimenti esteri e adottando eventuali misure amministrative volte ad assicurare il mantenimento delle nostre capacità tecnologiche e industriali e, conseguentemente, l’efficienza del sistema nazionale della difesa.

Il settore dell’aerospazio, sicurezza e difesa è particolarmente sensibile, tanto è vero che lo stesso Trattato dell’Unione europea consente di derogare dall’applicazione delle normative europee, seppure a precise condizioni. Per questa ragione tutti i paesi più industrializzati si sono dotati di apposite procedure di valutazione e di strumenti per assicurare la tutela degli interessi nazionali che stanno nel mantenimento non della proprietà, ma delle capacità tecnologiche e industriali. Se anche il nostro paese se ne dotasse, sarebbe possibile guardare con maggiore serenità all’eventuale trasformazione di Finmeccanica e di Fincantieri in vere “public company”, nel caso ciò venisse deciso.

Si potrebbe, inoltre, consentire l’internazionalizzazione di singole società di Finmeccanica o di altre come Avio (per altro sotto controllo estero da quando Fiat l’ha venduta e che l’azionista inglese di maggioranza intende cedere), con minor rischio. È evidente l’importanza di conoscere e comprendere la logica degli investitori esteri: un conto è comperare un piccolo concorrente per toglierlo di mezzo e impadronirsi delle sue competenze tecnologiche, un altro comperare un gruppo da 1,7 miliardi di euro di fatturato, come Avio: in un simile caso altri gruppi del comparto motoristico possono cercare sinergie e nuovi mercati, non il suo “svuotamento”.

Nell’aerospazio, sicurezza e difesa, per altro, sono la forza e la continuità del mercato “captive” a garantire il mantenimento delle capacità tecnologiche e industriali, indipendentemente dalla nazionalità dei proprietari: senza questa condizione finanziaria rimane solo l’assistenzialismo. Così, ad esempio, Thales Alenia Space Italia ha continuato a crescere in Italia (pur essendo francese il socio di maggioranza ) perché il nostro paese ha continuato a sviluppare una politica spaziale. Nel controllo degli investimenti esteri nelle imprese della difesa sta il vero antidoto ad eventuali pericolose scalate e alla presenza obbligata dello Stato come azionista.

Trasparenza
La terza questione riguarda la scarsa trasparenza di alcune commesse pubbliche. Alcune Amministrazioni o Enti non militari hanno fino ad ora invocato troppo spesso, e strumentalmente, le “esigenze di sicurezza” per evitare il ricorso alle normali procedure previste per gli acquisti pubblici. A volte la vera ragione è evitare le lunghe e complesse procedure di selezione e aggiudicazione dei contratti pubblici, col rischio aggiuntivo di perdere i relativi finanziamenti se non impegnati in tempo.

L’alternativa diventa allora l’invocazione della “sicurezza nazionale”, che troppi dirigenti possono decretare, e che è diventata così la foglia di fico della nostra inefficienza amministrativa. Ma, a volte, sono ben altri gli interessi in gioco. È quindi necessario ripristinare un uso corretto di questa deroga e, a questo fine, monitorarne tempestivamente l’attivazione, come stabilito da una direttiva del presidente del Consiglio del luglio 2008. Nella maggiore trasparenza ed efficienza gestionale sta il vero antidoto alla corruzione negli appalti pubblici.

Gli obiettivi di tutti dovrebbero ora essere la rapida chiusura delle indagini e la condanna di eventuali responsabilità personali; evitare di “sparare nel mucchio” e minare l’immagine internazionale della nostra industria, così faticosamente conquistata; restituire serenità a dirigenti, tecnici, impiegati, operai che non meritano di essere coinvolti in queste vicende e che lavorano seriamente ed onestamente; cambiare alcune regole e scelte nazionali per consentire alle imprese di operare in modo più efficiente e competitivo.

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