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Rapporti Turchia-Ue

Ankara addio?

23 Set 2011 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

La Turchia sfida apertamente l’Unione europea. Non era mai avvenuto in modo tanto minaccioso. Le recenti dichiarazioni del premier turco Recep Tayyip Erdoğan sulla possibile interruzione delle relazioni diplomatiche con l’Ue, quando nella seconda metà del 2012 sarà Cipro greca ad assumere la presidenza a rotazione del Consiglio europeo, o la decisione di muovere le navi da guerra per fare desistere Nicosia dall’iniziare le trivellazioni per la ricerca del gas nel Mediterraneo orientale, hanno fatto sobbalzare le diplomazie europee.

Bomba a orologeria
Che attorno alla questione di Cipro greca si sarebbero aperti dei contenziosi era dato per scontato da tempo. Già al momento dell’allargamento del 2004 ai paesi dell’Europa orientale e del Mediterraneo, il vecchio e saggio ex-presidente della Commissione, Jacques Delors, aveva definito l’adesione della sola Cipro greca una bomba a orologeria per i rapporti con la Turchia. Previsione largamente azzeccata. Semmai gli europei non si aspettavano la provocazione turca in questo momento, mentre l’attenzione è tutta rivolta al Medio Oriente e al Nord Africa.

A leggere i risultati del recentissimo Transatlantic Trends 2011, redatto dalla Compagnia di San Paolo e dal German Marshall Fund, si trae l’impressione che la disaffezione turca nei confronti dell’Ue si sia stabilizzata, passando dallo straordinario 73% in favore dell’adesione all’Ue del 2004, alla vigilia dell’apertura dei negoziati, al drammatico 40% del 2007, in seguito alla durezza delle posizioni e richieste europee, per giungere al 43% di oggi.

Ma gli orientamenti dell’opinione pubblica,si sa, specie se minoritari e in gran parte specchio dell’opposizione interna, non si riflettono nel comportamento dei governi, specie se a guidarli è un leader forte e carismatico come Erdoğan. Le mosse di Ankara nei confronti dell’Ue non si comprendono se non si mettono in luce anche gli altri aspetti della politica estera turca.

Ambizione mediorientale
Il principale teatro di azione di Erdoğan è ormai il Medioriente, dove però l’interpretazione delle mosse turche è particolarmente difficile. A cominciare dall’Iran, nei confronti del quale, da circa un anno e mezzo, si assiste ad un grande attivismo della Turchia (assieme al Brasile di Lula) nel proporsi come mediatore sul dossier nucleare, senza cercare in anticipo l’appoggio degli Usa o del Quartetto. Il tentativo è fallito clamorosamente e oggi lo stesso Erdoğan ha firmato un accordo strategico con gli Usa per l’istallazione di un radar antimissile in funzione anti-Teheran.

Il possibile accordo turco-americano sul dopo Assad in Siria, definito a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, confermerebbe inoltre l’abbandono da parte di Erdoğan del vecchio alleato e una nuova presa di distanza dall’Iran e dagli Hezbollah filo siriani. Contemporaneamente sono giunte a un punto di quasi-rottura le relazioni politico-diplomatiche con Israele, con il ritiro dei rispettivi ambasciatori e il sostegno di Ankara al riconoscimento dello stato palestinese all’Onu. In questo caso anche in contrapposizione alla posizione americana.

Movimentismo
Non diversi sono gli atteggiamenti e le politiche in Nord Africa. Nei confronti della Libia la Turchia è passata da un solitario tentativo di mediazione (fallito) per salvare Gheddafi e dal rifiuto di partecipare all’operazione militare della Nato, ad una visita di affari e sostegno al Consiglio di transizione libico, sulle orme di Nicolas Sarkozy e David Cameron.

In Egitto e Tunisia, infine, il premier turco si è presentato ufficialmente come promotore del modello democratico-islamico realizzato nel suo paese, ma è riuscito a suscitare entusiasmo soprattutto grazie alle dichiarazionianti israeliane. Facendo leva, dunque, su un sentimento viscerale e molto diffuso nel mondo arabo. In particolare in Egitto, anche alla luce del recente attacco all’ambasciata di Gerusalemme al Cairo.

Una politica estera, quella di Erdoğan, che al di là di alcuni mutamenti strutturali (non più solo rapporto privilegiato con Ue e Usa) è essenzialmente caratterizzata da un movimentismo che ne rende difficile l’analisi strategica. A meno di non fare riferimento al nazionalismo profondo del paese, condiviso da laici e musulmani, e a un atteggiamento di tipo gaullista in salsa turca che sembra essere il tratto più saliente del premier in carica.

Di fronte a una politica così muscolare è ben difficile che il già complicato negoziato per l’adesione della Turchia all’Ue possa procedere con speditezza e facilità. Molti europei si chiederanno cosa potrebbe rappresentare per l’Ue un partner così assertivo e di difficile interpretazione in politica estera.

Non sarà quindi solo il peso economico o il rischio di grandi immigrazioni turche nel mercato del lavoro europeo a freddare ulteriormente gli entusiasmi di Bruxelles, ma anche l’agenda di politica estera e di sicurezza di questo grande e rilevante attore europeo-mediterraneo, sempre meno in linea con gli interessi esterni dell’Ue. La marcia di avvicinamento fra Ue e Turchia rischia quindi di essere ancora più complessa del previsto, e il suo esito positivo ben più problematico.

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