IAI
Occidente diviso

Partita a scacchi sulla Libia

26 Ago 2011 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Tripoli resta l’epicentro dell’epilogo del conflitto in Libia: lì, va in scena il crollo di un regime. Ma, altrove, soprattutto a Parigi, si tessono le trame del ‘dopo Gheddafi’: lì, giovedì primo settembre, si riunirà una conferenza degli ‘amici della Libia’, organizzata da Stati Uniti e Francia e co-presieduta da Gran Bretagna e Francia.

In vista dell’appuntamento, il capo del governo provvisorio del Cnt (Consiglio nazionale transitorio) di Bengasi, Mahmoud Jibril, consolida i rapporti internazionali: mercoledì, ha incontrato all’Eliseo il presidente francese Nicolas Sarkozy; e giovedì, in prefettura, a Milano, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi; poi ha partecipato a Istanbul a una riunione del Gruppo di Contatto e, nel fine settimana, era invitato a un meeting della Lega araba.

Taglia su Gheddafi
Dal colloquio di Parigi, è uscita confermata la linea tracciata, martedì, da Sarkozy e dal presidente Usa Barack Obama: d’accordo per mantenere la pressione militare fin quando Muammar Gheddafi e il suo clan non depongano le armi.

C’è la convinzione, condivisa dal Cnt, che “il regime libico sarà finito solo quando il colonnello sarà stato catturato o ucciso”, perché il dittatore, libero e ancora capace di arringare i suoi con messaggi televisivi e radiofonici, costituisce una minaccia.

E Jibril, nel contempo, si fa garante della volontà di riconciliazione del Cnt: no a caccia all’uomo e vendette; sì a un processo a Gheddafi, su cui, vivo o morto, pende ora una taglia da due milioni di dinari, circa 1,5 milioni di euro, offerta da uomini d’affari libici; sì all’insediamento del governo a Tripoli (e non a Bengasi); e organizzazione di elezioni politiche e presidenziali entro otto mesi.

“La legge del perdono contro la legge del taglione, lo spirito di tolleranza contro la sete di vendetta” hanno scritto Farid Adly e Guido Olimpio sul Corriere della Sera del 23 agosto: “Cammina lungo questo stretto sentiero il futuro della nuova Libia. Più in salita che in discesa”. Gli estremisti sono certo tentati di regolare i loro conti prima con i reduci del regime, poi con i loro stessi compagni: risultato, un bagno di sangue, invece della riconciliazione. A provare a percorrere lo stretto sentiero è una leadership per ora eterogenea e probabilmente provvisoria, diversa per tribù e per visione politica e sociale, militari, berberi, islamisti, integralisti dei Fratelli musulmani.

Mosse di Sarkozy
La Francia di Sarkozy esercita una leadership politica verso la ‘nuova Libia’; l’Italia di Berlusconi cerca di salvaguardarne una economico-energetico-commerciale. Fra i protagonisti della conferenza di Parigi, vi saranno il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e i Paesi del Gruppo di Contatto, ma anche Russia, Cina, India sono state invitate.

Stati Uniti e Francia, insieme alla Gran Bretagna, stanno accelerando i tempi per sbloccare gli averi libici congelati, così che i ribelli possano disporne. Si tratta di smorzare gli effetti d’una risoluzione dell’Onu del 26 febbraio, che imponeva sanzioni severe al colonnello Gheddafi, alla sua famiglia ed al suo clan, per la brutale repressione delle prime manifestazioni di protesta e dissenso. Il 17 marzo, il Consiglio di Sicurezza avrebbe poi autorizzato l’uso della forza in Libia, a tutela dei civili.

Per Sarkozy e, in minore misura, per Obama, la vittoria dei ribelli a Tripoli è un punto a favore. Ma il successo internazionale appare destinato ad avere un impatto modesto sulle campagne elettorali che, l’anno prossimo, attendono entrambi i presidenti. La Francia, insieme alla Gran Bretagna, è stata protagonista dell’intervento militare, schierando pure sul terreno proprio forze speciali, accanto a quelle britanniche e del Qatar, dopo essere stata il primo Paese a chiedere che Gheddafi lasciasse il potere (25 febbraio) e a riconoscere il Cnt come “interlocutore unico” (11 marzo) inviando un ambasciatore a Bengasi. L’incontro di mercoledì con Jibril è stato per Sarkozy un modo d’intascare il dividendo politico della vittoria libica, in attesa, magari, di incassarne di più concreti, in concorrenza con l’Italia, economici, energetici e commerciali.

Fra i leader meno esposti sul fronte libico, il presidente russo Dmitri Medvedev, sempre contrario all’intervento armato, ammette che vi sono in Libia “due poteri” e invita al negoziato. Mosca, come Pechino, è ora pronta a stabilire relazioni con i ribelli se questi riusciranno a unificare il paese.

E il segretario generale della lega araba Nabib el-Arabi le esprime “piena solidarietà” al Cnt, purché lavori “per proteggere gli interessi libici, la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale”. Pochi gli ‘amici’ del dittatore, che vede il suo regime dissolversi dopo oltre 42 anni: il Nicaragua è pronto ad accordargli asilo, come pure il Venezuela, nella cui ambasciata a Tripoli s’era creduto che Gheddafi si fosse già rifugiato. E pure l’Uganda aveva, tempo fa, offerto riparo al colonnello.

… e quelle di Berlusconi
All’attivismo politico del presidente francese, il premier italiano Silvio Berlusconi contrappone mosse essenzialmente economiche. Lunedì, dopo la caduta di Tripoli, il presidente del Consiglio italiano aveva rotto un lungo silenzio sulla vicenda libica, affermando il posto dell’Italia sul carro dei vincitori: “Il Cnt e tutti i combattenti libici impegnati a Tripoli – aveva detto – stanno coronando la loro aspirazione a una nuova Libia democratica e unita. Il governo italiano è al loro fianco”. Dunque, da migliore amico del dittatore sconfitto ad aspirante migliore amico del ribelle vincitore, il passo può essere breve, quando uno ha la giusta faccia tosta.

Nell’incontro di Milano, Jibril chiede e Berlusconi sgancia senza fiatare. Anzi, il capo del governo del Cnt non deve neppure chiedere troppo, perché il premier italiano lo previene con una pletora di concessioni. Jibril appare soprattutto preoccupato degli impegni finanziari cui la ‘nuova Libia’ deve fare fronte: il rischio di destabilizzazione emergerà forte soprattutto se i salari e i servizi (infrastrutture, scuole, sanità, trasporti, energia, etc.) non saranno ripristinati in fretta. “Abbiamo bisogno – spiega il premier libico – di aiuti urgenti, soprattutto per quelle persone che da mesi non sono retribuite”, fra cui anche militari e apparati di sicurezza, specie quelli nel campo degli insorti. Di qui. Un appello all’Occidente. “Dateci una mano”.

Di fronte all’emergenza, il Cavaliere gioca d’anticipo sull’Onu e sull’Ue, che proprio in queste ore stanno discutendo come sbloccare gli averi libici congelati: l’Italia mette sul tavolo una prima fetta di aiuti, 350 milioni di euro freschi (o quasi). Perché, spiega il ministro degli esteri Franco Frattini, si tratta solo di un anticipo sullo sblocco dei beni libici nelle banche italiane: un modo per aggirare le lungaggini delle autorizzazioni delle organizzazioni internazionali.

Tramite l’Eni, inoltre, l’Italia fornirà il gas e la benzina di cui la popolazione libica ha bisogno, senza farselo pagare subito. L’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni non determina le quantità, ma precisa che le consegne ora fatte saranno pagate “in futuro” con forniture di petrolio e gas libici.

Un’intesa in tal senso sarà formalizzata lunedì a Bengasi: essa prevederà, inoltre, da parte dell’Eni, forme di assistenza tecnica al Cnt per rimettere in funzione al più presto le installazioni petrolifere bloccate e danneggiate nell’est del paese. Scaroni indica che le forniture di gas riprenderanno per prime, mentre quelle di petrolio potrebbero richiedere tra i 6 e i 18 mesi.

L’Italia e la Libia, inoltre, creeranno “un comitato di collegamento” dove concordare risposte rapide alle esigenze libiche in questa fase di transizione e di confusione. Frattini ne sarà a capo per l’Italia: obiettivo, “affrontare senza burocrazia e in modo duttile e rapido le esigenze della ricostruzione”.

Il governo Berlusconi, insomma, non vuole cedere il passo a Francia e Gran Bretagna. E, per farsi perdonare il peccato originale di essere stato il miglior amico del colonnello Gheddafi, oltre che le esitazioni sull’atteggiamento da tenere all’inizio dell’insurrezione, il Cavaliere punta a che l’Italia sia il paese “che dà di più alla Libia”. Nel contempo, il Cnt si mostra rassicurante verso le imprese che operano laggiù: l’accordo d’amicizia del 2008, ora sospeso, resta valido e “le nuove autorità rispetteranno tutti i contratti”.

Una leadership di riciclati
Per quel che valgono le assicurazioni date in queste ore. Perché non è affatto detto che l’usato (più o meno) sicuro della fase attuale resti a galla, una volta chetatesi le acque della rivolta e della guerra: è una leadership almeno al 50 per cento ‘riciclata’, quella attuale della ‘nuova Libia’; e, di certo, scarsamente affidabile, vista la sua storia di voltagabbana e di opportunismo.

Ma il panorama è provvisorio e precario, un po’ perché, in fondo al ‘dopo Gheddafi’, dovrebbero esserci elezioni libere e democratiche, il cui esito, come pure il cui svolgimento, è una totale incognita; e un po’ perché quel gruppo eterogeneo, tenuto finora insieme dall’obiettivo di rovesciare il regime, oltre che di sopravvivere al proprio passato, è costantemente a rischio di divisioni tribali, religiose, politiche, e di regolamenti di conti interni.

Lo sta a provare tragicamente l’uccisione di Albel Fattah Younis, ministro dell’interno del regime, prima di diventare comandante dell’esercito ribelle, fatto fuori il 28 luglio da quelli che dovevano essere suoi uomini: una vendetta per lo zelo che, come ministro, Younis aveva mostrato contro integralisti e dissidenti. La vicenda testimonia le difficoltà del Cnt di controllare la propria base. Ma pone pure altri inquietanti interrogativi: fin quando Younis era comandante, in conflitto era in stallo; dopo, la situazione è evoluta in modo rapido.

Le defezioni eccellenti hanno accompagnato tutta l’insurrezione. Alcuni sono passati da un campo all’altro restando all’interno del paese; altri hanno puntato su referenti internazionali, riparando all’estero.

L’Italia, in queste ore, sembra, ad esempio, giocare la carta di Abdelsalam Jalloud, l’ex premier del colonnello Gheddafi, di cui, in un’intervista a Radio Anch’io, il ministro degli esteri Franco Frattini dice: “Non farò l’errore di scegliere io che sia il miglior leader per i libici. Ma ritengo che Jalloud ha ottime caratteristiche per essere uno dei protagonisti della transizione”, tanto più che sarebbe “un personaggio che ha svolto in Libia un ruolo equilibrato e non s’è macchiato dei delitti” della dittatura.

Per non sbagliarsi, Frattini aggiunge che anche gli attuali leader del Cnt, Jibril, guarda caso un ex uomo chiave del sistema Gheddafi, e Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio di Bengasi, ex ministro della giustizia, “hanno finora dimostrato grandi doti di saggezza e di equilibrio, anche in momenti delicati”. Tutte valutazioni dietro le quali si cela – il ministro lo ammette – il rischio di cercare di trasformare “quel che piace agli occidentali in quel che piace ai libici”.

I cambiamenti di campo libici sono avvenuti in momenti e in circostanze diversi. Jalloud è venuto via dalla Libia all’ultima ora, o quasi; Jibril, invece, scelse di schierarsi con gli insorti fin dall’inizio: personalità d’orientamento liberal, se il termine ha senso nel contesto libico e arabo, è stato promotore efficace della causa ribelle sulla scena internazionale. Jalil lasciò Gheddafi in disaccordo per la violenza usata per sedare le prime manifestazioni. E non solo i leader politici, ma anche quelli militari, hanno fatto percorsi analoghi: se Younis era un politico, il suo vice e poi successore, Suleiman Mahmoud, era il comandante delle truppe di Gheddafi a Tobruk ed è stato uno dei primi generali a cambiare divisa.

Qualche volto nuovo nel Consiglio c’è, tecnici o intellettuali, ma non è detto che resistano al vertici. Abdel Hafiz Ghoga, vicepresidente del Cnt, è un esponente della sinistra liberale ed è un difensore dei diritti dell’uomo: al momento dell’insurrezione, era uno dei più importanti avvocati di Bengasi ed è divenuto subito portavoce dei ribelli; Ali Tarhouni, ministro delle finanze e del petrolio del Cnt, è un ‘tecnico’ che ha studiato negli Stati Uniti e che, anche per questo, ispira fiducia in Occidente.

Massicce, e spesso della prima ora, anche le defezioni fra i diplomatici, favoriti dal fatto di stare già all’estero (anche se alcuni potevano temere ritorsioni sulle famiglie in patria). Fra i rappresentanti di Gheddafi ‘transitati’ al Cnt, c’è l’ambasciatore di Libia in Italia Hafez Gaddour. Ma, qualche volta, i diplomatici hanno provato a tenere il piede in due scarpe, come mostra la storia di Hadi Hadeiba, rappresentante della Libia presso l’Ue: un giorno, dichiarava l’indignazione per i massacri compiuti dal regime, senza però dimettersi, come alcuni suoi colleghi in America e in Europa, perché, diceva, “sono l’ambasciatore della Libia, non di Gheddafi”; e il giorno dopo cambiava registro, seguendo, evidentemente, più la bussola della cronaca che quella di una forte convinzione personale.

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