IAI
Nuova base militare

Offensiva giapponese in Africa

2 Ago 2011 - Emanuele Schibotto - Emanuele Schibotto

Il Giappone dà un calcio alla storia e mette un piede in Africa inaugurando, a Gibuti, la prima base militare in suolo straniero dal dopoguerra. La notizia è passata quasi inosservata sulla stampa internazionale, eppure si tratta di un evento significativo nella politica estera giapponese.

Il piccolo stato di Gibuti ha infatti recentemente acconsentito alla costruzione di una base navale giapponese del valore 40 milioni di dollari che dovrebbe essere ultimata, secondo le previsioni, già entro il 2011.

Pirateria
L’importanza di Gibuti (864.000 abitanti; 1 miliardo di dollari il Pil) risiede nella sua posizione geo-strategica: si colloca infatti nel cuore del Corno d’Africa, tra l’Eritrea e la Somalia, all’imbocco del Golfo d’Aden – una delle rotte marittime più trafficate del mondo (20.000 navi vi transitano ogni anno). Il luogo ideale per contrastare, da una postazione sicura e con il sostegno di un governo amico, le operazioni criminali internazionali che avvengono nella regione, in particolar modo gli atti di pirateria.

Lo scopo ufficiale della presenza giapponese nella regione lo esplicita Keizo Kitagawa, capitano alla guida della Maritime Self-Defense Force (Msdf), la flotta giapponese che prende parte alla missione internazionale anti-pirateria, operativa dal 2008 e cui partecipa anche la Nato: “Siamo presenti per contrastare la pirateria e per ragioni di auto-difesa. Il Giappone è una nazione marittima e come tale l’aumento della pirateria nel Golfo d’Aden diviene una nostra preoccupazione”. Presso Gibuti possiedono una base militare anche gli Stati Uniti e la Francia, quest’ultima ex potenza coloniale. La Msdf giapponese, operativa nella regione dal 2009, potrà dunque presto lasciare la base americana (presso la quale alloggiano attualmente i soldati ed il personale giapponese) per contare su una propria struttura operativa.

La preoccupazione giapponese espressa dal capitano Kitagawa è reale. Nel 2007 la Golden Mori, con un carico di materiale chimico, fu sequestrata e rilasciata dopo sei settimane dietro versamento di un riscatto (voce non confermata dal Governo). Nel 2008 la petroliera Takayama subì un assalto e venne tratta in salvo da una nave da guerra tedesca. Inoltre, secondo fonti governative giapponesi, circa il 90% delle esportazioni giapponesi traghettano attraverso il Golfo di Aden per raggiungere il Mediterraneo.

Obiettivi interni
Le motivazioni sottostanti la costruzione di un avamposto militare in terra straniera, tuttavia, appaiono altre. In primo luogo, la possibilità, con questa manovra, di rilanciare in patria la politica di legittimazione delle forze armate. Le nuove linee guida delineate dal programma di difesa nazionale, approvato dal Ministero della difesa lo scorso dicembre, prevedono tra le azioni del Giappone “sforzi per migliorare la sicurezza globale”. Alla prima occasione avuta, i funzionari ministeriali, veri registi della politica nazionale, ne hanno subito tratto vantaggio così da procedere verso il cammino, iniziato nel 1954, di graduale ristabilimento di un esercito tout court, che la Costituzione (art. 9) formalmente proibisce.

In secondo luogo, la mossa di Tokyo va letta come un tentativo, operato dal Ministero della difesa, di emancipazione dalla tradizionale dipendenza nei confronti della politica militare americana. Se è vero che l’ombrello militare Usa ha garantito al Giappone, nel corso del dopoguerra, la possibilità di concentrarsi sullo sviluppo economico, è altrettanto evidente come l’alleanza con Washington sia ritenuta ingombrante ancorché necessaria (soprattutto contro la minaccia nordcoreana ed in funzione anti-cinese ) da esponenti politici dei principali partiti. Le dimissioni del Primo Ministro Hatoyama nel giugno 2010, avvennero a seguito della promessa non mantenuta di ricollocazione della base militare statunitense di Futenma, nell’isola di Okinawa.

Penetrazione
Infine, essere presenti in pianta stabile in Africa con una piattaforma logistica permette ai giapponesi un rafforzamento dei collegamenti politico-economici con la regione. L’interscambio commerciale giapponese con il continente africano è ancora molto debole rispetto ad un concorrente diretto come la Cina: nel 2010 Tokyo ha scambiato beni con l’Africa per un totale di 24 miliardi di dollari, valore di oltre quattro volte inferiore quello realizzato da Pechino. Gibuti, in qualità di Stato membro del Common Market for Eastern and Southern Africa (Comesa), un’area di libero scambio che comprende 19 Stati africani ed un mercato potenziale di oltre 400 milioni di abitanti, potrebbe fungere la porta d’ingresso nella regione.

Per un paese che settant’anni fa controllava un impero esteso dalla Corea all’Indonesia, dalla Birmania alle Filippine, aprire una base militare in suolo straniero (benché africano) è un passo che non mancherà di provocare reazioni a Pechino, Seoul e nelle altre capitali della regione.

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