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Asia sudorientale

La violazione dei diritti umani in Birmania e l’asse con la Cina

11 Ago 2011 - Antonia Ori - Antonia Ori

Sebbene negli ultimi anni i militari birmani abbiano cercato di dare al proprio potere una certa legittimità promulgando nel 2008 una nuova costituzione e organizzando nel novembre scorso le prime elezioni generali in 22 anni, ben poco è cambiato in tema di diritti umani. Anzi: un rapporto del Burma Fund UN Office ha evidenziato come le violazioni si siano intensificate proprio nel periodo che ha preceduto le elezioni, manipolate dai militari attraverso l’acquisto di voti, le violenze e gli arresti.

Elezioni farsa
Del resto, la stessa costituzione del 2008 ha riservato il 25% dei seggi di entrambe le Camere a militari designati dal Consiglio nazionale di difesa e sicurezza. La nuova Carta ha inoltre stabilito una serie di requisiti per candidarsi alla carica di presidente – aver risieduto in Birmania negli ultimi vent’anni, non essere sposato con stranieri e non avere figli con cittadinanza straniera – che, non certo casualmente, hanno escluso dal gioco elettorale Aung San Suu Kyi, segretario generale del Lega nazionale per la democrazia (National League for Democracy, Nld), il principale partito di opposizione, insignita del Nobel per la Pace nel 1991.

La manifesta illiceità delle elezioni ha indotto la “Dama” a tenere fuori il suo partito da una competizione elettorale “ingiusta”; una posizione a cui la Nld ha ottemperato dopo un sofferto dibattito interno (una parte dei suoi membri ha ugualmente partecipato alle elezioni con il nome di National Democratic Force). Di lì a poco, il presidente della Commissione elettorale Thein Soe informava la stampa estera che ai giornalisti non accreditati non sarebbe stato permesso di entrare nel paese durante le elezioni, per impedire che trapelassero notizie non controllate.

La situazione in Birmania non è migliorata dopo le elezioni e la formazione del nuovo governo. Lo scorso 8 giugno se ne è occupato nuovamente il Consiglio dei diritti umani dell’Onu. La delegazione birmana ha dovuto rispondere ad oltre 46 raccomandazioni in materia che il mondo ha indirizzato al nuovo governo, in carica dal marzo scorso.

Il capo della delegazione, Tun Shin, ha dichiarato che il governo birmano stava lavorando attivamente a favore dei diritti umani, ma non ha affatto convinto le innumerevoli organizzazioni internazionali che denunciano ogni tipo di abuso contro i civili – pratiche di lavoro forzato, confisca delle terre, utilizzo di bambini soldato e controllo dei mezzi di comunicazione – specialmente se appartenenti a minoranze etniche.

L’ultimo schiaffo a coloro che speravano in una transizione democratica è arrivato con l’amnistia promessa dal presidente Thein Sein, in carica da marzo di quest’anno, a coloro che scontano pene detentive per crimini commessi prima del 17 maggio 2011: l’amnistia ha commutato le condanne a morte in ergastoli, ma si è limitata a ridurre di un anno le altre pene, lasciando immutata la sorte della stragrande maggioranza dei 2.200 prigionieri politici, alcuni dei quali scontano pene fino a 100 anni.

Pressione internazionale
Tutti questi elementi hanno portato il Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i Diritti umani in Birmania, Tomàs Ojea Quintana, a dichiarare che “nonostante la promessa di una transizione”, la situazione rimane grave, al punto che alcuni degli atti repressivi imputati all’esercito birmano potrebbero configurarsi come crimini contro l’umanità.

Quintana ha richiesto con urgenza l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani nel paese, per accertare cosa sia realmente accaduto dalle elezioni del novembre 2010 in poi. Le sue parole hanno incoraggiato Aung San Suu Kyi ad indirizzare un messaggio al Congresso degli Stati Uniti, affinché aiuti l’Onu ad attuare l’ultima Risoluzione del Consiglio per i Diritti umani, che chiede al governo birmano di intraprendere un vero processo di riconciliazione nazionale e di democratizzazione (e consenta, fra l’altro, a Quintana di recarsi nel paese quando lo reputi opportuno).

Particolarmente duro rimane l’atteggiamento dell’esecutivo verso i gruppi etnici minoritari (Shan, Karen, Wa, Kachin etc.), che si erano conquistati una certa autonomia con gli accordi di cessate il fuoco stipulati con le autorità tra la fine degli anni ottanta e la metà degli anni novanta. Nel 2009 la giunta militare aveva preteso che 17 gruppi etnici trasformassero i propri eserciti in guardie di frontiera armate sotto l’autorità del generale Than Shwe, annullando di fatto l’autonomia che i singoli stati etnici si erano ritagliati.

L’imperativa richiesta del governo aveva incontrato l’opposizione delle sei più forti formazioni armate dei gruppi secessionisti – il Karen National Union, il Myanmar National Democratic Alliance Army (Mndaa), il Kachin Independence Organization, lo United Wa State Army, il New Mon State Party, il Karen Peace Council – e scatenato una lunga lotta tra il Mndaa e l’esercito regolare birmano.

Circa trentamila profughi erano stati costretti a varcare la frontiera, riversandosi nella provincia cinese dello Yunnan: un esodo massiccio che aveva preoccupato non poco il governo cinese, timoroso che l’inasprimento delle istanze autonomiste in Birmania contagiasse anche le minoranze di casa propria.

Ruolo della Cina
La Repubblica popolare cinese non ha concesso ai profughi lo status di rifugiati e ha spinto i Wa ed i Kachin, che a loro volta avevano messo in allerta le proprie truppe, a tornare al tavolo delle trattative con il governo birmano. La Cina ha così dimostrato di saper svolgere un attivo ruolo di mediazione tra il governo birmano e le minoranze etniche. Pechino è interessata a mettere le proprie frontiere al riparo da altri esodi, ma anche ad accrescere la propria reputazione di fronte alla comunità internazionale.

I cinesi sono però i più stretti alleati del regime birmano, cui forniscono armi, prestiti, investimenti e sostegno politico. Non è quindi realistico aspettarsi che in seno all’Onu, in particolare nel Consiglio di Sicurezza, agiscano in favore del processo di democratizzazione birmano. Quella cinese è una sorta di “protezione” diplomatica: Pechino esercita il proprio diritto di veto all’interno del Cds su qualsiasi decisione riguardante la Birmania. In cambio, attinge alle ingenti risorse naturali del paese (petrolio e gas naturali, risorse idriche, pietre preziose, oppio e teak), in particolare a quelle energetiche.

Il sostegno di Pechino nasce dalla paura che una Birmania democratica divenga un secondo Vietnam, uscendo dalla sua orbita per passare in quella statunitense, e che il ritiro improvviso dell’esercito birmano dalla vita politica scateni una nuova guerra civile, ancora più violenta delle precedenti, destabilizzando l’intera regione con conseguenze anche sulla situazione interna cinese, come già accaduto alla fine degli anni ottanta (quando la rivolta della Generazione ‘88 in Birmania anticipò di un anno le manifestazioni di piazza Tienanmen). I dirigenti cinesi sono anche consapevoli del fatto che, appoggiando un movimento democratico straniero, avrebbero maggiori difficoltà a difendere le proprie politiche interne.

Per scalfire il granitico asse tra i due paesi la comunità internazionale dovrebbe rivedere la sua strategia, attualmente basata sulle sanzioni (Stati Uniti e Ue le hanno rinnovate per un altro anno). La stessa Aung San Suu Kyi ha di recente criticato le sanzioni per la loro scarsa efficacia. Bisognerebbe forse cambiare approccio, collegando più strettamente l’applicazione delle sanzioni allo stato dei diritti umani, che rimane in ogni caso il vero banco di prova del governo birmano.

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