IAI
Post-Gheddafi

In Libia è il momento dell’Ue

26 Ago 2011 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Tripoli è una città contesa, gli scontri continuano in molte località della Libia e Gheddafi è ancora uccel di bosco. Ma anche se gli scontri dovessero proseguire e se il dittatore libico riuscisse a tenere in vita una qualche forma di resistenza, la realtà è che il suo regime ultra quarantennale è ormai finito e che la Libia deve pensare a cosa fare nel dopo-Gheddafi. Non è una cosa semplice né evidente. Questo paese non ha né una lunga storia unitaria, né un solida tradizione statuale. Anche le Forze Armate, che in molti altri paesi arabi costituiscono un punto di riferimento sin troppo solido e visibile, in questo caso sono praticamente inesistenti.

Guerra civile
La Libia esce da una lunga e complessa guerra civile con un governo transitorio, riconosciuto internazionalmente, ma che ancora non ha il pieno controllo né del suo territorio né delle sue stesse truppe e che deve ancora dimostrare la sua reale rappresentatività.

Di fatto, man mano che nuove città e territori si aggiungono alla Libia “liberata”, questo governo è costretto a continui rimpasti e aggiustamenti. Nulla di strano in tutto ciò, ma è evidente la necessità si stabilire una road map chiara e dettagliata che consenta di superare questa fase transitoria e di lotta per arrivare ad un sistema pienamente rappresentativo, stabile ed in grado di ottenere un alto livello di consenso interno. L’alternativa sarebbe probabilmente la continuazione della guerra civile, anche se sotto altre forme.

Di tutto ciò saranno direttamente responsabili, in prima persona, gli stessi libici: non spetta certamente agli alleati, anche se animati dalle migliori intenzioni, scegliere chi saranno i nuovi governanti e come sarà strutturato il nuovo regime. Tuttavia non si può neanche dimenticare che, senza il decisivo contributo delle forze della Nato, il successo della rivolta non sarebbe stato possibile.

Anche volendo ridurre al minimo le ingerenze esterne, rimane comunque la responsabilità che gli alleati si sono assunti, al di là del mandato del Consiglio di Sicurezza, nell’assicurare la caduta del regime di Gheddafi. Essi sono quindi anche, almeno in parte, responsabili di ciò che seguirà.

Rischio frammentazione
Il rischio maggiore è che i diversi interessi politici ed economici degli attuali alleati della rivolta alimentino la frammentazione della nuova Libia, appoggiando ognuno le “proprie” fazioni e i “propri” leader politici, per assicurarsi un miglior dividendo futuro.

In queste ore si parla di rendere più permanente ed operativo per il futuro il Gruppo di contatto dei cosiddetti “amici della Libia”, cioè dei paesi che hanno partecipato allo sforzo bellico. Anche se la cosa potrebbe a prima vista apparire logica, in realtà presenta non poche ambiguità e pericoli poiché tende a cortocircuitare altri ambiti decisionali multilaterali più formali e garantisti, quali le Nazioni Unite o l’Unione europea, obbligandole ad accettare decisioni precotte ed escludendo quindi dal gioco paesi importanti. Già solo in questo modo gli “amici” riuscirebbero a limitare la libertà di scelta di un futuro governo di Tripoli.

Ma il fatto peggiore è che non c’è neanche chiarezza e unità di intenti tra gli “amici”. La polemica “sotterranea” tra Italia e Francia, ad esempio, pur non essendo esplicitata, incide sulle prese di posizione di questi paesi e li spinge a privilegiare gli esponenti libici con cui hanno maggiore familiarità.

È necessario evitare che questa situazione si incancrenisca, e la via maestra da percorrere è la stessa seguita dall’Italia e da altri paesi della coalizione quando hanno fatto in modo che venisse affidato alla Nato, e non ad un gruppo ad hoc, il comando delle operazioni militari.

Per il processo di pacificazione e di ricostruzione il referente obbligato è l’Unione europea – anche se la continuazione degli scontri suggerisce una soluzione di tipo “balcanico” e cioè una stretta collaborazione, almeno in una prima fase, tra Ue e Nato.

Ue alla prova
Il problema è che in questo caso la prontezza e l’efficacia dell’Ue sono ancora tutte da dimostrare, vista la lentezza e la timidezza delle reazioni dell’Alto Rappresentante e del Servizio europeo di azione esterna.

È quindi necessario che un paese come l’Italia, magari anche in accordo con altri paesi rimasti sinora ai margini della crisi libica, come la Germania, spingano formalmente e pubblicamente con forza in questa direzione, evitando di chiudersi in una semplice difesa dei rapporti pregressi, per quanto importanti e per quanto giuridicamente vincolanti possano apparire. Ciò infatti non farebbe che alimentare le polemiche e gli opposti appetiti e, soprattutto, potrebbe giustificare altre iniziative unilaterali da parte di altre potenze.

Naturalmente sarebbe anche opportuno che l’Ue andasse oltre la sola questione libica ed affrontasse in modo più compiuto tutto il complesso dossier dei mutamenti politici in corso nel mondo arabo, con un discorso di lungo periodo ed ampia prospettiva che vada dall’aiuto, alla modernizzazione e democratizzazione di questi paesi, sino alla gestione dei problemi di sicurezza della regione mediterranea (terrorismo, criminalità organizzata, movimenti migratori, conflittualità regionali eccetera).

Tuttavia, in attesa della formulazione di una strategia complessiva, è comunque necessario ed urgente che l’Ue si appropri il più presto possibile del dossier Libia (in connessione con la Nato e in stretto rapporto con le Nazioni Unite) smorzando sul nascere il rischio di ulteriori frammentazioni tra gli alleati, che si rifletterebbero inevitabilmente sul terreno, rendendo più problematica una uscita positiva dalla crisi attuale.

.