IAI
Verso il voto all’Onu

Il nuovo Egitto che preoccupa Israele

31 Ago 2011 - Arturo Marzano - Arturo Marzano

A metà agosto un’improvvisa ondata di violenza ha colpito il sud di Israele. Una serie di attacchi terroristici compiuti da un commando, infiltratosi nel paese dal Sinai, e il lancio di più di 70 razzi dalla Striscia di Gaza hanno provocato nove morti e decine di feriti. Gerusalemme ha risposto uccidendo 14 tra militanti e civili palestinesi di Gaza – tra cui alcuni membri dei Comitati di resistenza popolare (Crp), ritenuti responsabili degli attentati – e otto cittadini egiziani, cinque membri delle forze di sicurezza e tre terroristi che avevano preso parte all’azione.

Vuoto di potere
Indipendentemente dalla reale responsabilità degli attacchi – permangono tuttora dubbi sulla composizione del commando terroristico e sul ruolo avuto dai Crp – è evidente che dopo la caduta di Mubarak in Egitto si sia creato un pericoloso vuoto di potere nel Sinai, con il rischio di infiltrazioni di cellule di Al Qaeda. Israele ha quanto mai bisogno di una stretta collaborazione politica e militare con l’Egitto, per evitare che il fronte sud – da trent’anni il più calmo – possa diventare nuovamente caldo.

A seguito della rivoluzione egiziana, tuttavia, i rapporti tra i due paesi si sono fatti molto più tesi. La ferma risposta de Il Cairo – la minaccia, poi rientrata, di ritirare l’ambasciatore da Tel Aviv se il governo israeliano non avesse presentato formali scuse per aver ucciso cinque tra soldati e poliziotti egiziani – lo conferma. In quest’ottica va letta la saggia decisione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di escludere un’operazione militare a Gaza su larga scala, in risposta agli attentati, sebbene da membri del governo e dell’opposizione si fossero levate voci in tal senso. L’Egitto di oggi, infatti, non acconsentirebbe più tacitamente ad una nuova offensiva a Gaza, come aveva fatto Mubarak tre anni fa.

La tensione tra Egitto e Israele non è la sola conseguenza della “primavera araba”. Che il Medioriente sia profondamente cambiato lo testimonia la debolezza in cui versa il blocco dei paesi arabi “moderati”, guidato sino a pochi mesi fa da Arabia Saudita ed Egitto. Fermo restando, almeno per il momento, il rispetto degli Accordi di Camp David. Il Cairo ha, infatti, deciso di mettere in discussione la propria precedente politica estera. Il che significa, da un lato, una minore sudditanza rispetto a Washington e, dall’altro, una diversa strategia regionale, a partire da un migliore rapporto con l’Iran. Il tutto, provocando forti preoccupazioni in Israele.

Fragilità regionale
Se il fronte dei “moderati” è indebolito, quello dei “radicali” non gode certo di miglior salute. La situazione in Siria, sempre più isolata diplomaticamente, è critica e Teheran rischia di trovarsi completamente sola se perde Damasco, suo partner privilegiato. Allo stesso tempo, il presunto blocco dei finanziamenti di Teheran ad Hamas come ritorsione del mancato appoggio offerto dall’organizzazione palestinese ad Assad, se fosse confermato dimostrerebbe lo scollamento in corso all’interno del blocco dei “radicali”.

La fermezza con cui Hamas ha imposto la fine del lancio di missili da Gaza contro Israele, dichiarando una tregua immediata, può essere letta in tal senso: senza i referenti di Damasco e Teheran, l’organizzazione deve ripensare la propria strategia. D’altronde, che Hamas sia maggiormente disposta a compromessi lo conferma il duplice negoziato in cui è coinvolta, quello per creare un governo unico con Fatah e quello finalizzato a raggiungere un accordo con Israele per il rilascio del militare israeliano Gilad Shalit, rapito nel giugno 2006.

È indubbio, tuttavia, che chi ha maggiormente subito le conseguenze della caduta di Mubarak sia Israele. In un periodo in cui le relazioni con la Turchia continuano a essere tese – l’ambasciatore turco a Tel Aviv, richiamato un anno fa, non è ancora stato sostituito; nonostante l’imminente scadenza del mandato dell’ambasciatore israeliano ad Ankara, non è ancora stato scelto un successore per paura che il governo turco possa rifiutarne l’accreditamento – la caduta di Mubarak ha significato per Israele la perdita dell’alleato arabo più influente in Medio Oriente. Certo, rimane sempre la Giordania, ma non è molto.

Freddezza americana
Alla solitudine regionale israeliana si sommano la difficoltà dei rapporti con Washington – nonostante l’accoglienza trionfale riservata a Netanyahu a fine maggio da Congresso e Senato, riuniti congiuntamente, e il recente apprezzamento per il governo israeliano da parte del nuovo ambasciatore americano a Tel Aviv, Dan Shapiro – e la freddezza nelle relazioni con una serie di governi europei.

La tempistica non è, peraltro, la migliore. Fra meno di un mese, infatti, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite verrà votata la mozione per il riconoscimento di uno Stato palestinese all’interno dei confini pre-1967, con Gerusalemme est capitale. Indipendentemente dal valore giuridico, tale voto significa moltissimo dal punto di vista politico e simbolico. Soprattutto per Israele, che con un altro voto, il 29 novembre 1947, vide approvata la risoluzione che poneva le basi per la nascita di uno Stato ebraico.

L’importanza della posta in gioco è evidente se si considera come la “caccia al voto”, aperta ormai da mesi, prosegua febbrilmente. Si susseguono le missioni diplomatiche israeliane e palestinesi anche nei confronti dei paesi più piccoli, dall’Honduras al Nepal, da San Marino all’Albania, tanto per fare alcuni nomi.

Occasione europea
In tutto questo, mentre gli Stati Uniti sono defilati – Obama non ha più fatto alcuna dichiarazione sul conflitto israelo-palestinese dopo maggio – è l’Unione europea a giocare un ruolo decisivo.

Sinora, ogni paese membro sembra essere intenzionato a votare autonomamente. Germania e Italia si sono dichiarate contro il riconoscimento dello Stato palestinese; Spagna, Svezia e Irlanda a favore; Francia e Gran Bretagna non si sono ancora pronunciate. La questione sarà al centro anche del prossimo Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Ue di settembre.

In un momento in cui la crisi finanziaria spinge l’Unione a compattarsi, sarà interessante vedere come essa saprà presentarsi ad un appuntamento diplomatico così importante con una posizione unitaria. Sarebbe un’occasione preziosa per porsi come mediatore politico autorevole ed evitare di lasciare a Washington il ruolo di arbitro. Tanto più che i risultati raggiunti dalla presidenza Obama sono stati, sinora, piuttosto scarsi.

.