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Crisi dell’euro

Cambio di passo verso l’Europa politica

29 Ago 2011 - Franco Bruni - Franco Bruni

Il vertice franco-tedesco di metà agosto ha mostrato il disorientamento della politica europea, che non è all’altezza della crisi in corso. C’è una sterile ricerca di visibilità dei leader, presumibilmente orientata a obiettivi elettorali. Ma è difficile credere che gli elettorati apprezzino. Manca la capacità di prendere le decisioni cruciali per gestire l’emergenza e, ancor più, quella di anticipare i problemi.

Fondi e farfalle
Merkel e Sarkozy avrebbero dovuto organizzare il loro apporto congiunto a quel rafforzamento del fondo europeo per le crisi che è già stato deliberato dal Consiglio, ma che attende un’urgente, concreta definizione. Va ampliata la dimensione, l’autonomia, i poteri e l’organizzazione del fondo, creando un organo che mercati e governi considerino credibile e che sollevi la banca centrale europea (Bce) da impegni che esulano dal suo mandato.

Sono invece andati a farfalle, inventandosi annunci di nuove sedi per il coordinamento economico, prive di veri poteri, e tasse antispeculative irrealizzabili e che non hanno niente a che vedere con il genere di speculazione che falcia mercati finanziari europei.

L’unica idea concreta, giusta e importante, cui hanno estemporaneamente accennato, è l’armonizzazione dell’imposizione sulle imprese; ma la sua effettiva adozione a livello Ue è improbabile, anche per la contrarietà di diversi paesi membri che la poco credibile leadership franco-tedesca non è in grado di superare.

Speriamo che la fine del solleone porti miglior consiglio ai leader europei e agli organi comunitari, dai quali si attende soprattutto l’avvio effettivo del complesso pacchetto di misure per la governance economica, che aveva suscitato qualche speranza in primavera. Il pacchetto comprende, fra l’altro, il nuovo Patto di Stabilità, il coordinamento delle riforme per la competitività, il rilancio del mercato unico e, come detto prima, il potenziamento del fondo per la gestione delle crisi dei debiti pubblici e del loro collegamento con le difficoltà delle banche che li hanno in portafoglio.

Solidarietà imprescindibile
Purtroppo l’estate, anche in seguito ai fatui incontri dei leader, ha visto nuovo vento di bufera finanziaria, nuove pressioni speculative sui titoli di Stato e sulle borse, difficoltà per la liquidità bancaria, interventi di emergenza della Bce.

Affrontare l’emergenza può essere stimolo a provvedere, ma può anche suggerire misure tampone che non indicano indirizzi credibili nel lungo periodo. È stata rilanciata la controversa idea degli eurobond, anche in forme nuove come nella proposta di Prodi e Quadrio Curzio. Ma il problema cruciale è quello di aggiustare davvero le finanze pubbliche dei paesi europei, compresi quelli molto grandi, come la Francia e l’Italia.

Inoltre, poiché anche in un’Europa federale, l’autonomia delle politiche di bilancio nazionali non potrà scendere sotto una soglia abbastanza alta, è ineliminabile il rischio di dover ristrutturare il debito pubblico di un paese, portando oneri rilevanti a carico dei creditori privati, anche esteri: occorre dunque una procedura adeguata per assicurare i mercati di poter effettuare queste ristrutturazioni con ordine e senza pericolose ripercussioni e contagi. Ma ciò richiede anche di accelerare l’approntamento di metodi uniformi e condivisi per gestire situazioni in cui una banca di dimensioni rilevanti e internazionali si trovi in condizioni di sostanziale insolvenza.

D’altra parte, un certo grado di solidarietà finanziaria fra i Paesi membri, pur precisata nella sua natura e limitata nella sua misura, è assolutamente indispensabile in un’Europa con mercati integrati dei beni, dei capitali e del lavoro: è paradossale cercare di tenere insieme l’Unione, e addirittura l’area dell’euro, escludendo trasferimenti pubblici internazionali.

Oltre il gradualismo
Forse l’opinione pubblica, gli analisti, noi commentatori e studiosi, stiamo sbagliando atteggiamento nei confronti della politica europea. Continuiamo a dar fiducia all’idea, raffinata e apparentemente realistica, che le istituzioni unitarie possano avanzare solo lentamente e che occorra applaudire ogni piccolo passo nella direzione giusta.

Forse gli avvenimenti, compresi quelli extraeuropei, stanno rendendo sempre più inefficace questo gradualismo: o l’Europa della politica si costruisce più rapidamente e con ambizioni più radicali, alimentate da una mobilitazione forte e urgente della base di cittadini, dei corpi elettorali nazionali, delle voci che esprimono e orientano l’opinione pubblica, o la costruzione europea si indebolisce rapidamente fino a disfarsi in un mondo che anche altrove, come ad esempio negli Usa, diviene meno prospero e civile.

Fatto sta che non sembrano esserci le condizioni per questa mobilitazione e diminuisce il consenso di base sulla costruzione europea. Non c’è nemmeno il più elementare consenso fra gli economisti più esperti. Basti osservare quanti accademici di sicuro valore scientifico insistono nel dire che converrebbe disfare l’euro, permettendo ai singoli paesi, in un modo o nell’altro, di recuperare l’arma del cambio per affrontare i loro problemi macroeconomici. Siamo al punto che la conquista concettuale su cui si basa l’euro non è condivisa da alcuni fra i principali esperti di macroeconomia e di finanza.

Non è condivisa l’idea che la svalutazione nominale è un’arma spuntata e nociva, che le variazioni più o meno manovrate dei cambi nominali, in un’area integrata commercialmente e finanziariamente come l’Europa, sono dannose e inutili, che possono arrecare solo sollievo di breve andare alle competitività dei paesi, vedendo poi ogni vantaggio neutralizzato dall’aumento dei tassi di interesse e dei costi delle importazioni e dagli incentivi all’indisciplina della moneta e dell’inflazione.

Né sembra condivisa l’idea che la stabilità monetaria e finanziaria richiede una politica monetaria che rinunci all’obiettivo di “stimolare la crescita”. Ma queste sono le fondamenta della costruzione dell’area dell’euro. Pare impossibile, senza ribadirle e condividerle davvero, pensare di mobilitarsi per completare quella costruzione, accelerando l’accentramento delle finanze pubbliche e la gestione concertata e solidale delle crisi finanziarie.

Auguriamoci almeno che la crisi porti lo stimolo per un sincero e radicale esame di coscienza, dei cittadini, dei politici e degli economisti europei. È inutile approntare sceneggiate mediatico-politiche o cercare magiche formule tecniche per risolvere problemi che hanno radici nell’indecisione e nella confusione delle nostre idee, dei nostri obiettivi.

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