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Penisola araba

Al-Qaeda alla conquista dello Yemen

2 Ago 2011 - Mario Arpino - Mario Arpino

Gaio Plinio Secondo, più noto a noi come Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia ci parla di un’Arabia Felix che non c’è più. Come ormai non ci sono i Sabei, i sudditi della mitica regina di Saba, tra i quali solo tremila famiglie si tramandavano i segreti dell’albero dell’incenso e conservavano il diritto ereditario di coltivarlo e farne commercio. Al loro posto ci sono decine di tribù, in lotta perenne tra loro, che in comune hanno solamente l’opposizione al governo unitario del presidente Alì Abdullah Saleh, ospite in Arabia Saudita per curarsi le ferite riportate il mese scorso durante l’attacco dei ribelli al palazzo presidenziale.

In duemila anni molto è cambiato, ma nello Yemen profondo alcune vecchie abitudini sopravvivono. Lo sanno bene quei turisti rapiti e taglieggiati che ancora l’anno scorso osavano avventurarsi verso l’interno con novelle navi del deserto chiamate Toyota. Infatti nel libro XII Plinio racconta, riferendosi alle rotte carovaniere che portavano verso Nord l’incenso e le spezie: “…che lungo tutta la via bisogna pagare, qui per l’acqua, là per il foraggio, per le soste, per i continui pedaggi, così che le spese salgono a 688 denari a cammello…”.

Situazione pericolosa
La storia recente di questo paese è tormentata, e le conseguenze non sembrano avere termine, tanto che al-Qaeda – dopo le vicende in Afghanistan – lo ha scelto come nuovo santuario, campo di addestramento e di battaglia. Dopo una ventina d’anni di caos seguiti alla dissoluzione dell’Impero Ottomano, dal 1939 al 1967 gli inglesi colonizzavano la parte meridionale, disinteressandosi, al solito, dello sviluppo. Il centro-nord rimaneva invece indipendente, sotto il governo degli imam Yahia e Ahmad.

Segue una lunga guerra civile tra i repubblicani, allora sostenuti dall’Egitto socialista, ed i conservatori monarchici, appoggiati da Gran Bretagna e Arabia Saudita. Dopo otto anni e diecimila morti, nasce nel sud la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, il primo Stato marxista del mondo arabo. Al nord, rimane la Repubblica Araba dello Yemen, governata, a partire dal 1978, dal dittatore oggi filoamericano Alì Abdullah Saleh, il quale, dopo altri anni di guerriglia, nel 1990 fonda l’attuale Repubblica Unificata dello Yemen. Ma la pace ancora non c’è, perché dopo pochi anni si riaccende, con alterne vicende e molti morti, la rivalità tra Nord e Sud.

E’ in questo quadro confuso che, già nel 2000, al-Qaeda inizia le prime sperimentazioni sul territorio, con l’attacco alla USS Cole nel porto di Aden e all’ambasciata britannica. In seguito, verrà colpita anche l’ambasciata americana. Dopo l’attentato dell’11 settembre , il laico presidente Saleh aderisce alla campagna antiterroristica di Bush e, a seguire, autorizza l’uso di basi militari per le forze speciali Usa e l’impiego selettivo di velivoli armati pilotati a distanza. Nel 2004 la questione si complica nell’area nord-occidentale, con scontri tra miliziani sciiti e l’esercito regolare che hanno per epicentro la provincia di Saada.

Preoccupata per la sicurezza dei propri confini – da anni c’è in atto un contenzioso a livello locale – interviene anche l’Arabia Saudita, visto che nello Yemen la religione di Stato è musulmana sunnita. Nonostante vari annunci di “fine della guerra civile”, secondo l’agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) ci sarebbero ancora centomila sfollati fuggiti da Saada e dintorni, concentrati in sei campi profughi. Un successo effimero, ma politicamente importante, era stata la mediazione condotta dal Qatar, che confermerebbe gli sforzi per salvare lo Yemen del conservatore Saleh e farlo entrare nel Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) non appena neutralizzati i ribelli sciiti e la minaccia qaedista.

Secondo le forze di sicurezza yemenite, accusate assieme a quelle saudite di massacri e bombardamenti indiscriminati, la ribellione al nord sarebbe stata sostenuta dall’Iran e fomentata anche da al-Qaeda. Ipotesi che, secondo gli analisti, è del tutto verosimile. L’attacco del 2008 con razzi, autobomba ed elementi suicidi contro l’Ambasciata americana di Sanaa lo confermerebbe. E’ di nuovo guerra, come sempre, ed è anche in questa chiave, e non solo in un presunto anelito di libertà, che vanno valutati gli episodi locali collegabili alla “primavera araba” nello Yemen.

Strategia di al-Qaeda
La strategia di al-Qaeda, per ora maggiormente attiva al Sud del paese, cerca di spiegarla Frederick Kagan, editorialista a lungo residente nell’area. E’qui, infatti, che nelle ultime settimane al-Qaeda in the Arabian Peninsula (Aqap) sta conseguendo i suoi più rilevanti successi. Secondo le dichiarazioni recentemente rilasciate a Cnn dal vice presidente yemenita Abdu Rabu Mansour Hadi – che sostituisce “temporaneamente” il presidente Saleh – il governo locale ha perso il controllo di ben cinque province meridionali, mentre il livello di sicurezza sta peggiorando su tutto il territorio.

La controffensiva dell’Esercito regolare, uscito indebolito dalla defezione, nel marzo scorso, del generale comandante delle forze corazzate, che si è unito ai ribelli seguito da diversi alti ufficiali, langue ed ha scarso successo. Più efficaci sono i raid degli aerei e dei velivoli pilotati a distanza americani che, come si legge sul New York Times, in assenza di Saleh sono stati significativamente incrementati sopra tutto nella provincia di Abyen, dove Aqap controlla tutti i centri abitati. Come spesso accade nelle situazioni di caos, le operazioni militari, terrestri e aeree, sono complicate dal fatto che gli uomini di al-Qaeda si sono ormai mescolati ad altri gruppi di ribelli e militanti antigovernativi, rendendo difficile agli Usa compiere attacchi senza dare l’impressione di essere schierati con Saleh o con i ribelli.

Nel mirino degli americani resta come principale bersaglio l’imam con passaporto statunitense Anwar al-Awlaki, considerato ormai il capo dell’Aqap. Kagan, alla luce di questi fatti, intravvede una strategia di al-Qaeda destinata a svilupparsi lungo una direttrice ben identificabile. Il tentativo di Aqap sarebbe quello di controllare un’ampia fascia di territorio che faccia da corridoio dal cuore storico dello Yemen, per congiungere i porti del Sud, lungo il Golfo di Aden ed il Mare Arabico, con le rotte tradizionali dei pellegrinaggi e dei commerci in uscita verso l’Arabia Saudita.

Il passo successivo sarebbe dunque la creazione di una specie di “autostrada del terrorismo” in grado di facilitare gli attacchi alle città sante dell’Hijaz, a Riyadh nel Najid per poi proseguire verso le infrastrutture petrolifere nelle province saudite dell’Est, prevalentemente sciite, gli Emirati e il Qatar. Non va dimenticato che al-Qaeda vede come peggior nemico non solo gli Stati Uniti, ma, prima ancora, il regno degli al-Saud. Le cinque province controllate nello Yemen meridionale altro non sarebbero, secondo Friedrick Kagan, se non un piedistallo per questa strategia di lungo termine.

Incubatore di guai
Ora sembra che Alì Abdullah Saleh, rimarginate le ferite dopo l’attentato del 3 giugno, intenda rientrare nel paese e, probabilmente su pressione di Hillary Clinton, abbia promesso di aprire il dialogo con i ribelli – ma non con al-Qaeda – e di favorire una partecipazione dell’opposizione alla vita politica. Cercherebbe, in altre parole, di “svuotare” di contenuto la protesta. I ribelli, dal canto loro, hanno già assicurato gli americani che la lotta ad al-Qaeda continuerà, chiunque sia al potere a Sanaa.

La situazione è sempre più intricata, perché è evidente che il governo centrale sarà sempre assediato a nord dagli sciiti, al centro dalle tribù, che di centralità non vogliono sentir parlare, e al Sud dai ribelli al regime di Saleh, tra i quali si sta infiltrando al-Qaeda. E, infine, dalla stessa al-Qaeda, in continua espansione. Secondo alcuni analisti d’area, tra i quali Roberto Aliboni, il conflitto potrebbe degenerare ancora, per poi estendersi oltre il Mar Rosso e il Mar d’Arabia, coinvolgendo altri attori. Davvero un bel pasticcio…

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