IAI
Missione Isaf

Uscita a tappe forzate dall’Afghanistan

18 Lug 2011 - Mario Arpino - Mario Arpino

I paesi Alleati, tra i quali l’Italia, quest’anno cominceranno a diminuire il loro impegno militare in Afghanistan, che dovrebbe esaurirsi – fatte salve alcune limitate cooperazioni per l’addestramento – entro il 2014. È importante che la pianificazione venga condotta con metodo e pazienza, senza emotività o fughe in avanti. Le dichiarazioni sono tante, anche in questi giorni, ma sul “dopo” ci si esprime poco e con molte riserve. I dubbi evidentemente ci sono, e riguardano la fattibilità di quelli che potrebbero rimanere solo buoni propositi.

Ha dato il via il presidente americano Barack Obama, che, nel suo secondo indirizzo al mondo arabo e musulmano, il 19 maggio affermava che “da luglio anche i nostri ragazzi ancora in quel paese torneranno a casa. Abbiamo dato il colpo di grazia uccidendo Osama bin Laden, il leader di al-Qaeda”.

Il presidente Napolitano, nel suo intervento del 20 maggio al Nato Defense College per il sessantesimo anniversario dalla fondazione, ma anche più recentemente, rammentava che la riduzione delle truppe a Kabul sarà progressiva e che occorre “guardare con fiducia al processo di transizione, dove gli afgani prenderanno sempre di più la responsabilità della propria sicurezza. Abbiamo fatto sforzi enormi, abbiamo tutti versato del sangue. Ora non dovremo abbandonare questo paese quando il nostro impegno militare sarà terminato”. Da parte sua, la coppia Cameron-Sarkosy si è affrettata a dichiarare che il ritiro delle loro truppe “sarà proporzionale a quanto faranno gli americani”.

Transizione
La transizione, secondo il presidente afgano Hamid Karzai, dovrà attraversare varie fasi, dando la priorità a sicurezza, governance, sviluppo e ruolo della legge. Potrebbero essere necessari almeno 18 mesi per ciascuna delle sette province ove prenderà avvio il processo di transizione, tra le quali c’è quella di Herat, dove sono i soldati italiani.

In questi settori la missione Isaf, guidata dalla Nato, prevederà, già da quest’anno un ruolo non più di combattimento, ma di cooperazione e addestramento. È qui che si concentreranno anche i Team Provinciali di Ricostruzione (Prt). In tutte le altre aree l’Isaf rimarrà quale forza “stabilizzante” fino a quando un apposito comitato congiunto non individuerà altri distretti pronti a iniziare il processo. Al vertice di Bruxelles del marzo scorso i ministri della difesa della Nato e dei paesi rappresentati nell’Isaf davano “luce verde” al governo Karzai, cui spetta ora l’effettivo avvio al processo.

Puntualmente, il 17 luglio è stato consegnato dall’Isaf alle forze afgane il primo distretto, quello di Bamiyan. È un impegno comune chiaro ed importante che, almeno teoricamente, dovrebbe evitare tentazioni di altri ritiri anticipati. Per completare il quadro di “come vorremmo che le cose andassero”, occorre qualche precisazione sulla strategia, che è chiaramente di matrice americana. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, cui spetta spesso l’ingrato compito di convertire in realtà alcune affascinanti utopie del presidente Obama, si è espressa in modo inequivocabile. Si va verso una soluzione minimale, purché rapida, che lasci alle autorità locali la responsabilità della forma di governo, accentrata o decentralizzata, a patto che si prendano le distanze da al-Qaeda.

Quanto al dialogo con i talebani, la posizione rimane quella del compianto consigliere speciale del presidente Obama per Pakistan e Afghanistan, l’ambasciatore Richard Holbrooke, secondo cui “c’è sempre una finestra aperta per chi sta al freddo e vuole rientrare in casa… Se vorranno accettare i nostri limiti, un posto per loro ci deve sicuramente essere”. “Questa – ha ribadito la Clinton – è anche la strategia degli Stati Uniti”.

Strategie e teste d’uovo
Il piano per la transizione c’è, la strategia anche, ma permane la sensazione che tutto derivi più da ciò che effettivamente si desidera, che da puntuali calcoli di fattibilità. Qualche dubbio c’è, e in effetti piani e strategie sembrano quasi un pretesto per poter dichiarare una prematura vittoria, quale premessa e giustificazione alla spinta verso un disimpegno obamiano e occidentale. Negli Stati Uniti, intanto, stanno fiorendo nuove opzioni per un disimpegno indolore.

Tutte, però, appaiono originate dal dubbio che la formula di struttura scaturita dalla conferenza di Berlino – sistema democratico con governo unitario fortemente centralizzato – a livello locale non sia né la più adatta né la più gradita. C’è un gruppo di studio – come spiegato sul numero di gennaio/febbraio 2011 di Foreign Affairs – che sta elaborando diverse opzioni. La prima ipotesi prevede che Kabul, pur continuando a nominare i governatori, concede alle province un certo numero di autonomie, come le tasse locali, l’esercizio della giustizia su base tradizionale per alcuni reati minori e la tolleranza di un’aliquota di armati per i clan di una certa importanza, salvaguardando così, almeno in una certa misura, la percezione di una decentralizzazione amministrativa.

In alcune province, tuttavia, ciò potrebbe ancora non essere sufficiente, per cui si potrebbe tentare di andare oltre con una forma di “democrazia decentralizzata”, nella quale i governatori verrebbero eletti dai consigli provinciali e non più nominati da Kabul. In questo caso sarebbe necessario accettare di buon grado alcuni compromessi, perché a livello locale le priorità non saranno certo concentrate sulle scuole laiche, su forme non tradizionali di diritto o sull’emancipazione delle donne. In cambio, il governo centrale manterrebbe una decisa capacità di intervento verso i più riottosi.

In fondo, agli americani e all’Occidente è questo che interessa. Ma se l’isolamento di al-Qaeda è rimasto il vero problema, visto che ormai a risolvere gli altri – facendo buon viso a cattiva sorte – abbiamo deciso di rinunciare, i gruppi di studio hanno pronta una terza soluzione, applicabile in tempi brevi, dove Kabul si limita a delegare la maggior parte dei poteri a governatori eletti localmente, ma a mantenere ogni prerogativa in termini di politica estera e di intervento.

Futuro della missione
Soluzione, questa, che appare percorribile, perché è ciò che in realtà accade già ora in diverse province. Se però lasciamo per un momento i problemi veri del territorio e ritorniamo ai grandi vertici dell’Alleanza che guardano al futuro, può essere certamente importante sapere che si è cominciato a pensare a come mantenere intatto l’attuale partenariato con l’Afghanistan attraverso tutto il processo di transizione.

Il nome dato alla nuova iniziativa è beneaugurante – è stata chiamata Enduring Partnership – e si propone di continuare il supporto all’Afghanistan anche dopo il 2014, anno nel quale il ruolo militare dell’Isaf dovrebbe andare a esaurimento. Secondo il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen, l’iniziativa “manda il forte messaggio che se anche un giorno l’Afghanistan camminerà sulle proprie gambe, ciò non significa che verrà lasciato solo”. In effetti, è ciò che si percepisce anche nei passaggi parlamentari dei giorni scorsi e che sembrerebbe anticipare il destino post-2014 della nostra missione.

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