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Verso le presidenziali 2012

Repubblicani in cerca dell’anti-Obama

27 Lug 2011 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Il muro contro muro tra Obama e i repubblicani sulle misure per evitare il default degli Stati Uniti conferma che la campagna per le elezioni presidenziali del 2012 è già iniziata. I democratici vogliono difendere l’agenda riformatrice di Obama. I repubblicani sono spinti su una linea di opposizione senza sconti dal movimento radicale del Tea Party. Le primarie del partito repubblicano per la scelta dell’anti-Obama sono partite, invece, nel segno dell’incertezza.

Corpo a corpo
Sono almeno tre i fronti su cui Obama e i repubblicani hanno iniziato a scaldare i motori della campagna elettorale. La raccolta dei fondi – il c.d. fund raising – sia per le elezioni presidenziali sia per quelle legislative è iniziata in anticipo rispetto al passato, anche alla luce della straordinaria crescita dei costi. Sono inoltre iniziate le primarie repubblicane, con i candidati alla nomination già impegnati a incontrare gli elettori nei diversi stati del paese. Infine, lo scontro frontale tra la Casa Bianca e la Camera dei rappresentanti, a maggioranza repubblicana, sulle misure per contenere deficit e debito sta segnando profondamente il clima politico.

I repubblicani cercano lo scontro a ogni costo per mettere in difficoltà Obama, mentre i democratici lo difendono a spada tratta. I più inclini a soluzioni di compromesso su entrambi i fronti sono costantemente richiamati all’ordine dai vertici dei gruppi parlamentari. Mentre ciascun partito si rivolge principalmente al proprio elettorato, la sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti di un Congresso incapace di prendere decisioni cresce di giorno in giorno.

Sullo sfondo, si consolida la polarizzazione della politica americana iniziata con Bush, odiato dall’ala radicale dei democratici tanto quanto Obama è odiato oggi dal movimento dei Tea Party. La spaccatura più profonda nella società americana si è raggiunta con il dibattito sulla riforma del sistema sanitario, bandiera per i progressisti e pugno nello stomaco per i conservatori più radicali. Oggi, per altro, la riforma è all’esame delle corti di tre stati americani per ricorsi che ne contestano la costituzionalità.

Disillusione democratica
Tra i democratici non abbonda l’entusiasmo per Obama. La disillusione è particolarmente alta tra quei liberal che volevano voltare completamente pagina dopo l’amministrazione Bush. Obama ha firmato a fine maggio il rinnovo del Patriot Act, la legge che rafforza i poteri di controllo dello stato su corrispondenza elettronica e vita privata dei cittadini americani a fini di lotta al terrorismo, facendo propria una politica di Bush molto contestata dai liberal. Il carcere di Guantanamo, simbolo della violazione dei diritti umani contro i detenuti e bersaglio per anni delle critiche democratiche e internazionali, è ancora pienamente in funzione e non se ne prevede la chiusura.

Continua poi l’impegno militare in Afghanistan, Iraq e Libia, nonostante le crescenti critiche provenienti anche dai democratici. I giovani e gli elettori che hanno votato per la prima volta nel 2008, infine, sembrano delusi dalla scarsa portata dei cambiamenti introdotti da Obama in campo ambientale, nelle politiche sociali o per i suoi rapporti troppo stretti con il mondo della finanza e della grande industria.

Il partito Democratico, comunque, si sta preparando a fronteggiare lo scontento e a rimotivare il proprio elettorato. La struttura “Obama for America” allestita per le elezioni del 2008 non è stata mai smantellata, continuando a diffondere messaggi sull’operato della Casa Bianca. I democratici la stanno ora rilanciando per sostenere la prossima campagna presidenziale, contando già su un vastissimo database di elettori, strutture territoriali, fondi e volontari attivati nei mesi scorsi.

Difendere il cambiamento
L’allestimento del quartier generale della campagna presidenziale è quasi terminato a Chicago, culla politica di Obama. La decisione di tenere nella capitale dell’Illinois il vertice Nato e il G8 del 2012 conferma l’intenzione del presidente di sfruttare la vetrina della “sua” città per una campagna elettorale in grande stile. Campagna che, come nel 2008, rifiuterà il contributo elettorale statale per evitare le conseguenti limitazioni alla raccolta di fondi da donatori privati. Se nelle scorse elezioni Obama ha raccolto la cifra record di 750 milioni di dollari, l’obiettivo per il 2012 è di superare il miliardo: solo nel periodo aprile-giugno 2011 il campo democratico ha raccolto 86 milioni di dollari.

Il messaggio politico dei democratici, in attesa della definizione della prossima piattaforma programmatica presidenziale, per ora si basa su un concetto fondamentale: “difendere il cambiamento”. Quest’ultimo, sostengono i democrats, è stato rallentato o indebolito dalla crisi economica, dall’opposizione a testa bassa dei repubblicani e, più in generale, dalla disastrosa eredità dell’amministrazione Bush. Due sono invece le conquiste su cui i democratici hanno deciso di puntare: la riforma sanitaria, che era attesa da decenni, e il salvataggio dell’economia da una nuova Grande Depressione. Risultati minacciati oggi dal possibile ritorno di un repubblicano alla Casa Bianca. Occorrerà verificare, tuttavia, quanto la paura di un ritorno repubblicano sarà sufficiente a mobilitare quella fetta di elettorato che si aspettava di più dal primo mandato di Obama.

Incognita Tea Party
Il partito repubblicano, dal canto suo, nel 2010 ha vinto le elezioni di medio termine sull’onda della reazione all’agenda riformatrice di Obama, a partire dalla riforma della sanità. Ma trasformare lo scontento in un sostegno positivo ad una piattaforma repubblicana in grado di parlare anche all’altra metà della società americana, o almeno a quel cruciale segmento di elettori indipendenti o indecisi, è tutt’altro che scontato.

La base repubblicana è stata infatti mobilitata con successo dal Tea Party, movimento nato come risposta dal basso alla politica fiscale e sociale dell’amministrazione Obama, a partire dalla riforma della sanità – Tea è anche l’acronimo per “Tax Enough Already”, cioè “le tasse sono già abbastanza”.

Tra gli otto candidati alle primarie repubblicane – ma altri se ne potrebbero aggiungere – Michele Bachmann, deputata del Minnesota, è quella più in sintonia con il Tea Party, e attira per questo i consensi del movimento e le critiche di buona parte del campo repubblicano. Come dichiarato da un alto dirigente texano del partito Repubblicano, non certo tacciabile di simpatie democratiche, la Bachmann non sarebbe un candidato credibile e lui per primo, insieme a molti altri repubblicani moderati, non andrebbe a votare alle prossime presidenziali se il suo partito la candidasse alla Casa Bianca.

La corsa alla nomination repubblicana, come quella del 2008, è molto aperta e imprevedibile perché finora non è emersa una personalità in grado di unire le diverse anime del partito che sia allo stesso tempo credibile e carismatica. Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts, sembra essere quello più in grado di raccogliere sostenitori importanti e fondi cospicui in campo repubblicano, anche per la sua credibilità agli occhi di elettori indipendenti: come ammettono anche alcuni esponenti democratici, “un repubblicano del Massachusetts è spesso più a sinistra di un democratico del Nebraska”. A sfavore di Romney gioca però l’appartenenza alla comunità mormone, che è guardata con sospetto da una parte della società americana, inclusa la destra evangelica repubblicana.

Sulle primarie repubblicane, su Obama e sulla campagna elettorale, pesa e peserà soprattutto la questione economica, di gran lunga in cima alle preoccupazioni dell’opinione pubblica e dell’elettorato statunitense. Con una ripresa economica più lenta del previsto, un tasso di disoccupazione ancora alto, deficit e debito pubblico americano vicini alla soglia di guardia, oggi più che mai nella politica americana vale il motto clintoniano “it’s the economy stupid”.

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