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Verso un approccio di genere

Più donne nelle missioni di pace

3 Lug 2011 - Nicoletta Pirozzi - Nicoletta Pirozzi

Qualche giorno fa il Parlamento italiano ha approvato la proposta di legge sulle “quote rosa” negli organi di rappresentanza delle società quotate e a partecipazione pubblica. Si tratta di una svolta significativa, destinata ad avere un impatto tangibile sulla cultura italiana, ancora drammaticamente ancorata a rappresentazioni di genere che ostacolano la piena realizzazione delle potenzialità delle donne nei diversi settori della società e del lavoro.

Sicurezza e difesa
Secondo una recente indagine Ocse, il lavoro in Italia coinvolge solo il 48 % delle donne, che risultano meno impiegate e meno retribuite: il lavoro part-time coinvolge il 31 % delle donne contro il 7 % degli uomini e le lavoratrici guadagnano in media il 18 % in meno rispetto ai lavoratori. Il quadro delineato dall’Ocse si conferma in alcuni settori specifici: le donne, ad esempio, rappresentano soltanto il 21,3% del Parlamento attualmente in carica. Altro aspetto allarmante è costituito dalla difficoltà delle donne di raggiungere cariche dirigenziali: nel personale delle amministrazioni pubbliche, la componente femminile sfiora il 54%, ma nei ruoli dirigenziali rappresenta solo il 25% in seconda fascia e il 15% in prima fascia.

La mancata percezione dell’importanza del contributo delle donne e dell’approccio di genere è particolarmente evidente in settori tradizionalmente concepiti di appannaggio maschile, come ad esempio quello della sicurezza e della difesa.

Un primo aspetto riguarda la presenza ancora limitata delle donne nelle forze armate: l’istituzione del servizio militare volontario femminile nel 1999 ha portato nel corso di un decennio a circa 11.000 (nemmeno il 4% del personale totale) donne impiegate nei ranghi di Esercito, Aeronautica, Marina Militare e Arma dei Carabinieri. È vero che non esistono specifiche limitazioni di impiego del personale femminile – ad eccezione di quelle previste dalla Marina Militare per l’impiego delle donne a bordo dei sommergibili, nelle compagnie d’assalto del Reggimento San Marco e tra gli Incursori – e di avanzamento nella carriera militare.

Tuttavia, nel 2009 il grado più elevato raggiunto dalle donne era quello di Capitano e, secondo una proiezione ottimistica, il primo Ufficiale donna sarà valutato per l’avanzamento al grado di Generale tra il 2026 e il 2028. Nella Polizia di Stato, dove le donne sono entrate già nel 1960 e hanno ottenuto pari opportunità nel 1981, la componente femminile sfiora le 15 mila unità, ma solo una su cento ha ruoli dirigenziali.

Se guardiamo al personale impiegato nelle missioni internazionali, le donne rappresentano poco più del 3%. La situazione migliora se prendiamo in considerazione i civili dispiegati in missioni di pace, ma la presenza delle donne è ancora limitata: ad esempio, tra gli esperti free-lance (cioè non provenienti dalle pubbliche amministrazioni) reclutati dal Ministero degli Affari Esteri per le missioni dell’Unione europea, la componente femminile si attesta attorno al 25% del totale.

Discriminazione e violenza
Tuttavia, al di là dei dati numerici e dell’assenza di vincoli formali all’integrazione delle donne nelle forze armate e di polizia, nonché nell’ambito degli esperti civili che vengono impiegati in missioni di pace, quello che conta maggiormente è la necessità di stimolare un cambio di cultura e favorire lo sviluppo di una maggiore sensibilità del personale alle questioni di genere.

La formazione degli operatori internazionali, militari e civili, riveste un’importanza primaria e deve fornire gli orientamenti necessari in materia di rispetto dei diritti umani e di approccio di genere, sia all’interno dei contingenti dispiegati, sia rispetto alla popolazione locale del teatro dell’operazione.

Purtroppo continuano a verificarsi episodi di discriminazione, violenza sessuale e vessazioni di ogni tipo nei confronti delle donne che servono nelle forze armate e della popolazione femminile nei teatri di conflitto, anche se tutte le organizzazioni internazionali che coordinano le missioni di pace hanno adottato una politica di tolleranza zero verso chi compie tali abusi.

In molti casi, le violenze sulle donne costituiscono veri e propri strumenti di guerra, utilizzati dai governi e dalle forze di sicurezza dei paesi interessati da conflitti. Le Nazioni Unite hanno adottato due risoluzioni fondamentali in questo settore – la 1325 (2000) e la 1820 (2008) – che affrontano l’impatto, sproporzionato e specifico, dei conflitti armati sulle donne.

Come ricordato nella risoluzione 1325, le donne non possono essere considerate soltanto delle vittime: sono anche attrici fondamentali nella prevenzione dei conflitti, nella gestione delle crisi e nella ricostruzione post-conflitto. La pianificazione e l’attuazione degli interventi internazionali dovrebbe tener in maggior conto la prospettiva di genere, alimentando la partecipazione delle donne ai processi di pace e di stabilizzazione.

Secondo un rapporto condotto dal Fondo delle Nazioni Unite per le Donne (Unifem), nel 2009 le opportunità per le donne di partecipare ai negoziati di pace sono costantemente diminuite, ed esse costituiscono solo il 2,4% dei cofirmatari dei 21 negoziati di pace analizzati dal 1992.

Piano d’azione
L’Unione europea si è impegnata a dare attuazione alle risoluzioni 1325 e 1820 in tutti i settori della sua azione esterna e in particolare nell’ambito della Politica di sicurezza e difesa comune (Psdc). Tra gli attuali Rappresentanti Speciali dell’Unione europea, però, c’è soltanto una donna, la britannica Rosalind Marsden, nominata un anno fa con mandato per il Sudan.

In Italia, il Piano d’Azione nazionale per l’attuazione della risoluzione 1325 è stato adottato soltanto nel dicembre 2010 e la sua versione definitiva trasmessa alle Nazioni Unite nell’aprile di quest’anno. Il documento individua sei aree prioritarie, a partire dall’aumento del numero di donne nelle forze armate e dalla promozione di una prospettiva di genere nelle operazioni di pace, anche attraverso il potenziamento delle attività di formazione del personale in questo settore, fino alla protezione dei diritti delle donne in situazioni di conflitto e allo stimolo per una loro maggiore partecipazione ai processi di pace.

Sebbene tale iniziativa risponda alle richieste avanzate da tempo da Nazioni Unite e Unione europea, rischia di limitarsi ad una pura dichiarazione di intenti se non accompagnata dallo stanziamento di risorse adeguate e di un meccanismo di monitoraggio sul rispetto degli impegni assunti. Soprattutto, occorre assicurarne la massima diffusione, anche per stimolare un dibattito più aperto e imporre ai decisori politici un cambio di rotta su una questione non più rinviabile: il riconoscimento e la promozione del ruolo specifico delle donne come operatrici di pace e di cambiamento sociale.

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