IAI
Missioni all’estero

La via italiana alle operazioni di pace

2 Lug 2011 - Carlo Jean - Carlo Jean

Il favore di cui godono nei governi e nell’opinione pubblica italiani le operazioni di pace – da quelle umanitarie a quelle per il mantenimento della pace delle varie “generazioni”, anche in aree distanti, come il Mozambico e Timor Est – deriva da talune costanti della cultura politica italiana. Esse si sono accentuate dopo la sconfitta nel secondo conflitto mondiale. Ne sono prova i dibattiti del “Gruppo dei 75” sull’art. 11 della Costituzione.

Multilateralismo astratto
I costituenti consideravano l’ammissione all’Onu essenziale per ridare all’Italia uno status internazionale dignitoso. Erano anche consapevoli che l’adesione all’Onu significava accettare di partecipare ad interventi armati, per garantire la pace e la stabilità internazionali, ai sensi del capitolo VII della Carta. Tale posizione strumentale si consolidò, a poco a poco, con la presa di coscienza che l’Italia non poteva più svolgere una politica autonoma e con le “scelte di campo”, atlantica ed europea.

Influirono, al riguardo, anche la collocazione geografica dell’Italia, la sua storia, le sue vulnerabilità e potenzialità e la relativa debolezza delle sue istituzioni e della sua identità nazionale. Il termine “interesse nazionale” scomparve dal linguaggio politico. Fu sostituito da un entusiasmo, spesso acritico, per il multilateralismo, cioè per un fatto inesistente nella realtà della politica internazionale.

Media potenza
L’Italia rimaneva la più piccola delle grandi potenze europee e la più grande delle minori. Non era più una grande potenza europea. Aveva perso la possibilità di svolgere la politica del “peso determinante”, teorizzata da Grandi. Rimaneva “media potenza regionale”, con uno status regionale ed internazionale incerto. Le grandi potenze europee non la consideravano loro pari. Le piccole potenze non si sentivano rappresentate da Roma.

Le rendite di posizione di cui godeva l’Italia nella guerra fredda, erano dovute più agli Usa che agli altri Stati europei. Furono questi ultimi ad escluderla dal Convegno di Guadalupe del gennaio 1979 (a cui partecipò la Francia, che pur era uscita dall’Organizzazione militare della Nato!), dove fu deciso lo schieramento degli euromissili, a cui poi l’Italia diede poi un contributo essenziale.

Insomma, il paese ha dovuto sempre lottare per il riconoscimento del proprio rango internazionale ed appoggiarsi più agli Usa che all’Europa. La partecipazione alle operazioni di pace è un mezzo per riaffermare che l’Italia esiste e che rimane fedele alle alleanze. Solo in taluni casi, come in Albania, essa ha corrisposto a chiari interessi nazionali.

Presenzialismo
Il divario fra ambizioni e risorse fu colmato dal presenzialismo e dalla ricerca di riconoscimento formale. Le operazioni di pace rappresentano un modo ideale per realizzare tale obiettivo a buon mercato, spesso ad esclusivo uso domestico. Non richiedono impegni particolarmente onerosi, né l’assunzione di responsabilità dirette, né forze armate in grado di condurre operazioni ad alta intensità operativa e tecnologica.

Sulla partecipazione agli interventi internazionali, spesso si sono realizzati accordi trasversali, fra la maggioranza e l’opposizione. Per essa, avvengono anche “miracoli ornitologici” – come quello per la Bosnia nel 1995 – in cui “le colombe”, cioè i pacifisti di elezione o di professione, si trasformarono in “falchi” vogliosi di vedere fare a pezzi i serbi. Comunque, la partecipazione alle missioni internazionali consente di “benedire” gli interventi con il “feticcio ecumenico” dell’Onu, con l’umanitarismo, con la fedeltà all’Alleanza Atlantica o all’Unione Europea ed ai “massimi principi” dell’ordine internazionale.

Si tratta, certo, di artifici retorici, utili per suscitare il consenso e per mascherare le carenze dell’Italia in altri settori. Ma, così facendo, si evita un serio dibattito sugli interessi nazionali in gioco. Se cioè ci convenga intervenire o no. Lo si vede nel caso della Libia. Beninteso, una volta che si è intervenuti, non ci si può tirare indietro. Si sono messi in gioco la credibilità e l’affidabilità dell’Italia, già alquanto ridotta per il collasso della qualità delle élites politiche nazionali e la fama di machiavellismo che ci circonda nel mondo.

Spririto mercantile
Taluni sostengono che il favore di cui godono gli interventi militari di pace deriva anche dallo spirito missionario, che essi credono parte costituente della cultura politica italiana. Non è vero. Friedrich Engels lo ha dimostrato analizzando la storia militare italiana degli ultimi mille anni. Nei secoli d’oro dell’Italia, quella dei Comuni e delle Signorie, la politica italiana è sempre stata “mercantile”. Il “primato morale degli italiani” è un autoinganno. E lo sono, del pari, il garibaldinismo e il volontariato del Risorgimento. Ma è “politicamente scorretto” ricordarlo.

È invece confortevole sentirsi buoni e dalla parte della giustizia, dei valori anziché degli interessi. Così i dibattiti si svolgono su un piano onirico e riguardano i “massimi sistemi”. Costante in essi è il contorsionismo semantico. Il termine guerra non è mai usato, forse anche perché la Costituzione considera solo la pace assoluta o la guerra totale, fatti entrambi che non esistono nella realtà geopolitica attuale.

L’uso della forza viene chiamato conflitto armato od operazione di polizia internazionale, di pace o umanitaria. I soldati della Repubblica diventano “soldati di pace”. Mi meraviglia che non siano chiamati samaritani. Gli Stati Maggiori sono rappresentati come succursali della Croce Rossa. Politici, intellettuali ed anche taluni capi militari stanno al gioco. È un ottimo modo per fare carriera e non avere grane.

Successi importanti
Malgrado queste carenze – su cui ho, in verità, voluto un po’ calcare la mano – gli interventi a guida italiana hanno registrato grandi successi. Sembra paradossale, ma non lo è. Deriva dal fatto che siamo missionari solo per finta, oppure solo fino ad un certo punto. Non cerchiamo di convertire nessuno. Ci accontentiamo di quanto pragmaticamente possiamo fare. I nostri comandanti sul campo hanno sempre considerato le società in cui operavano non come entità fisiche, ma sociali e culturali. Sanno che non devono “strafare”. Spesso non sono neppure in condizioni di farlo.

Per questo, gli interventi di pace a guida italiana – come quelli in Libano in Mozambico ed in Albania – hanno avuto successo, mentre altri potenti paesi collezionavano disastri. Quando è intervenuto il “missionarismo” anglosassone, come a Mogadiscio nel 1993, è avvenuto quanto tutti sappiamo. Tale fatto ha contribuito a mantenere a galla il prestigio dell’Italia nel mondo. Che cosa sarebbe avvenuto a Valona nel 1997 qualora, invece degli italiani, ci fossero stati gli americani?

Avrebbero cercato di ripristinare l’ordine, sparando sui dimostranti, anziché accettare – sorridendo – il disordine esistente. Si può facilmente immaginare che cosa sarebbe successo: l’operazione “Alba” sarebbe fallita. Beninteso, avremmo evitato critiche ed ironie sul fatto che gli italiani non vogliono combattere. Ma alla fine l’Italian Way of Peacekeeping si è dimostrata vincente molte volte, tanto che molti oggi ce la invidiano, ed altrettanti si chiedono come mai riusciamo a cavarcela tanto bene.

.