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Difesa europea

La strana idea del nuovo Quartier generale dell’Ue

20 Lug 2011 - Vincenzo Camporini - Vincenzo Camporini

Con la periodicità tipica delle influenze stagionali, la Francia è recentemente tornata a proporre l’istituzione di un Quartier generale operativo dell’Unione europea. L’idea francese nasce dalla volontà di limitare i problemi di coordinamento emersi nella gestione della missione militare in Libia. Ma sottende anche la volontà di diminuire la dipendenza politica e formale dell’UE dalla NATO.

L’annosa questione del rapporto tra Parigi e l’Alleanza Atlantica, nel quadro della difficile dialettica anche con la Gran Bretagna, è certamente legata a fattori più politici che tecnici.

Evoluzione complessa
Che sia un problema politico, in effetti, è innegabile: lo sviluppo di capacità militari dell’Europa, o meglio dell’Unione europea in quanto tale, è rimasta una mera ambizione (dopo la famosa bocciatura della Comunità Europa della Difesa del 1954 ad opera proprio della Francia) per tutto il periodo della guerra fredda.

Solo nel 1991, con la riunione dell’Unione europea occidentale (UEO) tenutasi a Petersberg, si definirono alcuni compiti militari che i paesi europei collettivamente si dicevano preparati ad assumere. Si doveva però giungere al vertice di Saint Malo del dicembre del 1998 per sbloccare una impasse pluridecennale, con un sostanziale via libera, condizionato, da parte del Segretario di Stato USA, Madeleine Albright, per dare avvio alla realizzazione di strutture militari incardinate nella complessa architettura dell’Unione.

Una delle condizioni poste era quella, politicamente sensibile e economicamente saggia, di non attuare misure che costituissero duplicazioni inutili di organismi già presenti nell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, in particolare le articolate e perfettamente efficienti strutture di comando. A tal fine vennero negoziati e stipulati tra NATO e Unione Europea gli accordi che vanno sotto il nome di Berlin Plus, in base ai quali l’UE, in caso di operazioni proprie, poteva avvalersi del Quartier Generale Nato di Mons (SHAPE), per la gestione delle attività militari.

In tal modo si creava un forte anello di congiunzione tra le due istituzioni, rassicurando così la Gran Bretagna (e gli Stati Uniti) che non ci sarebbe stata incoerenza tra la politica militare dell’Unione e quella dell’Alleanza. Allo stesso tempo si evitava di dar vita ad una nuova onerosa e complessa struttura che avrebbe assorbito risorse finanziarie, tecniche ed umane che già all’inizio del secolo non abbondavano.

Ambizioni francesi
Bastarono però solo poche settimane per comprendere che gli obiettivi della Francia erano diversi: Parigi iniziò una bene articolata campagna per avviare la costituzione di un Quartier generale operativo (Operational Head Quarters, OHQ) dell’Unione europea, associando presto alla propria causa Belgio, Lussemburgo e Germania. Appare superfluo sottolineare come tale proposta muovesse da ragioni puramente politiche e mirasse a sganciare l’Unione da una qualsivoglia forma di dipendenza, ancorché politica e formale, dalla NATO.

Dal punto di vista tecnico, infatti, nessuno avvertiva l’esigenza di una struttura del genere, in quanto alla disponibilità in linea di principio del Comando di Mons, si affiancava quella dei quartieri generali nazionali che ben cinque paesi avevano dichiarato disponibili per la gestione di operazioni dell’Unione. In particolare, la disponibilità era stata manifestata da Francia(!), Gran Bretagna, Germania, Italia e Grecia. Si trattava di comandi in qualche caso già collaudati ed utilizzati per operazioni multinazionali, dotati di quadri nazionali, ma attrezzati per essere integrati, in caso di necessità, da personale degli altri paesi coinvolti.

Dal punto di vista puramente economico e dell’efficiente impiego delle risorse, la costituzione di un Quartier generale operativo europeo avrebbe potuto trovare una giustificazione esclusivamente nel caso dello scioglimento dei comandi nazionali, che peraltro sarebbe stato possibile solo con l’adozione di una politica estera (e quindi della sicurezza) unitaria da parte dei paesi dell’Unione. Un’utopia confermatasi tale da tutte le vicende internazionali dell’ultimo decennio.

Proposta italiana
Venne avanzata anche una proposta italiana (Antonio Martino era ministro della Difesa), che poteva essere definita come la costituzione di un Quartier Generale europeo virtuale: vista la disponibilità offerta dai paesi citati, ma considerate le difficoltà di rinforzare efficacemente e rapidamente le strutture di comando nazionali con elementi provenienti dagli altri paesi, venne presentato un progetto di accordo tecnico, da considerare vincolante per i paesi che l’avessero sottoscritto.

L’accordo prevedeva che i quartieri generali nazionali garantissero a rotazione la disponibilità per attività operative decise dall’Unione: il personale di rinforzo necessario sarebbe stato identificato nominativamente, predesignato per specifiche posizioni, con esercitazioni a cadenza semestrale, in modo da garantire l’amalgama necessaria e quindi la piena e pronta operatività del comando. La proposta trovò qualche considerazione, ma venne ritenuta troppo macchinosa per essere efficace. Tuttavia nel frattempo le vicende internazionali sottrassero attenzione alla tematica e pertanto le iniziative francesi vennero archiviate. Ma evidentemente la tenacia è virtù che non difetta oltralpe.

Inutile duplicazione
Che si tratti di posizione politica, anzi ideologica, è confermato dal fatto che nessuno avverte il bisogno di un nuovo elefante burocratico, in assenza di una reale, coerente ed efficace politica estera e di sicurezza dell’Unione. A ulteriore dimostrazione si può citare la vicenda libica, in cui, a prescindere dalle operazioni militari che vedono coinvolti alcuni paesi (ma non altri), non si è riusciti a dare la minima concretezza alle iniziative di carattere umanitario, per cui l’Unione è discretamente attrezzata nell’ambito del Servizio europeo di azione esterna, guidato dalla Baronessa Ashton, in cui occupa peraltro una posizione di vertice un italiano altamente qualificato come Agostino Miozzo.

Ma anche considerando l’aspetto tecnico economico, l’iniziativa appare priva di qualsiasi razionalità: in tutti i paesi dell’Unione le forze armate stanno attraversando un processo di drastico ridimensionamento. Germania, Gran Bretagna, la stessa Francia stanno riducendo in modo sostanziale i propri organici, cercando in tutti i modi di salvaguardare le unità operative e ridimensionando Stati Maggiori, Direzioni, strutture di comando e controllo.

In un simile quadro di ristrettezze organiche appare sempre più difficile onorare adeguatamente tutti gli impegni già presi nelle diverse istituzioni multinazionali, con personale della necessaria qualità, personale addestrato, con conoscenza delle lingue, da far ruotare con la dovuta periodicità. In estrema sintesi non abbiamo a disposizione un sufficiente numero di buoni ufficiali pianificatori per poterci permettere di alimentare anche uno SHAPE europeo.

Qualcuno poi dovrebbe fare i conti con i costi per la costruzione di una infrastruttura dedicata, con il relativo sistema di comando e controllo, così come con i costi di gestione diretti e con quelli indiretti, ad esempio quelli connessi con il mantenimento all’estero di un numero considerevole di ufficiali e sottufficiali.

Si tratta di considerazioni banalmente concrete, che dovrebbero far riflettere, prima di prendere posizioni da cui può essere difficile recedere. Per non cadere nella tentazione di seguire docilmente la volontà politica di un alleato che non esita a perseguire i propri interessi, senza mediarli con quelli dei propri partner.

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