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Norvegia

La strage che infrange l’utopia scandinava

27 Lug 2011 - Fabrizio Tassinari - Fabrizio Tassinari

“Non credere di essere più speciale degli altri o che tu sia migliore di noi”. In Scandinavia, diverse versioni di questo principio sono comunemente note come “la legge di Jante”: un modello di condotta sociale secondo il quale successi e conquiste sociali sono raggiungibili solo dalla collettività e qualsiasi individualismo è visto con sospetto.

La “legge” è qualcosa di cui gli scandinavi vanno particolarmente fieri, ma non fornisce alcuna spiegazione agli attacchi terroristici in Norvegia, che venerdì scorso sono costati la vita ad oltre 70 persone. Allo stesso tempo, offre il quadro di riferimento di un cambiamento piuttosto radicale in corso in questi paesi. Così come sarebbe profondamente fuorviante stabilire una causalità diretta fra gli orrendi crimini di Oslo e il tono del dibattito pubblico, è altrettanto difficile ignorare l’aumento dell’intolleranza sociale e politica nell’Europa settentrionale.

Apertura e coraggio
Originariamente, Jante si riferisce alla storia di una cittadina creata nel 1933 dalla penna del romanziere danese-norvegese Aksel Sandemose. In quel paese immaginario furono codificate, in vena satirica, le regole ispirate all’onestà, al contegno e all’uguaglianza che definiscono la vita civile della Scandinavia moderna. Nei decenni successivi, la regione si è distinta per l’applicazione di queste regole, se non nella lettera quantomeno nello spirito: uno stato sociale efficiente e generoso che si è posto come obiettivo la riduzione delle diseguaglianze economiche, una statura internazionale imperniata sulla neutralità e il pacifismo.

Dopo il crollo del muro di Berlino, invece di rimanere appollaiati in cima all’Europa in splendido isolamento, gli scandinavi si sono lanciati a capofitto nella globalizzazione. Hanno aperto le loro economie e il mercato del lavoro, hanno prodotto innovazione e creato alcuni dei marchi più popolari dell’ultimo ventennio – dall’Ikea alla Nokia.

Senza mai perdere di vista la sostenibilità del modello di sviluppo e il mondo che verrà lasciato alle prossime generazioni. E, soprattutto, senza mai perdere d’occhio quella combinazione di modestia ed efficienza che ha continuato a costituire la stella polare del successo nordico. La maggioranza silenziosa dei danesi, norvegesi, svedesi e finlandesi non ammetterà mai di essere “più speciale” o “migliore” degli altri, anche se da fuori sembrerebbe un’osservazione perfettamente giustificabile. Ma anche grazie a quest’atteggiamento, i paesi scandinavi sono riusciti a trasformarsi e a prosperare.

Multiculturalismo e integrazione
Negli ultimi anni, questa preziosa eredità è andata pericolosamente erodendosi. I segnali sono molteplici: molti istituti di credito hanno alimentato bolle speculative o si sono esposti ad operazioni finanziare azzardate, in modo non dissimile ad alcuni dei paesi più colpiti dalla crisi. L’individualismo, non poco influenzato da format televisivi identici al resto dell’Europa, è andato gradualmente crescendo. Ma soprattutto, come altrove in Europa occidentale, queste società etnicamente omogenee incontrano difficoltà ad accettare un multiculturalismo disordinato e spesso fuori controllo.

Da questo punto di vista, la peculiarità di paesi come Danimarca, Norvegia e Finlandia sta forse nel modo in cui i partiti della destra populista riescono a condizionare il dibattito politico. Programmi elettorali che promettono ripristino di frontiere e sovranità nazionale hanno fruttato in anni recenti risultati non inferiori al 15% (e quasi un quarto dell’elettorato in Norvegia). I governi vengono poi incalzati al punto di dover accettare alcune delle richieste più estreme della destra.

La recente esperienza in Danimarca è illuminante al riguardo. Il Partito popolare danese, formazione di destra che ha assicurato sostegno esterno al governo liberal-conservatore per oltre un decennio, ha ottenuto due mesi fa la reintroduzione delle dogane alle frontiere per contrastare il crimine transfrontaliero. A nulla sono serviti studi indipendenti che evidenziano la scarsa incidenza del ripristino delle dogane sulla lotta alla criminalità. Men che meno sono state ascoltate le veementi proteste europee, e tedesche in particolare, sulla possibile infrazione danese del trattato di Schengen. Il governo aveva bisogno di voti per approvare la riforma delle pensioni, ed ha ceduto alla destra populista sulle frontiere senza batter ciglio.

Risveglio amaro
Gestire i flussi migratori o superare la congiuntura economica sono sfide che tutto l’Occidente deve affrontare. E si potrà obiettare che, in entrambi i casi, i paesi scandinavi abbiano mostrato eccessi che devono essere in qualche modo riequilibrati. Riequilibrare, però, significa per questa regione anche e soprattutto preservare istituzioni che hanno servito egregiamente i cittadini, costituendo un modello per tanti altri paesi. L’ironia amara di retorica e prassi della destra populista è che la soluzione alla crisi deve ricercarsi in strategie spesso opposte a quelle che hanno funzionato finora: bisogna difendersi, chiudersi, proteggersi, anche a costo di essere meno tolleranti.

È improprio e semplicistico definire la strage di Oslo come il sintomo di un male più profondo ed oscuro. Ma è un segnale forte e positivo il fatto che, dal giorno della tragedia, la maggioranza silenziosa degli scandinavi non discuta d’altro.

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