IAI
Missioni all’estero

Italia in linea con gli alleati europei

13 Lug 2011 - Andrea Carati - Andrea Carati

Il dibattito in corso nel governo sul rifinanziamento delle missioni all’estero ha ridestato l’attenzione su una delle principali e più efficaci direttrici della politica estera italiana. Negli ultimi anni, infatti, l’Italia ha ricoperto un ruolo di primo piano nelle missioni internazionali, sia per la presenza cospicua di personale civile e militare sia per i ruoli ricoperti in diversi teatri. La partecipazione italiana è del tutto in linea, per utilità e qualità, con i contributi dei principali paesi europei.

Non solo, le missioni all’estero costituiscono un’eccezione nel quadro di una politica estera che presenta molti limiti, carenze e anomalie. Negli ultimi 15 anni, infatti, le missioni italiane hanno testimoniato una rara capacità di cambiamento sia della classe politica sia delle forze armate; hanno raccolto un altrettanto raro consenso bipartisan e consolidato la credibilità dell’Italia nel concordare e mantenere gli impegni internazionali.

Riduzioni selettive
Dal 2009, le missioni italiane all’estero sono costate circa 1-1,2 miliardi di euro l’anno e, anche a fronte dei tagli annunciati per il secondo semestre del 2011, i costi aumenteranno nell’anno in corso (nel primo semestre 2011 sono stati spesi 810 milioni di euro e se ne prevedono altri 700 per il secondo). Si tratta di circa 30 missioni (30 nel 2009, 33 nel 2010 e 29 attualmente), in teatri molto eterogenei e distanti tra loro: i Balcani, il Caucaso, l’Asia centrale, il Medio Oriente, l’Africa, il Mediterraneo e l’Oceano Indiano.

Le principali aree di crisi in cui è stata impegnata l’Italia negli ultimi anni sono fondamentalmente tre: Balcani, Libano e Afghanistan, a cui si è aggiunta la più recente partecipazione italiana alla missione in Libia. Secondo quanto annunciato dal ministro Ignazio La Russa, su alcuni di questi teatri si concentrerà il ritiro di circa 2.000 uomini. Dal Libano e dal Kosovo, in particolare, verranno ritirati rispettivamente 680 e 300 soldati (a cui si aggiungono la chiusura delle missioni in Georgia e Congo e una ridotta partecipazione alla missione Active Endeavour nel Mediterraneo).

Risultati importanti
Nei Balcani, il principale contributo italiano si è registrato nella missione in Kosovo, che ricopre il terzo posto fra le missioni italiane più costose (132 milioni di euro nel 2010). All’avvio della missione, nel 2000, l’Italia ha offerto uno dei maggiori contributi (oltre 6.000 uomini), ridottisi nel decennio successivo nel quadro del progressivo disimpegno internazionale, fino alle attuali 533 unità.

Un altro dei contributi italiani più significativi si è registrato nella missione Unifil, rafforzata nel 2006 a seguito della guerra fra Israele e Libano. Nel periodo 2007-2009, l’Italia non solo ha contribuito con il contingente più numeroso (oltre 2000 uomini), ma ha guidato la missione, il cui comando è stato affidato al generale Claudio Graziano. Negli ultimi tre anni, non a caso, il contributo italiano a Unifil è stato il secondo più costoso a livello nazionale (260 milioni di euro nel 2010).

In Afghanistan, di nuovo, l’Italia ha giocato un ruolo di primo piano: ha assunto il ruolo di lead nation per la ricostruzione del sistema giudiziario, uno dei cinque pilastri della strategia di riforma del settore sicurezza; è alla guida del Regional Command West con sede a Herat; offre attualmente il quinto maggior contributo di uomini nella missione. La missione italiana in Afghanistan è la più impegnativa della storia repubblicana, per cui l’Italia ha sostenuto i maggiori costi, tanto sul piano umano, con la perdita di 40 militari, quanto su quello economico (681 milioni di euro nel 2010).

Infine, in Libia, benché la partecipazione italiana all’intervento internazionale sia stata più incerta e graduale, l’Italia ha messo a disposizione 7 basi aeree sul territorio nazionale e contribuisce alla missione Nato Unified Protector con 14 velivoli (Tornado, Eurofighter 2000, F16 Falcon) e due navi impegnate nelle operazioni di embargo navale (una delle quali verrà ritirata nel secondo semestre 2011).

Livelli europei
Questo quadro segnala un impegno italiano nelle missioni internazionali sostanzialmente simile – e senza alcun dubbio comparabile – a quello dei maggiori partner europei. Fra le varie carenze e anomalie che distinguono l’Italia nel contesto europeo e internazionale, forse, proprio le missioni rappresentano un’eccezione. Uno di quei capitoli della politica estera su cui, a differenza di molti altri, l’Italia non si presenta né carente né inadeguata, tanto meno superflua. Al contrario, forse, proprio il contributo significativo alle missioni internazionali ha concorso, negli ultimi anni, a garantire al paese un certo prestigio internazionale, sicuramente all’interno della Nato e, più generale, nel contesto europeo.

Nella partecipazione alle missioni internazionali l’Italia ha, anzitutto, mostrato una buona capacità di adattamento al nuovo sistema internazionale. Con la fine della guerra fredda, le minacce internazionali sono profondamente cambiate. Il centro della sicurezza nazionale si è spostato dalla difesa territoriale alla gestione e stabilizzazione delle aree di crisi. In questa prospettiva, le politiche di sicurezza prevedono nuove forme di intervento, anche in paesi molto lontani dal territorio nazionale. Questa evoluzione è stata ampiamente recepita sia dalla classe politica sia dalle forze armate, con una capacità di cambiamento rara in molte altre forze politiche e istituzioni italiane.

In secondo luogo, va sottolineato che le missioni all’estero hanno beneficiato di un consenso bipartisan di fondo, anche in questo caso, raro nella vita politica italiana. Per quanto possano riempire le prime pagine dei giornali i dissensi di alcune parti politiche – da sinistra nei governi Prodi e dalla Lega Nord più di recente – i rifinanziamenti alle missioni hanno sempre raccolto maggioranze parlamentari ampie e trasversali. Sulle missioni, la dialettica fra maggioranza e opposizione ha riguardato quasi sempre gli aspetti tattici e di gestione delle operazioni, raramente la scelta di parteciparvi.

Percezione nazionale
Infine, anche su altri aspetti riguardanti l’impegno e la volontà di ritiro da parte italiana da alcuni teatri come il Kosovo e l’Afghanistan, l’anomalia italiana, se c’è, sta quasi tutta nella percezione nazionale del problema. Il disimpegno italiano dal Kosovo negli ultimi due anni è avvenuto nel quadro più generale dell’evoluzione della missione, in linea con gli altri contributi europei e concordato in sede Nato. Similmente, il rientro graduale dei militari italiani dall’Afghanistan, annunciato dal ministro La Russa, non è affatto un ritiro unilaterale.

Gli Stati Uniti ritireranno diecimila soldati entro fine anno e 23 mila entro settembre 2011. Il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico David Cameron hanno annunciato piani di ritiro simili e proporzionati a quelli americani. Il disimpegno è stato di fatto concordato al vertice della Nato di Lisbona alla fine del 2010: entro il 2014 avverrà il graduale ritiro internazionale e il passaggio di consegne nella gestione del paese alle forze di sicurezza afgane. Anche sui piani di ritiro, dunque, l’Italia non ha assunto alcun atteggiamento unilaterale né preso decisioni frettolose.

Le missioni all’estero sono servite all’Italia per preservare il proprio ruolo e prestigio internazionale. Non sono certo prive di difetti; anzi, sotto vari profili, sono suscettibili di miglioramento, ma, nel quadro di una politica estera con molti limiti e anomalie, rappresentano un indubbio elemento di forza della proiezione internazionale del nostro paese.

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