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Primavera araba

Israele nel vicolo cieco

11 Lug 2011 - Fabio Nicolucci - Fabio Nicolucci

L’intransigenza ideologica manifestata negli ultimi anni dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu verso ogni prospettiva di pace con i palestinesi non permette ad Israele di sciogliere il suo dilemma esistenziale: rimanere una democrazia, però non più ebraica, oppure rimanere uno Stato ebraico, ma non più democratico come è oggi.

L’effetto politico di questo dilemma insoluto è l’imprigionamento del paese in una visione da “fortezza” assediata, ostile ad ogni cambiamento esterno. Con il paradossale effetto che l’unica democrazia del Medioriente invece di favorire i cambiamenti della “primavera araba”, si arrocca nella sterile difesa di uno status quo autoritario.

Anche perché, se assecondata, la primavera araba potrebbe favorire un equilibrio strategico più in linea con gli interessi di sicurezza e stabilità di Israele. Anche per questo contro la politica di Netanyahu si stanno mobilitando settori sempre più rilevanti dello Stato “profondo” israeliano, costituito dagli apparati di sicurezza.

Arroccamento
Israele appare sempre più in distonia con il moto che, dopo decenni, sta cambiando lo status quo nella regione: Netanyahu – che è il vero ideologo della destra israeliana – ha infatti motivato la sua politica di chiusura di Israele al mondo esterno proprio con la presunta immodificabilità dell’equilibrio regionale.

Una politica di chiusura con cui il premier populisticamente asseconda un crescente arroccamento culturale della società israeliana. Due esempi emblematici: la svolta a destra della generazione di giovani israeliani sotto i 35 anni, per i due terzi contrari ad un accordo con i palestinesi, in percentuale opposta a coloro che hanno oltre 55 anni; il cambiamento – dopo una battaglia di decenni da parte del rabbinato militare e dei religiosi – della preghiera ufficiale per le commemorazioni dell’esercito israeliano, che nella sua precedente versione laica e nazionalista era stata scritta dal leggendario leader laburista Berl Katznelson, e che da ora si aprirà con le parole “Possa Dio (al posto di “il Popolo d’Israele”) ricordare i suoi figli e le sue figlie”.

Miopia politica
La strategia di Netanyahu può forse fornire riscontri immediati sotto il profilo elettorale, ma nel lungo periodo rischia di rivelarsi autodistruttiva. Ne è convinto perfino l’ex capo del Mossad, Meir Dagan, detto “il tagliatore di teste” e non certo incline al pacifismo: chiunque abbia visitato il suo ufficio alla “midrasha” (il quartier generale del Mossad fuori Tel Aviv) non ha potuto fare a meno di notare appesa al muro la foto di un ufficiale delle SS che punta un fucile alla testa di un uomo sull’orlo di una fossa. “È mio nonno” ripete agli ospiti Dagan, con un implicito monito “mai più” e il richiamo sottointeso alla filosofia ebraica dell’autodifesa.

Dagan ha recentemente invitato il suo governo ad accettare l’iniziativa di pace saudita del 2002, a promuovere un’iniziativa verso i palestinesi e soprattutto a lasciar perdere ogni piano di attacco verso l’Iran. Dagan non è solo, ma riflette un consenso crescente negli apparati di sicurezza, che in Israele sono lo Stato “profondo”, sempre più preoccupati dalla divaricazione tra gli interessi elettorali della destra al governo e quelli nazionali (e riconosciuti al livello bipartisan) di più lungo periodo.

La radicalizzazione identitaria della destra israeliana sta dunque imprigionando Israele in un paradossale immobilismo che non solo lascia irrisolto il dilemma sulla sua natura e il suo futuro, ma soprattutto lo isola pericolosamente dal contesto regionale. Israele ha visto prima indebolirsi l’alleanza strategica con la Turchia, che gioca sempre più in proprio, poi crescenti attriti con l’amministrazione Obama, quindi la caduta sotto la spinta della piazza dell’amico Mubarak.

Paralizzato dal ricatto dell’ignoto, Israele rischia di trovarsi da solo anche in Siria, a fianco di Hizballah, nel preferire Assad ad un regime alternativo. Se Netanyahu continuerà a resistere alle istanze di apertura ai palestinesi e rinnovamento regionale provenienti anche dall’interno del suo paese, il premier si troverà ad essere considerato sempre più parte del problema invece che della soluzione.

A partire dall’iniziativa palestinese presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite prevista per settembre, quando verrà presentata una risoluzione per il riconoscimento unilaterale da parte della comunità internazionale di uno stato palestinese.

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