IAI
Quale piano energetico?

Il “no” al nucleare e la manovra economica del governo

1 Lug 2011 - Mario Baldassarri - Mario Baldassarri

Il terremoto in Giappone che ha sfiorato il 10º grado della scala Richter e il conseguente tsunami che ha determinato la fuoriuscita di gas radioattivi dalla centrale nucleare di Fukushima dimostrano, “paradossalmente”, considerata la reazione emotiva che hanno suscitato in tutto il mondo, l’elevato grado di “sicurezza” delle centrali nucleari, soprattutto quelle di terza e quarta generazione, che usano tecnologie ben più avanzate di quelle di Fukushima.

Uscita dal nucleare?
A seguito di tale evento e della reazione emotivo-mediatica, il governo italiano, in un primo momento, aveva assunto una posizione condivisibile di sospensione del piano nucleare in vista di una verifica delle condizioni di sicurezza. Successivamente però il governo ha varato un provvedimento di legge che ha posto in modo molto più netto e deciso il problema dell’abrogazione del piano nucleare, riattivato solo da poco tempo nel nostro paese.

Ciononostante, si è tenuto un referendum che ha segnato il definitivo de-profundis per ogni ipotesi di produzione di energia nucleare in Italia.

Quali sono allora le conseguenze economico-sociali di questa decisione, a fronte delle quali, ovviamente, devono esserci sacrosante valutazioni dei rischi che un piano nucleare può comportare?

C’è innanzitutto un passato da ricordare. L’ondata emotiva del disastro nucleare di Chernobyl del 1986, portò anche allora ad un referendum e, quindi, a quella che erroneamente è stata definita l’uscita dell’Italia dal nucleare.

In realtà, l’Italia non è mai uscita né mai uscirà dal nucleare. Quella decisione comportò l’uscita dell’Italia dalla “produzione” di energia nucleare, ma il nostro paese continuò a ”consumare” energia nucleare.

Più costi, stessi rischi
Se facciamo i conti, negli ultimi 20 anni, il maggior prezzo dell’energia elettrica e` stato pagato da ogni famiglia , da ogni impresa , da ogni studio professionale (siano essi architetti o avvocati) e da ogni cittadino italiano. Si è deciso, quindi, di far uscire l’Italia dalla produzione di energia nucleare, ma di continuare a consumare tale energia, con la conseguenza che l’abbiamo comprata all’estero, da centrali nucleari prossime al confine italiano e correndo gli stessi rischi che avremmo affrontato se avessimo avuto delle centrali sul nostro territorio.

Non abbiamo quindi ridotto i rischi, ma abbiamo aumentato i costi.

Il maggior costo di energia elettrica corrisponde a 21 centrali nucleari. In questi 21 anni, noi italiani, pagando di più l’energia elettrica, abbiamo pagato 21 centrali nucleari francesi. In altre parole, un terzo delle 62 centrali nucleari francesi è stato pagato dai consumatori italiani.

Questo è quanto è avvenuto nei venti anni passati. Pertanto, noi italiani dovremmo oggi essere proprietari di un terzo delle centrali nucleari francesi: non ne abbiamo la proprietà, ma ne abbiamo pagato il costo.

Proiettiamo nei prossimi decenni questo inconfutabile dato storico relativo ai venti anni passati: fra altri venti anni l’Italia avrà pagato 42 centrali nucleari francesi, e dopo altri venti anni avrà pagato l’intero parco delle centrali nucleari francesi (64), attraverso il prezzo maggiore pagato per l’energia elettrica.

Dall’altra parte, i francesi, in modo molto intelligente, avranno usufruito per sessant’anni a casa loro di un basso prezzo dell’energia elettrica, mentre l’alto costo degli investimenti e degli impianti sarà stato pagato dai consumatori italiani.

Non spaventi un periodo di venti anni, perché, nel settore dell’energia, si tratta di un breve-medio termine. Non stiamo infatti parlando di fabbriche di abbigliamento o di calzature.

Se questa è la condizione nella quale si trova e si troverà l’Italia a seguito del “no” referendario al nucleare, c’è da chiedersi, a parte il costo economico che addossiamo a due generazioni successive alla nostra, qual e` il piano energetico alternativo?

Il prezzo delle “alternative”
Si potrebbe dire “no” al nucleare e “si” alle fonti rinnovabili.

Mi permetto di far osservare che sono personalmente estremamente favorevole alle fonti rinnovabili, che hanno bisogno però di ricerca e di innovazione, perché, allo stato attuale della conoscenza tecnico-scientifica, le fonti rinnovabili, in realtà, rischiano di rinnovare le truffe vissute in tutti questi anni. Mi riferisco, ad esempio, al caso del fotovoltaico: il consumatore italiano, che già paga l’energia elettrica di più per pagare le centrali francesi, paga ancor di più l’energia elettrica per dare un sussidio al fotovoltaico, pari al 120% del costo dell’impianto.

L’intero impianto è cioè pagato con la bolletta della luce elettrica di tutti gli italiani, e in più c’è un 20% che va direttamente nei ricavi, puliti e netti, dei conti economici di coloro che fanno questo tipo di investimento. Questi soggetti operano in piena legittimità, perché è una legge che consente loro di usufruire di questo tipo di incentivi. Quindi, giustamente, se la legge lo consente, è lecito che gli operatori più intelligenti e più avveduti la utilizzino.

Strategia nazionale
Mi chiedo allora, dopo il no al nucleare, quale piano energetico e quale strategia sull’energia per il sistema paese saranno varati per i prossimi dieci o venti anni. Con la speranza che si rinnovino solo le fonti rinnovabili ma non si rinnovino anche le truffe, che sono sempre rinnovabili. Truffe legali, perché, lo ripeto, attuabili e consentite in base ad una legge.

Un’ultima notazione: è evidente che l’abrogazione del piano nucleare cambia radicalmente i numeri del Documento di economia e finanza, sulla base del quale il governo dovrebbe varare una manovra di taglio del deficit pubblico di circa 46 miliardi di euro per azzerarlo entro il 2014, come dagli accordi con l’Europa.

Non è ancora chiaro l’impatto che i mancati investimenti sul nucleare e i diversi costi dell’energia avranno su quel documento che ad oggi, si basa su numeri fragili ed incerti, certamente non adatti ad un serio confronto sulla stessa manovra di aggiustamento da discutere nelle prossime settimane.

Le tabelle disponibili ad oggi (ad esempio, la D,E e F) incorporano il piano nucleare, che invece non c’è più. E allora, prima di proporre qualunque nuova e magari necessaria ed urgente “manovra”, il governo dovrebbe produrre una nota integrativa che aggiusti il quadro contabile, programmatico e strategico del Documento di economia e finanza. Anche per dimostrare a se stesso, oltre che agli italiani, che quando parla di numeri e dati si riferisce a valori seri e coerenti e non a numeri smentiti dai suoi stessi comportamenti e palesemente modificati dal “no” al nucleare.