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Disarmo

Il dilemma delle armi nucleari tattiche in Italia

11 Lug 2011 - Laura Spagnuolo - Laura Spagnuolo

I risultati del recente referendum in cui una larga maggioranza di italiani si è pronunciata contro il ritorno all’uso dell’energia nucleare civile, offre lo spunto per una riflessione su un tema connesso, seppur diverso: quello della presenza sul territorio nazionale di armi nucleari tattiche Nato (Ant).

Stazionate oltre che in Italia, in Germania, Olanda, Belgio e Turchia, le armi nucleari tattiche negli ultimi tempi sono state al centro di un vivace dibattito sia nel contesto europeo sia in quello Nato, in cui sono emerse posizioni anche molto diverse tra loro.

Il governo italiano, preoccupato per le spaccature interne alla Nato, ha scelto di non schierarsi apertamente, rimanendo in una posizione di fondamentale ambiguità. Sarebbe dunque necessario fare chiarezza quanto prima, e dimostrare che l’Italia è in grado di contribuire positivamente al dibattito in corso, nonché di assumere un ruolo attivo nel campo del disarmo globale e prendere seriamente gli impegni assunti in base al Trattato di non-proliferazione nucleare (Tnp).

Passato e presente
Le armi nucleari tattiche dispiegate in Europa sono B61 (di tipo -3, -4 e -10), e cioè bombe gravitazionali. Nel caso di impiego, le bombe vengono montate su aeri a cd. doppia capacità (convenzionale e nucleare) per lo sganciamento. Le bombe hanno una potenza compresa tra gli 0.3 e 170 chilotoni; si consideri in tal senso che la bomba sganciata su Hiroshima aveva una potenza pari a 13-18 chilotoni.

Le B61 furono originariamente dispiegate, come parte di un più ampio pacchetto di arsenali nucleari, durante la Guerra Fredda per compensare la superiorità delle forze convenzionali del Patto di Varsavia. Esse erano destinate, in base alla dottrina della cd. risposta flessibile, ad un possibile impiego sul campo di battaglia nel caso di invasione sovietica. Avevano però la funzione ulteriore di mostrare concretamente l’impegno americano alla sicurezza europea, e di creare uno spazio comune di condivisione di rischi e responsabilità.

Nel corso degli anni gli arsenali nucleari dispiegati in Europa sono stati drasticamente ridotti ed oggi solo le B61 sopravvivono. Il loro valore militare è ormai pressoché scomparso; è difficile infatti immaginarne uno scenario credibile di impiego. Si ritiene però che le armi in questione abbiano ancora un certo valore politico per la solidarietà transatlantica, per l’impegno americano alla difesa e sicurezza europee (reassurance), e, tramite il sistema di condivisione di rischi e responsabilità, per la coesione dell’Alleanza Atlantica.

Divergenze europee
Apertosi con le dichiarazione del ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle, che nell’ottobre del 2009 dichiarò di volere una Germania “libera da armi nucleari”, il dibattito europeo sulle Ant ha visto emergere posizioni molto diverse in seno alla Nato.

In genere, a diverse realtà geopolitiche corrispondo diverse percezioni di sicurezza/insicurezza e, quindi, diverse priorità strategiche. Mentre i paesi baltici, per esempio, sono generalmente apparsi favorevoli al mantenimento dello status quo, altri paesi, come l’Olanda e il Belgio (oltre la Germania) sono più inclini a un generale ripensamento della funzione di tali armi all’interno della strategia Nato.

Un altro dato fondamentale è che i cd. sistemi di impiego (F-16 e Tornado) sono prossimi al ritiro. La sostituzione con F-35 americani è un onere che alcuni dei cd. paesi ospitanti, sui quali graverebbe l’incombenza finanziaria, sembrano riluttanti ad assumere, soprattutto nell’attuale situazione di crisi. La Germania, per esempio, ha dichiarato di non voler acquistare aerei a doppia capacità e si ritiene che Belgio ed Olanda potrebbero fare lo stesso.

La difficoltà di raggiungere un consenso sul tema durante l’elaborazione del nuovo Concetto Strategico della Nato, adottato a Lisbona a novembre 2010, ha dato avvio ad un nuovo processo di revisione in seno all’Alleanza, la cd. Deterrence and Defence Posture Review, riguardante tutti gli elementi – nucleare, convenzionale e di difesa missilistica – di cui si compone la strategia di difesa e deterrenza Nato. E così, mentre gli alleati discutono quale sia il giusto mix di forze, il destino delle armi nucleari tattiche resta incerto.

Nodo Italia
Il governo italiano ha evitato di prendere pubblicamente parte al dibattito europeo. In dichiarazioni ufficiali, si è impegnato a raggiungere l’obiettivo, a lungo termine, del disarmo globale ed a sostenere la progressiva riduzione delle armi nucleari tattiche in Europa fino alla loro eliminazione. Di fatto però, non ha assunto alcuna iniziativa al riguardo, né ha partecipato a quelle assunte da altri paesi.

Le ragioni della scarsa iniziativa italiana sono diverse. Storicamente le armi nucleari (in generale) sono state uno strumento per ottenere status e prestigio sul piano internazionale. C’è chi ritiene che questo elemento di “accesso al prestigio” sia ancora presente nelle menti dei politici. C’è poi la preoccupazione che la questione delle Ant possa provocare uno spaccamento interno alla Nato, ragion per cui il governo Italiano ha probabilmente ritenuto di dover mostrare particolare cautela in materia.

Ma gli aspetti problematici permangono e il tempo di una decisione si avvicina. Il dispiegamento sul territorio di paesi europei di armi appartenenti agli Stati Uniti, infatti, è un precedente che potrebbe essere ripetuto da altri paesi in altri scenari. Secondo alcuni, inoltre, il dispiegamento costituisce una violazione dello spirito, se non della lettera, del Tnp. L’Italia ha ratificato il Tnp nel 1975 come stato non nucleare; il suo status di paese ospitante quindi non solo è discutibile, ma indebolisce l’intero regime.

Pressanti questioni di carattere politico invitano inoltre alla chiarezza. La mancata iniziativa Italiana è infatti controproducente sul piano internazionale, dimostrando la mancanza di leadership politica su un tema di straordinaria importanza quale la futura postura nucleare dell’Alleanza Atlantica.

Inoltre, se Germania, Olanda e Belgio decidessero di rinunciare unilateralmente alla presenza di armi nucleari tattiche sul loro territorio, rimarrebbero solo Italia e Turchia ad ospitarle. Un’ ipotesi di questo genere sarebbe non solo difficile da giustificare sul piano interno, ma chiamerebbe in causa la ragion d’essere dell’ intero sistema del burden sharing e della sua futura viabilità.

L’ambiguità che caratterizza la posizione italiana andrebbe risolta, non giovando all’Italia o alla Nato. Una partecipazione più attiva del governo al corrente dibattito sul futuro delle armi nucleari in Europa, invece, favorirebbe la reputazione internazionale dell’Italia, soprattutto agli occhi degli Stati Uniti.

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