IAI
Nuovo decreto

I veri tagli nelle missioni all’estero

20 Lug 2011 - Federica Mogherini - Federica Mogherini

In queste settimane il Parlamento è chiamato ad esaminare il decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali per il secondo semestre del 2011. Dopo le prese di posizione della Lega contro l’intervento in Libia e a favore di una riduzione dei contingenti italiani all’estero, le ambiguità del Presidente del Consiglio e l’anomalo rinvio della questione al Consiglio Supremo di Difesa, il passaggio parlamentare consente di fare finalmente chiarezza sugli orientamenti reali del governo e delle forze politiche che lo sostengono.

Fronte afgano
Ecco, dunque, cosa cambia con il decreto in discussione. Il teatro in cui i soldati italiani sono maggiormente impegnati, quello afgano, non vede mutamenti sul fronte militare. La decisione di contribuire maggiormente allo sforzo della coalizione, a seguito del surge americano, seppur presa nel 2009 ha iniziato ad avere conseguenze operative un anno fa, ed oggi ci si muove ancora nella scia di quella decisione: i 557 milioni spesi nel 2009 per la partecipazione italiana alla missione Isaf sono diventati 709 nel 2010 e diventeranno 807 quest’anno, con un incremento progressivo e costante.

Nessuna riduzione quindi, con buona pace della Lega. Quel che diminuisce drasticamente, invece, è la cifra destinata alla cooperazione allo sviluppo in Afghanistan: dai 117 milioni stanziati nel 2008 (ultimo decreto del governo Prodi) si arriva, con una progressiva riduzione, a 22 milioni per il 2011, di cui poco più di 5 nel decreto presentato in questi giorni. Un paradosso, perché nel momento in cui si avvia la fase del trasferimento dei poteri alle autorità afgane, il modo migliore per garantire continuità sarebbe quello di investire nella cooperazione civile, potenziandola man mano che si riduce l’impegno militare. Invece, per ora, non si fa né l’una né l’altra cosa.

Nodo Libia e Balcani
In Libia la spesa si riduce dai 142 milioni del primo trimestre di intervento ai 58 per il periodo di luglio-settembre, con un apparente successo della scure leghista. Ma a ben vedere la riduzione deriva semplicemente dal rientro della portaerei Garibaldi, determinato più dall’esaurimento della sua funzione – finita la fase iniziale delle operazioni volte ad attuare la no fly zone – che da una volontà di disimpegno, di cui non si trovano segni concreti.

Il ridimensionamento delle missioni nell’area balcanica già avviato nel 2010 viene confermato: rimangono impegnati 600 uomini – a leggere il decreto – 300 – secondo le dichiarazioni del ministro della difesa Ignazio La Russa – che evidentemente spera in una ulteriore riduzione (è utile ricordare che il decreto finanzia il numero massimo di uomini presenti in teatro e non quello effettivo, che può variare nel corso dei mesi). Nei Balcani c’è da sperare che un disimpegno militare non comporti disimpegno politico, bensì una diversa capacità di agire per la stabilità di un’area strategica sia per l’Italia che per tutta l’Europa e l’area mediterranea.

Incognita Libano
Sul Libano il balletto delle cifre si fa più confuso: dopo aver ridotto il contingente in concomitanza con la fine del comando italiano, La Russa annuncia oggi che dei 1.780 uomini impegnati ne rientreranno 700. Ma in realtà la diminuzione di spesa risulta minima (106 milioni nello scorso semestre, 92 in questo), ed infatti il numero di uomini autorizzato resta di 1.550, ovvero ben al di sopra dei 1.080 che deriverebbero da una riduzione di 700 uomini.

Il perché è presto detto: l’accordo con le Nazioni Unite sulla riduzione del contingente italiano non è ancora stato formalizzato, e dunque non è possibile far riferimento, nel decreto, ad un ipotetico avvicendamento tra italiani e ghanesi. Dunque, di nuovo con buona pace della Lega, il numero dei militari italiani in Libano rimarrà immutato fino a quando (e se) non sarà formalizzato un accordo in merito in sede Onu.

E non prima, come ha sottolineato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il giorno dell’approvazione del decreto in Consiglio dei ministri, ricordando che “non può esserci da parte dell’Italia nessuna decisione unilaterale sulla riduzione o sul ritiro dei contingenti militari impegnati nelle missioni all’estero. Si tratta di decisioni da prendere di concerto con gli organismi internazionali e con le Nazioni Unite. Solo in questo modo le ipotesi di eventuali riduzioni di contingenti potranno divenire decisioni effettive”.

L’annuncio del ministro La Russa di una riduzione di 700 uomini in Libano non assume dunque il profilo di una decisione effettiva, bensì quello di una ipotetica proiezione al mese di dicembre, ovvero a trenta giorni dalla scadenza del decreto. Questo spiega la formulazione, anomala nella forma ed ambigua nella sostanza, dell’articolo 9 del decreto: “entro il 30 settembre (…) il Ministro della difesa assicura la riduzione di almeno 1.000 unità di personale militare impiegato nelle missioni (…). Entro il 31 dicembre (…) l’ulteriore riduzione di almeno 1.070 unità”. Alla luce dei numeri visti sopra, questo significa una riduzione legata al rientro della portaerei Garibaldi nell’immediato, ed una previsione subordinata ad un accordo in sede Onu posticipata di sei mesi, inserita in questo decreto e non nel prossimo per ragioni di equilibri interni alla maggioranza di governo.

Scure sulla cooperazione
Nel complesso, non cambia quindi molto dal punto di vista dell’impegno militare. Quel che invece cambia realmente, in modo drastico e immediato, è la spesa per la cooperazione, ridotta al minimo storico e pressoché azzerata: 5,8 milioni per l’Afghanistan, 5,9 per l’insieme di tutte le altre aree di crisi. Si spende di più (17 milioni) per un accordo tecnico bilaterale con la Repubblica di Panama, che ben poco ha a che vedere con le missioni internazionali. C’è poi, sulla cooperazione, la riproposizione di una task force presso il ministero degli esteri che si sovrappone alla direzione generale per la cooperazione, duplicandone inutilmente le attività, e la cancellazione (per decreto!) di alcune importanti norme della legge 49 riguardanti l’invio dei volontari. Un colpo al cuore, come se ce ne fosse bisogno.

Considerato che il decreto stanzia risorse destinate per il 98,5% agli interventi militari e per l’1,5% alla cooperazione civile, sarebbe opportuno che dal titolo scomparisse ogni riferimento alla cooperazione. E che di cooperazione ci si occupasse, seriamente, altrove. Possibilmente non per ucciderla definitivamente.

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